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Sole e verde per abitare spazi sotterranei a New York. “Ricette” per la sopravvivenza – di Francesca Capobianco

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La ricerca sugli spazi abitativi alternativi, come risposta all’emergenza ambientale e climatica, si arricchisce di nuovi titoli sugli spazi ipogei. L’attualità del tema è testimoniata già dal 1979 dalla diffusione di studi dedicati alle abitazioni sotterranee come quello curato dall’Underground Space Center dell’Università del Minnesota (vedi The Underground Space Center, University of Minnesota (edited by), Earth sheltered housing design, Litton Educational Publishing, New York 1979).

Il Lower East Side a Manhattan potrebbe avere presto un suo parco, capace di replicare il successo dell’High Line Park (2009), nel West Side, dal punto di vista ambientale ed economico, ma organizzato secondo criteri innovativi: si svilupperà sottoterra e utilizzerà la tecnologia solare. Si tratta della proposta progettuale per il Delancey Underground Park, soprannominato the Lowline, presentata nel 2011 alla stampa da James Ramsey e Dan Barash, il primo co- fondatore e ideatore, il secondo co- fondatore e direttore esecutivo. Ramsey e Barash, entrambe piuttosto giovani (34 anni), hanno alle spalle esperienze significative: il primo è ingegnere-architetto, titolare dello Studio Raad (www.raad.com), dopo Yale ha lavorato per la NASA e ha sviluppato il sistema tecnologico che ha battezzato “remote skylight”; il secondo, dopo gli studi alla Cornell University e un’esperienza di lavoro per l’ufficio marketing di Google, collabora con il think tank PopTech, un network di scienziati e designer, noto per l’organizzazione dei convegni che tiene annualmente (poptech.org).

L’idea del parco sotterraneo prende forma qualche anno prima del 2011: Ramsey prende in considerazione il sito nel corso del tragitto quotidiano verso il suo studio. Contemporaneamente Barash andava elaborando un’ipotesi di rinnovamento urbano affidata alla possibilità di inserire opere d’arte nel circuito metropolitano della città di New York.

L’area, un’ampia caverna di forma rettangolare (circa 60 m di altezza e circa 8000 m2 di lunghezza), che si sviluppa per tre isolati sotto Delancey Street, tra l’Essex Street e l’ingresso al Williamsburg Bridge per raggiungere Brooklyn, nel 1908 ospitava un terminal dei tram che attraversavano il ponte e poi tornavano indietro, dismesso nel 1948. Dopo 60 anni di abbandono, il luogo conserva alcuni degli elementi originari, come i soffitti a volta, le tracce dei binari e parti di acciottolato. La linea metropolitana JMZ, ancora attiva, corre lungo un percorso contiguo. Il terminal è ancora controllato dalla MTA, Metropolitan Transportation Authority.

In superficie, disposti sul lato sud di Delancey Street, si trovano una serie di lotti destinati a parcheggio, il Seward Park Urban Renewal area, un tempo occupati da 14 case popolari, abbattute a metà degli anni ‘60, e mai riqualificati (vedi L. W. Foderaro, “Inspired by High Line. Park is Envisioned with sights set Low”, thenewyorktimes.com, 21.11.2011; inhabitat.com/nyc/the-low-line; M. Passariello, “N.Y. chiama, Londra risponde. Prove di futuro. Verde”, il venerdì di Repubblica, la Repubblica 10.01.2014). Il luogo, situato in una delle aree meno verdi della città, costituisce un’opportunità inedita di esprimere il concetto di comfort. L’obiettivo del progetto era quello di far vedere in che modo la tecnologia può trasformare parti di città e città intere nel XXI secolo, offrendo una nuova dimensione di spazio pubblico.

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La fase di elaborazione della proposta progettuale è stata caratterizzata da numerose riflessioni venute fuori dai diversi incontri tra il team della Lowline e i responsabili della Metropolitan Transportation Authority (incuriositi e interessati al progetto, ma aperti ai contributi di idee di altri creativi), il local community board e il board of the Lower East Side Business Improvement District. Preziosi suggerimenti sono stati forniti dai cofondatori di Friends of the High Line, Robert Hammond e Joshua David.

Nell’estate del 2012, il team commissiona il rapporto per le valutazioni urbanistiche a due differenti studi per approfondire maggiormente la relazione tra il possibile parco e il pezzo di città: da un lato lo studio di ingegneria Arup and Partners, dall’altro HR&A Advisors, consulente principale dietro l’High Line. Le valutazioni danno un responso unanime “la Lowline non solo era fattibile ma avrebbe potuto migliorare l’economia locale e l’hub di transito adiacente. Una volta costruita la Lowline dovrebbe divenire uno spazio culturale dinamico con programmi diversi, attività per i giovani e manifestazioni popolari” (cfr. www.raad.com- www.thelowline.org/about/project).

Il sistema “remote skylight” è costituito da una serie di lampioni-collettori solari (circa dodici) distribuiti accuratamente su Delancey Street composti da un disco di vetro su una parabola riflettente che raccoglie la luce del sole in un punto focale, un meccanismo di localizzazione (tracking mechanism) che segue il percorso del sole durante l’arco dell’anno, un tubo di elio che alloggia cavi a fibre ottiche per convogliare la luce attraverso la strada allo spazio sotterraneo e termina con una cupola incassata che la riflette e distribuisce. “Questa tecnologia dovrebbe trasmettere la lunghezza d’onda di luce necessaria per aiutare il processo di fotosintesi (il sistema dovrebbe essere capace di filtrare la luce ultravioletta e infrarossa nociva), consentendo la crescita del manto erboso, delle piante e degli alberi. Durante i periodi in cui la luce solare è maggiore, l’illuminazione dovrebbe essere assicurata senza il ricorso all’elettricità. Nel Settembre del 2012 il team della Lowline ha realizzato un prototipo del sistema tecnologico e del disegno del parco a scala reale per la mostra “Imaging the Lowline” tenutasi in un magazzino abbandonato nel Lower East Side. La mostra ha richiamato migliaia di visitatori, molti giornalisti ed è stata un valida prova per l’illustrazione del concetto” (cfr. www.raad.com- thelowline.org/about/project, cit.). Un gran lavoro è stato svolto anche per l’organizzazione di campagne per la raccolta di finanziamenti (anche affidandosi al web).

Il fattore della partecipazione caratterizza l’intero circuito del processo progettuale: dalla costituzione dello staff (vedi www.thelowline.org/about/the-team) al coinvolgimento dei membri della comunità della zona. E’ stato messo a punto un programma per le scuole, partito ad Aprile dell’anno scorso con gli studenti di una scuola secondaria superiore locale, per raccogliere suggerimenti ed ipotesi da approfondire nella fase esecutiva.

Le prossime tappe sono già delineate: per la fine dell’anno il team prevede di concludere le trattative con la MTA e il Comune per poi dare inizio alla costruzione del progetto; 2014-2017, campagne per la raccolta dei fondi per la costruzione; 2018, inaugurazione del parco sotterraneo.

Ma è nell’avvertita sensibilità nei confronti dei problemi presenti, nella scelta dei provvedimenti per contrastare i danni prodotti dal climate change, che la città di New York si colloca in un ruolo di avanguardia con la definizione e l’adozione, già da qualche anno (l’uragano Sandy era alle porte), del primo programma di adattamento urbano. Il programma (voluto e promosso fortemente da Bloomberg, per una previsione di spesa pari a venti miliardi di dollari) prevede la costruzione di nuovi sistemi di canalizzazione, la creazione di dune costiere, il rinforzo degli argini dei corsi d’acqua per consentire a trasporto pubblico, viabilità, sistema fognario, assistenza sanitaria, energia, distribuzione alimentare di continuare a funzionare durante le situazioni di emergenza. E ancora il ricorso ad una serie di strumentazioni come verniciare di bianco le coperture dei palazzi e intensificare i green roof per aumentare l’effetto albedo e ridurre l’effetto isola di calore.

D’altronde, come sottolinea Valerio Gualerzi sulle pagine di la Repubblica, soprattutto la città è chiamata a rispondere alla sfida che le mutate condizioni climatiche stanno lanciando. “Le città ospitano più della metà della popolazione mondiale, consumano due terzi dell’energia e producono oltre il 70% delle emissioni CO2. Allo stesso tempo oltre il 90% delle aree urbane sorge sulle coste e nel giro di qualche anno sarà obbligato a fare i conti con l’innalzamento del livello del mare e l’intensificarsi degli eventi atmosferici estremi: tempeste, alluvioni lampo, ondate di calore e lunghe fasi di siccità” (cfr. V. Gualerzi, “La città a misura di uragani e siccità”, La Domenica- Next, la Repubblica 16.02.14).

A livello europeo, centri di ricerca, enti e organizzazioni stanno mettendo a punto documenti dettagliati per rendere le amministrazioni consapevoli dei rischi (tentativi ormai ripetitivi: le conferenze Onu sui cambiamenti climatici che si svolgono annualmente ne sono una valida testimonianza). In quest’ottica va letto il rapporto stilato dalla Deutsche Gesellschaft für Technische Zusammenarbeit sul trasporto urbano: si suggerisce di rivestire le coperture degli autobus con delle pellicole di color bianco bucherellate per contrastare l’innalzamento delle temperature e abbattere le spese per la climatizzazione.

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Margherita Breil, collaboratrice della Fondazione Eni Enrico Mattei e urbanista del Centro Euro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (a cui il ministero dell’ambiente ha assegnato il compito di redigere la “Strategia nazionale di adattamento”) avverte che alluvioni ed innalzamento del livello dei mari saranno tra le emergenze più diffuse, ciò significa che bisognerà ripensare alle modalità di gestione dell’acqua piovana nelle città (i sistemi fognari collassano sempre più facilmente) costituendo un sistema di aree in grado di trattenerne il deflusso temporaneamente. “Esistono soluzioni infrastrutturali: bacini di laminazione, canali e fossati, dighe lungo corsi d’acqua, soluzioni per il sistema di fognatura, ma anche soluzioni di couso, come per esempio piazze pubbliche e parcheggi utilizzati come aree di raccolta”. Rotterdam, osserva Piero Pelizzaro, responsabile della cooperazione internazionale del Kyoto Club, è un esempio di come gli interventi di salvaguardia possono connotare lo spazio urbano: la piazza Benthemsquarein con forma ad anfiteatro, che è in costruzione sotto il livello stradale, è pensata per svolgere un duplice compito, luogo di aggregazione e bacino di raccolta per l’acqua in eccesso durante le alluvioni (è prevista una capacità di 1,7 milioni di litri). Per Pelizzaro anche ai materiali e ai colori sarà affidata la vivibilità del futuro.

La questione siccità è il risvolto della medaglia che non deve essere trascurato, avverte ancora Margherita Breil: “Aumentare l’estensione di spazi verdi e la capacità di ritenzione idrica, come pure la capacità di ricaricare le falde acquifere con l’infiltrazione di acque piovane nel suolo, può aiutare ad affrontare periodi di siccità” (cfr. V. Gualerzi,la Repubblica 16.02.14, cit.).

Peraltro le previsioni sul mutamento climatico non sono confortanti. Secondo le analisi elaborate dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) a fine secolo la temperatura media globale aumenterà del 1,7-4,8 gradi a seconda dei tagli di CO2: prospettiva inequivocabile e che impone una ricerca tempestiva di risposte pragmatiche.

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