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Koolhaas a Venezia: la Biennale della Controriforma_di Roberto Sommatino

 

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Un ragionamento sul fatto che nessuno, neanche Koolhaas, può farci felici a modo suo.

 

Indimenticabile la XIV biennale d’architettura di Venezia: nessuna egocentrica archistar in laguna, Leone d’oro assegnato a un “non architetto” e regole nuove di zecca per la disciplina. Tutto bene quindi, o no?! Non esattamente.

Koolhaas, da par suo, ha affrontato di petto la principale impasse dell’architettura contemporanea, ovvero quella di non riuscire a fornire risposte condivise e stabili a una società che, un po’ a causa della pessima congiuntura economica occidentale un po’ per reazione alla frenesia formale imperante, è sempre più incline a richiederle concretezza e moderazione.

Egli, evidentemente, si è convinto che occorra una risposta che appaia asciutta, sobria, sostanziale, che riabiliti la reputazione troppo autoreferenziale dell’architettura e degli architetti; sceglie però, per questa ragione, di scartare tutte le strade di rinnovamento già avviate, ogni ipotesi nuova già sul campo, ritenendole inadeguate o insufficienti e pensando bene, invece, di spingersi fino a resettare il linguaggio stesso della disciplina. Ma nel fare questo manifesta un riflesso meccanicista – e per questo anacronistico – e forse una debolezza dettata dalla vanità, che lo spingono a imporre dall’alto una e una sola soluzione, per quanto radicale essa sia. Lui che odia passare per un’archistar diventa così qualcosa di molto più deteriore: un perfetto deus ex machina della ”irrisolvibile” trama architettonica contemporanea; e, in un estremo tentativo di rifondare la disciplina, finisce per concepire una riforma, anzi una controriforma, che tenta di arginare le inappropriate e manchevoli istanze (sempre a suo modo di vedere) provenienti dal basso.

Koolhaas fa, dunque, la prima imperdonabile scelta: non provare un approccio sistemico al problema; approccio che sarebbe intrinsecamente più adatto ad una situazione complessa come quella che si trova davanti. A Venezia avrebbe potuto mettere ad agire una mostra capace (o che almeno tentasse) di far letteralmente emergere una visione nuova dalla magmatica vicenda architettonica contemporanea. Egli sarebbe potuto diventare il silenzioso, ma non meno responsabile, catalizzatore delle sostanze in campo; e invece ha scelto di squarciare le nubi, scendere sulla Terra e imporre artificiosamente la sua soluzione.

Ecco che, poco a poco, prende senso anche il ricorso al concetto di “fundamentals”, intesi come elementi basilari tecnologici e funzionali di ogni architettura, e per questo, solo in apparenza, emendati da quegli aspetti strettamente architettonici che potrebbero sembrare autoreferenziali, arbitrari e superficiali. Ora risulta più chiara anche la scelta di premiare la carriera di Phyllis Lambert, “non come architetto, ma come committente e curatore”. Infine, ora si spiega perfettamente l’assenza delle archistar dai giardini della Serenissima, ovvero di quelle figure che incarnano più compiutamente lo scollamento dell’architettura dalle istanze della realtà quotidiana.

Koolhaas fa, insomma, una seconda imperdonabile scelta: rinunciare all’architettura per il “bene” dell’architettura stessa; egli cade in una tipica trappola demagogica (e molto attuale, per la verità) al pari di coloro che pretenderebbero di ristabilire la legge sospendendo temporaneamente la legalità.

E sì che “absorbing modernity” era (ed è ancora) il fuoco vero della questione, che pure qualche nazione partecipante ha colto: Giappone, Francia, paesi scandinavi, su tutte. Evocando questo concetto, egli aveva fatto sperare ai più ottimisti e ingenui (tra i quali non facciamo fatica a collocarci) in una vera e propria messa in mostra della modernità plurale dell’era della globalizzazione; pregustavamo di vedere esemplificate le non scontate peregrinazioni per il globo dei memi architettonici di successo, le loro trasformazioni in nuove “patrie” e nuove tradizioni. Credevamo di poter assistere alla mangnificazione di questo processo (magari correggendone quella visione troppo centrata a Occidente) per vedere spazzate via, una volta per tutte, le vuote nostalgie, le subdole tentazioni reazionarie e gli insensati steccati identitari.

Eravamo anche pronti, pur di avere tutto ciò, ad accettare temporaneamente di vedere l’architettura smontata in pezzi, volgendo per un momento lo sguardo al passato ma soltanto per riallacciare i fili di questa magnifica storia ancora una volta non raccontata.

1 Comment

  1. Francesco Ranocchi 12/06/2014 at 12:33

    Vediamo un po´… l’articolo “mi piace”, complimenti.
    Ma il fattore “critica” nel sistema che tu stesso decrivi, inizia a essere “fondamentalmente” marginale: uno dei fattori, degli elementi, dei microcosmi che interagiscono insieme; uno dei molti giocatori che partecipano allo scambio.
    Anche in questo senso tu ben cogli l’inopportunità di “voler insegnare la strada” e di tentare di venderci un’altra banalità come parola divina. Ben rimarchi che il re è nudo e lo abbiamo tutti (quasi…) scoperto da tempo, per cui RK non può insistere coi suoi giochetti. Al riguardo, detto in modo colloquiale, trovo RK un poco lesso, e il dubbio che mi rimane è che cosa si sia lessato in questi anni, cosa ci fosse…
    (Sempre in forma colloquiale, scherzavo definendo l’operazione XIVB un Moa casa radical chic, battuta prontamente acquisita da LPP e popolarizzata per il pubblico di massa come SAIE radical chic – anche se il Moa casa, con la volontà di influire sul gusto, era forse più idoneo).
    Ma anche nel tuo scritto, quel problema del circolo vizioso che delinei, tende a rimanere.
    Se da un lato è anacronistica e velleitaria la posizione di RK, quando parli di “magnificazione” del processo architettura-modernità plurale, implicitamente indichi un altro procedere selettivo, per quanto volto a includere una panoramica ampia e non un’istruzione elementare. Si tratta di un’altra azione “modellizante”, cosa ribadita dai giudizi che aggiungi, come “per vedere spazzate via, una volta per tutte, le vuote nostalgie”. Ora, questo giudizio è senz’altro condivisibile (almeno da parte mia), ma più che opporre una istruzione a un’altra, sarebbe necessario indagare le ragioni (di fondo…) di questa kermesse globale, di questa “costruzione di coscienza anteriore al nostro agire” che comporta l’essere società oggi. Non esaltarne un aspetto, o un’altro, insomma i vari, presunti, sgrammaticati pezzetti che la compongono, sia che siano distillati in un catalogo, sia che siano raccolti in una mostra o in una narrazione verosimile.

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