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Sotto al Campanile tutto il Mondo è Paese – di Cristina Senatore

disegno campanile@Cristina Senatore

Avevamo fatto un pezzo di strada a piedi in salita e Giulia si era stancata, così arrivate nel piccolo slargo sotto al campanile scorta la panchina all’ombra del grande albero si volle sedere. Oppure forse si volle fermare un po’ là perché quell’angolino di paese le dovette sembrare un piccolo salotto. Da noi, dove abitiamo, nella periferia a nord di Napoli, per strada non c’è un posticino così [pulito e tranquillo come un salotto] dove potere sostare.

Giulia si era seduta sulla panchina e io accanto a lei, poi lei ha incominciato ad alzarsi e a risedersi, a giocare da lontano con un gattino, a muoversi, a fare piccoli giri come fanno i bambini che con la scusa di volersi fermare a riposare si prendono il tempo per osservare le cose e tentare di approcciare ad esse per conoscerle, giocando.
Io guardavo Giulia e una signora anziana che era seduta fuori alla porta della sua casa, qualche metro più in là, guardava noi. Me ne ero accorta ma poiché non avevo voglia di mettermi a parlare con lei avevo fatto finta di niente. Il suo sguardo però era così insistente che non ho potuto fare a meno di farle un cenno di saluto. Le è bastato l’accenno di un “buonasera” per attaccare bottone.

La Signora: Buonasera [sorriso] non siete di qui, non vi ho mai viste, è la prima volta che venite? che ci fate qui? Qui poi.. in questo paesino dove non c’è niente, come ci siete arrivate?!
Io: Il paese lo abbiamo scoperto per caso. Ci è piaciuto e così è qualche anno che ci veniamo. Abbiamo preso una casetta, ci veniamo solo d’estate. Veniamo da Napoli.
S: Uh! Che bello da Napoli! Io ho dei cugini a Napoli. Venga, si sieda, mi scusi se ho le gambe tirate su, le devo tenere così, sa la circolazione…

[La signora distinta, di bell’aspetto, curata, portava i capelli corti ed era senza trucco, indossava un camice a fiori di quelli che si tengono in casa che però era perfettamente pulito e stirato come un abito da passeggio, era seduta su una sedia e aveva le gambe appoggiate su un’altra sedia, proprio come si potrebbe fare in casa, anche in salotto, quando non si hanno ospiti, magari guardando la tv].

Ho dei cugini a Napoli, ma non ci vediamo da tanti anni, tutti medici e ingegneri [e mi ha fatto un paio di cognomi tipicamente partenopei]. Sa… siamo una famiglia di medici e ingegneri. Lei, ha detto essere di Napoli, quale è il suo cognome?

[La signora parlava in fretta e io facevo un certo sforzo ad afferrare tutto quello che mi diceva e chiedeva mentre ero concentrata su Giulia che giocava lì intorno. Quando mi ha chiesto il cognome mi è venuto spontaneo, per una specie di istinto di ribellione, usare il mio cognome da sposata, che in genere non uso mai. Mio marito ha un cognome di origine spagnola. La signora sentendolo ha contratto immediatamente il viso in una smorfia quasi repulsiva, era la reazione che mi aspettavo, quella che avevo voluto provocarle con la mia risposta dispettosa.]

S: Ma questo non è un cognome napoletano! Che cognome è?!
io: [con un mezzo sorriso] è spagnolo, è il cognome di mio marito.
S: Suo marito non è italiano?
io: Si è italiano, è napoletano, ma ha un cognome spagnolo, di un ceppo che pare si sia insediato alcuni secoli fa prima in Sicilia e poi a Napoli.
S: [con aria di disapprovazione]… Capisco. [Quasi senza pausa] Dove avete casa qui?
io: Accanto alla farmacia, ha presente?
S: Ma certo!! Ho capito benissimo. Però è scomoda, ha le scale all’interno! Casa mia [indicando il bel portale in pietra e la pesante porta in legno lucidato che le stava chiusa alle spalle] è tutta su un piano. Dentro ha dei dislivelli, al massimo uno o due gradini. Vede [indicando con la mano nella stradina accanto]? La mia casa arriva fin dove è la casa gialla [diversi metri più sotto nella stradina pendente] è una delle case abitate più antiche e meglio conservate del paese, ha i soffitti con le volte a botte e a crociera, il pavimento in cotto rosso che ho fatto sistemare, cantine e granai, è abitata da 300 anni dalla stessa famiglia. Era di mio marito [dicendo il cognome del marito]. Io non sono di queste parti, mio marito lo era, questa è la casa dei suoi genitori, della sua famiglia [ridice il cognome del marito]. Adesso io ci vengo d’estate, a Natale e a Pasqua. L’ho fatta ristrutturare, le ultime cose le ho fatte quando sono andata in pensione. Sono una insegnante in pensione.

[Le faccio i complimenti per la casa. Intanto passa una signora e la saluta: “ciao Marta!”. La signora risponde al saluto, poi si rivolge a me a bassa voce…]

S.: “Marta!”. Una volta dicevano “donna Marta!” adesso danno il “tu” e chiamano per nome. La famiglia di mio marito era una famiglia di medici e ingegneri, dava da lavorare nel paese, questo è un paese di contadini, povera gente. Mia suocera regalava loro pane e formaggio.
La settimana scorsa ho chiesto alla figlia della mia vicina di aiutarmi a pulire le grandi botti antiche della cantina e quella è venuta, quest’altra signora di fronte che l’ha vista venire, vedendola le ha detto nel loro dialetto: “ma ancora la serva a loro vai a fare?!” e la ragazza il giorno dopo è venuta a dirmi che non mi avrebbe più aiutata.
Loro è come se volessero riscattare oggi la loro posizione di contadini, quella dei loro avi. Si sono tutti ristrutturati le case. Mi invitano ad entrare e mi fanno vedere i mobili nuovi e i bagni.
Lo sa che mi ha chiesto una signora che abita più giù di là? [indicando con la mano la via, abbassando il tono della voce e protendendo il collo verso di me che le ero in piedi di fronte] “Marta ma tu ce l’hai il bagno?”… Mi chiedono se io ho il bagno?! Questa è stata la prima casa del paese ad avere avuto il bagno in casa! In una casa di ingegneri! La famiglia di mio marito progettò e costruì di per sé la fognatura che conduceva fino al fiume. Poi loro successivamente, e senza permesso, hanno creato i collegamenti a questo primo impianto.
Mi invitano ad entrare in casa e mi mostrano i mobili nuovi e il bagno che per loro è fonte di orgoglio, il simbolo del loro riscatto! Si sono fatti dei bagni enormi! Certe stanze da bagno grandi come stanze da letto! Mentre io conservo il piccolo bagno! Loro si vestono e si truccano per uscire a comprare il pane, mentre io magari esco con il camice che ho in casa.

[Giulia aveva finito i suoi giochi e già da un po’ mi tirava il vestito perché venissi via e io stretta fra la sua pressione e la signora parlante, sorridevo, annuivo e cercavo di trovare il momento giusto per congedarmi senza essere scortese. Appena la signora fece una pausa nel discorso approfittai per dirle che era stato un piacere “conversare” con lei.]

S.: il piacere è stato mio! Sono molto contenta di averla conosciuta! Peccato che domani debba andare via, che l’abbia conosciuta così tardi! Magari ci vediamo la prossima volta!

Io: si [sorriso],  magari [sorriso].

 

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