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Cronistoria affettiva di un’impresa che chiameremo: ZOE – di Claudia Ferrini

Cronistoria affettiva di un’impresa che chiameremo: ZOE – di Claudia Ferrini

(Nulla più che un aneddoto vintage, niente meno che una grande metafora).

Uno dei ricordi più cari che ho riguarda una gita di istruzione con la classe, alle elementari.

Era il 1994 e in una calda giornata di primavera le maestre ci portarono a visitare il Circo di Massenzio e il mausoleo di Cecilia Metella. (Siamo a Roma, sulla via Appia Antica, la Regina Viarum).

Per l’occasione, non dovemmo neanche indossare il grembiulino: era la prima volta che facevamo lezione fuori dall’ aula, in missione operativa lanciati sul territorio per imparare qualcosa di più sugli antichi romani. La cosa ci sembrava effettivamente interessante, e noi tutti, bambini curiosi e mediamente disciplinati, pascolavamo nel complesso archeologico tutti avidi di conoscenza.

Ciò che più mi colpiva e che proprio non mi andava giù era il fatto che la mia casa si trovasse proprio lì a due passi e che avevo già osservato quei luoghi a cavallo della mia bici ogni domenica mattina senza però pormi il problema di cosa fossero esattamente.

Li avevo riposti lì, nella categoria “res extensa basica, inerte, priva di particolare importanza”. Quindi semplici arredi urbani, “molto antichi” certo, come suggeriva mio padre, spesso intasati di turisti. Simboli attraverso cui potevo identificare il mio quartiere e dalla cui immagine ero decisamente assuefatta. Tendente all’ impassibile, diciamocelo.

Quel giorno di primavera accaddero in sequenza tre cose degne di nota. Arrivarono le fate della conoscenza e posarono sulla mia culletta tre doni, fatti con la stessa sostanza della magia: la dettagliata spiegazione del sito archeologico (attraverso la voce flautata dell’audio guida “maestra Bianca”); l’apparizione all’interno del gruppo classe di nuovi interessanti personaggi quali aurighi, senatori e matrone romane; la rivelazione.

La rivelazione consiste nel fatto che quei monumenti, all’improvviso, li trovai bellissimi, completamente diversi. Sentivo l’esigenza di esplorarli ancora, di esplorarli meglio: esigevo da loro qualcosa in più. Per la prima volta, conoscendone storia e valore, li sentii veramente miei.

Potevo confrontarli per come erano e per come erano stati, per come si ponevano nei confronti della mia vita vissuta e con le vite vissute dagli altri di ogni tempo. Iniziavo, a quanto pare, a sviluppare un diverso tipo di ricettività nei confronti del mondo intorno a me, una curiosità a tutto tondo suddivisa equamente in una certa percentuale di affetto, una di rispetto, una di gravità. Così l’imperatore Massenzio mi sembrava un’entità non più tanto astratta se aveva passeggiato proprio dove mi trovavo io, e pure un pallido cubetto di marmo, se aveva la capacità di raccontare delle storie, poteva rivelarsi decisamente molto simpatico.

Quel giorno avevo ricevuto il mio pass personale per accedere nel regno del sapere, finalmente padroneggiavo tutti i segreti della storia e dell’antichità: questo faceva di me non solo un’adulta. Faceva di me un’eroina contemporanea.

Le mie incursioni nei luoghi dell’archeologia si intensificarono. A Roma, da questo punto di vista, è tutto molto facile. Poi si estesero a quelli dell’arte. Idem. Dovevo assolutamente perquisirli con tutti i miei sensi, riporli nello zainetto della conoscenza e trarne buoni insegnamenti. Perché questo, quarta magia, mi sembrava di capire: che sempre le scoperte sull’arte si accompagnavano non solo allo scatenarsi della fantasia ma anche a un desiderio di introspezione, investivano verità emotive e verità morali ed emanavano valori legati ai sentimenti e alle passioni umane. Si ripercuotevano quindi non solo sull’intelletto, ma anche sui miei comportamenti e sulla mia sensibilità, mi insegnavano a stabilire collegamenti, porre quesiti, modellavano le dinamiche delle relazioni sociali. Assorbendo le mie riflessioni, mi sublimavano la vita.

Così un bel giorno fu tutto molto chiaro. Non volevo più fare l’astronauta e neanche il medico. Volevo ufficialmente occuparmi di arte, perché credevo nel suo immenso potere e nel suo ineguagliabile primato di generare comprensione, riflessione, virtù e coesione tra gli abitanti di questo mondo. O, prima ancora, di guidarci nell’interpretazione delle nostre coscienze, dello spirito e del giudizio, di ascoltarci nei silenzi ricongiungendo tante identità a tante storie diverse.

Glielo dovevo a Leonardo, a Ingres, o a Duchamp, ma anche al più anonimo tra gli scalpellini del Bernini. Non potevo cavarmela con una, seppur immensa, ammirazione custodita in cuor mio: il mio personale ringraziamento nei confronti dell’arte e della cultura tutta, doveva essere una cosa molto seria, ben strutturata e doveva porre solide basi per il suo stesso sviluppo. Ma soprattutto, doveva essere un modo per condividere con gli altri quel dono che ci accomuna tutti e che chiameremo: la capacità di meravigliarci.

Per questo è nata ZOE.

Quando si decide di impegnarsi ufficialmente come valido membro nella società e di offrire il proprio contributo bisogna innanzitutto: farlo onestamente, farlo coscientemente, presentarsi e motivare le proprie scelte. Ecco, io sono quella con gli occhiali e lo zainetto davanti al Circo di Massenzio, mi riconoscete dal caschetto e dalla frangetta un po’ bombata, anni 90. Allo stesso tempo sono quella che oggi vi scrive dall’ufficio e che qualche esperienza in più rispetto alla sé del 94 l’ha fatta: si è laureata e già da un po’ svolge la professione di critico e curatore d’arte ed eventi culturali.Davide ancora non ve l’ho presentato. Lui è un archeologo, uno storico, un docente, un autore di saggi, un project manager, un appassionato.

E ZOE, che significa “essenza della vita”, l’abbiamo fondata noi due mesi fa, sulla convinzione che la cultura sia energia per la vita. Quindi va valorizzata, raccontata, percepita, approfondita e rinnovata strenuamente con le idee a confronto, la didattica, le pratiche espositive, i processi interattivi. Nulla di nuovo, eppure tutto ancora da inventare. Per dirla con la Arendt: la cultura persegue la bellezza, un fermento che impedisce alla realtà sociale di fermarsi costringendola ad auto trascendersi continuamente. Ci rende acuti interpreti della società e dell’etica, tutti insieme. Per questo ZOE è un’impresa sociale no profit che si occupa di valorizzare il patrimonio culturale attraverso la ricerca, la sperimentazione e la realizzazione di servizi per ampliare il pubblico (e gratuito) accesso ai suoi contenuti culturali.

Ormai ci siamo presentati, siamo in confidenza e siamo anche alla cinquantesima riga di testo. Vi lascio con un po’ di pathos e vi anticipo che di eventi, nel pentolone di ZOE, ne bollono già tanti. L’arte contemporanea ne sarà protagonista, come fattore di aggregazione, coesione sociale, riflessione sull’identità. Si approprierà di spazi inconsueti, itinerante e nomade come il pensiero. Si farà rete sia fisica che concettuale. E quando meno ve l’aspetterete, ci inciamperete dentro.

Ma questa non è mica una minaccia, è una promessa, per l’appunto, di stupore e condivisione.

La quinta magia.

 

 

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