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Introduzione alla Häring saga
La storia la scrivono, si dice, i vincitori per poter giustificare il loro operato di fronte ai posteri. Ma la costruiscono anche coloro che vogliono diventare vincitori per poi essere riconosciuti tali. E così mettono insieme, pezzo per pezzo, verità dopo verità, bugia dopo bugia, esagerazione dopo esagerazione, omissione dopo omissione un racconto convincente e vendibile: per esempio quello del Movimento Moderno e della triade Mies, Le Corbusier, Gropius. Proviamo invece a immaginarcene un altro: in parte reale in parte fittizio, come del resto lo sono tutte le storie. Troveremo, per esempio, che Le Corbusier puzza di accademia più di quanto abbia voluto far credere: il modulor, i tracciati regolatori, le sezioni auree. Che Mies incarna un formalismo non meno assolutista di quello dei precetti durandiani. Che Gropius inventò la mitologia del Bauhaus fuggendone le contraddizioni prima che le cose andassero per il peggio: infatti sapeva manovrare meglio la penna della propaganda che la matita del progetto. E poi ci fu Giedion che una bella ma delirante storia la scrisse, scomodando la quarta dimensione. E fece di tutto per togliere al racconto ogni particolare che lo potesse disturbare. Mies, Le Corbusier, Gropius, Giedion erano personaggi fuori dal comune, fuoriclasse. Le Corbusier e Mies autentici architetti. Gropius e Giedion inventori di mitologie. Ma i colleghi che i quattro seppellirono dietro la loro ambizione non erano da meno, solo che le loro qualità erano diverse, purtroppo tali da non assicurare loro un posto al sole nella futura storia che si sarebbe raccontata e tramandata. Tra questi sconfitti giganteggia Hugo Häring. Da tempo gli storici hanno tutte le tessere per disegnare un diverso affresco. Oggi è tempo di provare a tratteggiare seriamente almeno la sua sinopia.
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La voce Häring
Leggiamo la voce Häring nella Enciclopedia italiana: “nel 1929 è tra i membri fondatori del CIAM (Congrès International de Architecture Moderne), di cui è a lungo vice-rappresentante della sezione tedesca. Dopo l’avvento del nazismo rimane in Germania ma, quale esponente di un”’arte degenerata”, ha pochissime occasioni di costruire”. Sembra che ad osteggiarlo sia stato solo il nazismo. Si tacciono gli scontri che ebbe con Mies, che lo estromise dalla progettazione del Weissenhof, con Le Corbusier che arrivò a dire ” o lui o io”, con Giedion che lo volle fuori dal Ciam, con Gropius che si comportò come Ponzio Pilato. Già sembra proprio che il colpevole unico sia stato Hitler. Quando gli storici hanno tra le mani un mostro come lui, è semplice trovare il nemico e occultare le tracce del misfatto. E i supereroi del Movimento Moderno possono continuare a svolgere il loro ruolo di supereroi.
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Berlino anni venti
Tra il 1921 e il 1922 Häring si trasferisce a Berlino. Ha poco meno di quaranta anni. Divide lo studio con Ludwig Mies, un giovane architetto che di anni deve farne ancora 35, e che gli affitta parte della sua casa ad Am Karlsbad 24.
Mies è taciturno, bevitore e irresistibilmente attratto dalle donne. Si era separato dalla moglie e dalle tre figlie già dal 1918, forse a seguito di un figlio illegittimo natogli nel 1917 durante la guerra. Di Häring sappiamo meno. Frequenta il mondo del cinema. Aveva sposato l’attrice Emilia Unda e nel 1924 lavorerà con il regista danese Carl Theodor Dreyer. Berlino, era infatti una delle nascenti capitali dell’industria cinematografica. Häring disegnerà i costumi e le scene per il suo film Desiderio del cuore. I due architetti sono squattrinati e in cerca di occasioni. Si danno molto da fare per partecipare a tutti i circoli politicamente impegnati di architettura. Li vediamo insieme nel Novembergruppe e Mies nel Werkbund. E poi a fondare il Ring. Anche a quei tempi, se non sapevi cosa fare conveniva iscriversi a una associazione. Difendendo l’interesse collettivo, qualche lavoro sarebbe prima o poi venuto fuori. E difatti dieci architetti del Ring saranno impegnati nel 1927 al Weissenhof Siedlung che dirigerà lo stesso Mies.
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Marmo e Legno
Berlino in quegli anni è, nonostante la crisi e forse proprio a causa di essa, la capitale del mondo. Loro sono due provinciali con talento da vendere. Si chiamano, traducendo dal tedesco, Ludovico Miserabile e Ugo Aringa. Uno è figlio di marmista, l’altro di falegname. Per tutta la vita inseguiranno il destino imposto dalla nascita: Mies trasformerà il marmo delle lapidi tombali nella più algida e affascinante architettura del ventesimo secolo, Hugo cercherà di realizzare opere organiche come gli alberi delle foreste di Biberach. E’ stato il caso a far dividere lo stesso studio di Am Karlsbad 24 a due personaggi così diversi.
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La strada dell’architettura, la strada del costruire
Miserabile e Aringa si stimano e si vogliono bene. Almeno all’inizio. Secondo Blundell Jones, è Häring che aiuta a scrivere i discorsi a Mies che non ha alle spalle studi adeguati, mette giornate prima di tirare giù due righe e adesso vuole fare l’intellettuale facendosi coinvolgere nella rivista G.
Mies, come da sempre tutti gli architetti, ci tiene a passare per filosofo: ma come ha notato malignamente Philip Johnson, i libri preferisce tenerli in libreria, sfogliarli piuttosto che leggerli. Tanto ci saranno sempre degli storici zarathustriani che crederanno davvero che egli dedicasse le sue energie alla lettura di Nietzsche e di San Tommaso. E non afferreranno che l’architetto che amava i vestiti di buon taglio, i sigari cubani e le donne cavalline – tra queste appunto una soprannominata il Cavallo- detestava passare per carne da cannone e per tutta la vita stette a ritagliarsi il proprio personaggio, a partire dalla costruzione del cognome. Häring non scorderà mai gli anni dello studio di Am Karlsbad 24 e a Mies rimarrà affezionato nel ricordo. Anche dopo essere stato da lui bruscamente estromesso dalla progettazione del Weissenhof. Anche dopo che Mies lascerà polemicamente il Ring. Anche dopo che Mies farà alleanza con quell’intollerabile sanfedista di Giedion e quell’opportunista e falsetto di Gropius. Si con Gropius, proprio con colui che Mies aveva criticato aspramente per essere un formalista, uno che l’architettura moderna la concepiva come trade mark e non come risultato di un processo. E così nel 1952 Häring ricorderà l’amico, con una punta di affetto e una di rancore: “quando lavoravamo insieme avevamo chiaro che ognuno andava per la propria strada: Mies quella dell’architettura, io quella del costruire”. Osservate questa foto dei due da vecchi. Mies giganteggia in primo piano, Häring sorride nello sfondo. A volte un ritratto racconta molto di più di un lungo testo: a Mies l’ Architettura, a Häring il costruire.
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L’anello
La più efficace idea di Häring e Mies è il Ring: una associazione che promuove e valorizza i professionisti che vi appartengono. Häring ne diventa il segretario. Mies, nello stesso tempo, ha un ruolo di primo piano nel Werkbund. L’operazione Weissenhof sfrutta la sinergia di queste cariche. Il Werkbund la organizza, gli architetti del Ring vi partecipano. Mies lo dirige. Mies e Häring progettano il masterplan. E voi vi lamentate dei giochini che fanno gli architetti di oggi per ottenere gli incarichi. La storia finisce bene per Mies che si rivelerà un eccezionale opportunista, male per Häring che in fin dei conti è un idealista. Häring insiste che gli architetti siano pagati a parcella. Mies, qualunque sia il compenso, anche basso, vuole procedere. Ma lo scontro tra i due ha anche altre ragioni: investe l’impostazione del masterplan.
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 Progettazione organica

Häring pensa al masterplan del Weissenhof come fosse un organismo di parti interconnesse legate all’orografia del terreno. Mies ne è convinto fino a un certo punto. Troppo difficile da realizzare. Meglio una sommatoria, uno zoo fatto di tante piccole gabbie sulle quali predomina il suo edificio. Guardate il complesso realizzato e non potrete non accorgervi che il progetto è nelle dimensioni e nell’ubicazione in sommità un monumento all’ego di Mies. Tutti gli altri in confronto sono dei nani. Non sappiamo se è Häring a uscire dal gioco o Mies ad estrometterlo. Certo da quel momento i rapporti tra i due si freddano. Mies si dimette dal Ring. Oramai l’associazione ha svolto la sua funzione e lui preferisce legarsi a Gropius e Le Corbusier. Sono loro i cavalli vincenti, quello organico-espressionista già si capisce che resterà al palo
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Funzionalità
Il critico Adolf Behne lo aveva capito immediatamente: sono gli organici, gli espressionisti come Häring i veri funzionalisti. Per loro infatti per ogni necessità c’è una forma, la migliore, la più adeguata, la meno generica. Per i classicisti come Mies e Le Corbusier a essere importanti sono gli universali, cioè in sostanza i metodi compositivi. Solo così si può capire la ragione per la quale Häring fa una stanza diversa dall’altra e Mies glielo rimprovera suggerendogli invece di fare spazi ampi e squadrati dove possa accadere di tutto. In fondo, lo scontro tra Häring e Mies è lo scontro eterno all’architettura: tra chi crede all’abito su misura e chi ai contenitori disegnati in forma sublime. A questo punto una domanda: ma il disegno delle foglie risponde alla prima o alla seconda logica?
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Metropolis 1922
Häring non è un architetto metropolitano, nel senso che non riesce, davanti alla grande città, ad avere quella freddezza, quell’algido distacco che ha invece Mies. Lo si vede al concorso per il grattacielo della Friedrichstrasse del 1922. Mies presenta un sublime cristallo tutto chiuso in se stesso, Häring un organismo troppo grosso, troppo cresciuto. Vorrebbe essere empatico, ma come fa un gigante a esserlo? Oltretutto non è un eccelso disegnatore e l’edificio sembra ancora meno affascinante di quello che è. La misura ideale di Häring è la piccola e media dimensione, o, ancora meglio, l’edilizia unifamiliare.
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Architettura organica
Ma quando si tratta di affrontare la piccola e media dimensione, Häring è insuperabile. Gut Garkau, eseguito tra il 1922 e il 1926, è una lezione di come si possa avere un rapporto pieno, intenso con la natura e i suoi materiali. Mille miglia lontano dalle scatolette di coloro che credono che si possa ridurre l’uomo a servomeccanismo di una macchina. L’architettura organica in Europa comincia da Häring e non da Aalto, come poi sosterrà quel gaglioffo di Giedion.
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Piante
Le piante degli edifici di Häring lasciano stupefatti. Appaiono sempre troppo complicate e un po’ tozze rispetto alla programmatica chiarezza delle piante dei maestri del Movimento Moderno: si pensi a quelle di Le Corbusier o di Mies. Qui non si progetta per fasce funzionali, per schemi ideali, per composizioni platoniche ma per organismi che si articolano nella terza dimensione e solo in questa trovano spiegazione. Mostrano che l’estetizzazione del disegno di pianta porta solo a una incredibile semplificazione della possibile complessità che può avere un organismo edilizio.
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Una tradizione negata
Siamo agli inizi degli anni venti. Sono tre edifici che avrebbero potuto cambiare il corso della storia dell’architettura: la fabbrica di cappelli di Mendelsohn, la casa a Kings Road di Schindler, la fattoria Gut Garkau di Häring. Ha vinto invece un’altra linea di ricerca.
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 L’imbroglio di Giedion
Ed ecco cosa scrive Häring di Le Corbusier e di Giedion. E’ chiaro che non ama entrambi, ma Giedion lo detesta proprio.
Anche a costo di fare affermazioni – Giedion è un ebreo- di cui forse se ne pentirà. Giedion, è in sostanza la sua accusa, sta riscrivendo la storia e nel riscriverla lo ha cancellato. Come lo aveva prima cancellato dal CIAM. E’ lui il mostro, il grande colpevole, il falsario. Colui che ha restituito, dalla sua cattedra di Harvard procuratagli dall’amico e beneficiato Gropius, una visione falsata e per sempre del Movimento Moderno.
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Conformismo
L’aringa scappa e torna a Berlino. Con questo schizzo Le Corbusier raffigura in una lettera a Giedion il suo successo: sono riusciti a estromettere Häring dal CIAM. D’ora in poi i Congressi di Architettura Moderna possono contare su un consenso bulgaro. Si può cominciare a costruire il mito del Movimento Moderno come fenomeno compatto e, naturalmente, guidato dalla triade Le Corbu, Mies, Gropius. Giedion il gaglioffo, da segretario del CIAM, ne sarà l’officiante. Gropius da parte sua indicherà in Breuer il delegato tedesco che sostituirà Häring. Si chiude così una delle pagine più brutte della storia dell’architettura contemporanea.
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Geometria
Il credo di Häring che disturba tanto Giedion e le Corbusier è riassumibile in poche parole: Le forme geometriche elementari sono astrazioni dell’intelletto. Se si costruisce in base a queste, si ottiene unità di forma, ma non un’unità con la vita, che è molto più complessa.
Le Corbusier a questa conclusione ci arriverà con il tempo. Ma sarà troppo tardi. Häring oramai è estromesso dal dibattito architettonico. Si sa, arrivare alle cose troppo presto, è sempre un errore.
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Gropius: il Dottor Sottile
Mettiamo in fila i pochi dati certi che abbiamo:
1) Tra il 1923 e il 1924 è fondato il Ring. All’inizio l’associazione è composta da soli 10 architetti: Mies, Häring, Bartning, Behrens, Mendelsohn, Poelzig, Schilbach, Bruno e Max Taut, Hilberseimer. Häring è il segretario.
2) A partire dal 1926 il gruppo si amplia ad architetti che lavorano fuori Berlino. Si arriva a 27 membri. Entra l’onnipresente Gropius, ancora sino al 1927 direttore del Bauhaus.
3) Nel 1927 dieci membri del Ring ottengono incarichi al Weissenofsiedlung. Tra questi Gropius. E’ la prima grande operazione di lobby condotta dal gruppo. Ma Mies e Häring litigano. Mies si dimette dal Ring.
4) Nel 1928 c’è il primo CIAM a La Sarraz. Häring va in quanto rappresentante del Ring. Cerca di proporre il punto di vista tedesco che si oppone a quello meccanicista e formalista svizzero-francese ( Le Corbusier -Giedion). Viene relegato al margine. Giedion fa di tutto per estromettere Häring. E infatti il tedesco non è tra i key speaker. Nel secondo convegno CIAM, Häring è il secondo delegato tedesco e non il primo.
5) Gropius all’inizio apparentemente cerca di mediare: sostiene Häring di fronte a Giedion. Dopo il primo CIAM scrive a Giedion una lettera in cui cerca di smussare gli angoli. Ma qualcosa ci fa pensare che si tratti di tattica.
6) Infatti al Ring c’è uno scontro feroce. Gropius vuole fare entrare nell’associazione Breuer. Häring e altri membri ( chi?) si oppongono alla proposta di questo nuovo socio. Forse perché temono che Breuer sia la lunga mano di Gropius e così voglia appropriarsi dell’associazione. Difatti respingono la proposta.
7) A questo punto Gropius si schiera apertamente con Giedion. Al terzo convegno Häring viene espulso dal CIAM. Il suo posto è assunto da Breuer, su indicazione di Gropius (Breuer dal 1938 sarà il socio di Gropius).
8) Häring accuserà più tardi Gropius (e, ovviamente, Giedion) di aver voluto la morte del Ring.
9) Emigrato negli Stati Uniti, Gropius chiamerà Giedion ad Harvard nel 1938 facendolo diventare Charles Eliot Norton professor of poetry.
10) Le sue letture del 1938-39 costituiranno la base di Spazio, Tempo, Architettura: la nascita di una nuova tradizione. il libro, pubblicato nel 1941, sancisce la gloria di Gropius, Le Corbusier, Mies come padri fondatori del Movimento Moderno.
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 Tempi confusi
Erano tempi confusi. Difficili per vivere. E così molti architetti fecero cose di cui poi si sarebbero pentiti o di cui avrebbero cercato di cancellare le tracce. Mies, per esempio, firmò un appello in cui appoggiò Hitler e Gropius partecipò a un concorso per la casa del lavoro tedesco addobbata con svastiche naziste. Entrambi erano tesserati alla Reichskulturkammer ( Le Corbusier, da parte sua, in Francia non si comportò certo da eroe). Ma ciò non servì né a procurare loro lavoro né a salvare il Bauhaus dalla chiusura. Häring cercava di proteggere la sua creatura, il Ring, con equazioni che oggi ci appaiono senza senso, ma in cui lui credette tutta la vita: la architettura del nord era quella moderna e organica tedesca, l’ossessione geometrica era invece un prodotto della cultura mediterranea, di Le Corbusier e di quel gaglioffo di Giedion. Anche questi pseudo-argomenti non servirono a nulla: per quanto cercasse di adattarli alle idee reazionarie dei nazisti, i nazisti erano ancora più reazionari, ancora più ottusi, ancora più integralisti. Volevano purificare la terra, mentre lui sognava l’arte.
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Häring e i quadri di Malevich
Ma in quei tempi anche il comunisti non erano fior di intellettuali. In Russia non si stava meglio. E il povero Malevich, che ebbe l’ardire di portare i suoi quadri a Berlino nel 1927 per una mostra, se ne accorse. Costretto a ritornare in patria dove lo attendevano tempi durissimi, lasciò i suoi quadri all’amico Häring che così ne divenne il custode. Fu preveggente: sarebbe stato più semplice occultarli ai nazisti che a Stalin. E così l’Aringa, ai suoi non pochi problemi, dovette aggiungere questo. Se oggi allo Stedelijk possiamo ammirare la splendida collezione suprematista è proprio grazie ai pericoli corsi da questo coraggioso architetto organico e espressionista. Allora, del resto, i confini tra le ricerche artistiche erano molto labili. Si viveva quella che oggi si chiama una fase di stato nascente e architetti e artisti avevano personalità multiple. C’era chi aveva uno pseudonimo dadaista, uno costruttivista e uno neoplastico. La chiarezza e l’unità di ricerca verranno dopo: quando inizierà la decadenza.
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Isole
L’ossessione di Häring era il Ring. Per salvare l’associazione si batté come un leone anche con i nazisti. Gli associati, però, come era prevedibile, badarono al proprio particolare e cambiarono strada. E poi la guerra annienterà i nazionalismi: la strada vincente diventerà lo stile internazionale, non una associazione di architetti tedeschi. La nuova capitale sarà New York non Berlino. Gli anelli che legano gli uomini tra loro durano poco, se non riesci a soddisfare interessi concreti, a istituzionalizzarli creando intorno a loro una mitologia, una storia fasulla. Se no sei un isolato, un idealista, uno che ha il torto di avere ragione. A continuare la strada di Häring sarà Hans Scharoun, un altro isolato, un altro idealista, un altro che aveva ragione.
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La sconfitta
La data fatidica è il 1932. E’ in quell’anno che si capisce che Le Corbusier, Mies, Gropius e Giedion il gaglioffo hanno vinto. E non solo per l’entrata in campo degli americani Henry-Russell Hitchcock e Philip Johnson con la mostra del MoMA sull’International Style. Ma per l’insuccesso della mostra di Vienna. Joseph Frank , uno dei membri del CIAM che detesta la cricca dei lecorbusieriani, organizza infatti un’esposizione edilizia che avrebbe dovuto mostrare l‘altra faccia del Movimento Moderno. E’ il salone dei rifiutati al Weissenhof: tra gli altri, Häring, Loos, Rietveld, Lurçat, Hoffman, Neutra. Ma la siedlung di Vienna è una sommatoria di contributi individuali e, per di più, timidi. I partecipanti hanno troppo buon senso per fregarsene del budget e non propongono documenti programmatici a forte valenza estetica ( bisogna però dire che, nonostante questo, anche le loro case si rivelarono care). E forse nessuno in quel momento ha la stoffa di un Le Corbusier, di un Mies, di un Oud. Risultato? Pochi si ricordano di questa mostra se non per un celebre appunto che Wittgenstein mosse a una casa di Loos.

P.S.
Anche allora c’era chi giocava su più tavoli. Per esempio l’ambizioso e infido Neutra.
Che però capisce che la sua comparsata alla mostra di New York vale molto di più che l’edificio a Vienna. Häring, come del resto l’amico Schindler a Los Angeles, sono dei cavalli zoppi. Il nuovo stile internazionale può, anzi deve, fare benissimo a meno di loro. Ma questa è un’altra storia che qualcuno prima o poi dovrà ricostruire.

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 Unità di ricerca

Uno degli aspetti più difficili da comprendere del percorso artistico di Häring è l’estrema differenza della sua produzione. Alcune opere sublimi, altre mediocri. Alcune spazialmente articolate, altre bloccate. Si dirà: nei casi in cui lavorava a budget contenuti, come nei progetti di edilizia popolari, teneva a freno la fantasia e si limitava a qualche balcone curvo, come alla Siemensstadt siedlung. Potrebbe essere una spiegazione. Che però non tiene conto che, da giovane ( lo faceva anche Mies), Häring progettava anche case in stile o realizzava due versioni dello stesso progetto: una in stile e una moderna. Certo è che questa relativa indifferenza al linguaggio, questo pragmatismo portato all’estremo, lo renderanno meno interessante agli occhi dei critici rispetto a personaggi che concepivano ciascun frammento della propria produzione come una tessera coerente di una ricerca linguistica ossessiva, strutturata e unitaria.

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 Torbole sul Garda, Häring e l’enciclopedia italiana

Leggo sulla voce Häring della Treccani: “In Italia ha realizzato un edificio scolastico a Torbole sul Garda (1938)”. Preso dalla curiosità ho cercato su internet: non si trova niente. Segno che di Häring si sono comunque perse le tracce. Delle due l’una: o si è dimenticato che l’opera è stata fatta, o anche chi ha scritto la voce “Häring” di Häring era male informato.

Giedion il gaglioffo ha vinto.

http://www.treccani.it/…/hugo-haring_(Enciclopedia-Italian…/

 

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Postscriptum: L’equivoco di Giedion
L’altro giorno, grazie alla domanda che una giovane architetto mi ha posto a una conferenza, ho messo finalmente a fuoco cosa mi infastidisce di Giedion dal punto di vista teorico.
La sua tesi principale, come è noto, è che spazio e tempo nella nuova architettura siano collegati . E per avallarla, mostra da un lato un dipinto cubista e dall’altro una immagine dell’edificio del Bauhaus. Attraverso la trasparenza delle vetrate del Bauhaus, sostiene Giedion, noi possiamo capire i vari strati dell’edificio: avere, per così dire una prospettiva quadridimensionale, esattamente come nel quadro cubista.
Ma contrariamente alle intenzioni di Giedion, così noi non abbiamo introdotto nell’architettura la dimensione temporale ma la abbiamo annientata. La dimensione temporale la si introduce solo se abbiamo visioni multiple dello spazio, più punti di vista. Se abbandoniamo l’osservazione onnisciente di Dio, che con uno sguardo afferra tutto ( cioè la strategia della visione fatta propria dalla architettura classica) , e introduciamo la pluralità delle impressioni e delle conoscenze degli uomini, il plurimo rapporto tra il corpo, i corpi e lo spazio. Insomma: l’idea di Giedion è profondamente autoritaria. E difatti, del Movimento Moderno, lui ama coloro che si avvicinavano a un nuovo classicismo, sia pure rinnovato rispetto a quello decotto delle accademie di Belle Arti di fine Ottocento. E riprende fuori tempo massimo, a trenta anni di distanza ( il libro è pubblicato nel 1941), il cubismo e non certo le altre avanguardie: espressionismo, futurismo e dadaismo. Giedion è il cantore della certezza; il Novecento, il grande Novecento, è, invece, il secolo della crisi.
Nell’immagine la celebre pagina di Spazio Tempo e Architettura nella quale Giedion compara l’Arlesienne di Picasso con l’edificio del Bauhaus
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 È interessante notare che Giedion, dovendo esemplificare la sua visione spazio temporale dell’architettura, prenderà l’opera meno indicata: il Bauhaus di Gropius. Ciò può essere giustificato con il debito di riconoscenza che lo storico aveva nei confronti dell’architetto che lo aveva chiamato a Harvard ( oggi parleremmo di marchetta). Ma anche con un’astuzia del critico per rendere plausibile la propria teoria: se avesse preso ad esempio un’opera di Le Corbusier, sarebbe venuto fuori il nesso purismo/cubismo e la teoria dello spazio tempo del Movimento Moderno, intesa come applicazione della prospettiva quadridimensionale, avrebbe perso in universalità. Il Bauhaus oltretutto ha l’aura, rispetto alle opere di Le Corbusier, di rappresentare la scuola del futuro: un racconto perfetto e eroico che pone Gropius ( e Mies che di quella scuola fu anch’egli direttore) al centro della scena. Una astuta quanto artefatta operazione di propaganda e di immagine, costruita a tavolino. Sarà Colin Rowe, con un saggio celebre sulla trasparenza di Le Corbusier a cercare di riprendere il discorso di Giedion e dargli consistenza. Possiamo anticipare che tutto ciò però porterà all’intellettualismo formalista di Eisenman: insomma, di male in peggio.

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