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Nuove dimore per l’Ape Maia – di Francesca Capobianco

04_1Sui tetti di Manhattan (www.clubmilano.net/2014/03)

Un’attività fino ad oggi inedita comincia a delinearsi nelle nostre città: è quella dell’apicoltura urbana, legata a migrazioni forzate o condizionate di sciami di imenotteri che abbandonano il loro territorio. Una tendenza partita dalla Francia come esperimento- progetto, che ha toccato diverse città europee e d’oltre oceano per approdare anche in Italia. Le api si avviano oggi a diventare una specie a rischio: le campagne non offrono più un habitat ospitale e il loro prezioso lavoro è costantemente compromesso a causa della diffusione di pesticidi, dei livelli crescenti di inquinamento, delle coltivazioni a monocultura, delle pratiche di agricoltura intensiva. Già alla fine degli anni ’90 le associazioni di apicoltori in Europa e nel Nord America avevano registrato e segnalato una progressiva moria degli sciami di api. Negli anni recenti il preoccupante fenomeno si è accentuato, con punte diverse, a scala globale: oltre alle associazioni di apicoltori, centri agroalimentari, associazioni ambientaliste si stanno movimentando per trovare rimedi. La campagna Greenbees di Greenpeace restituisce, in maniera efficace, lo stato dell’arte (vedi L. Rutigliano, “Greenbees: la campagna di Greenpeace per salvare le api e difendere l’alimentazione mondiale”, www.lecopunk13.wordpress.com, 24.04.14).

Nota Francesco Panella, presidente dell’Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani (Unaapi), che “le api sono la punta dell’iceberg di uno dei fattori indispensabili per l’uomo, l’impollinazione, e se le api non sopravvivono più nelle campagne questo significa che non sopravvivono più neanche coccinelle, libellule, farfalle” (cfr. “Miele, arnie di casa. Ecco l’apicoltura urbana”, espresso.repubblica.it/food; food&wine, 11.07.14). Dunque il nostro ciclo biologico rischia di essere stravolto: “un terzo del cibo che mangiamo e fino al 90% delle piante selvatiche dipendono dall’impollinazione delle api e di altri insetti impollinatori e 71 delle 100 colture più importanti per l’alimentazione umana sono impollinate dalle api, dai pomodori alle mele e le fragole” (cfr. “Miele, arnie di casa. Ecco l’apicoltura urbana”, espresso.repubblica.it, cit.).

Le api sono peraltro uno strumento attendibile per monitorare lo stato di salute dell’ambiente. Antonio Barletta, ricercatore e fondatore del progetto UrBees a Torino, la prima città italiana che ha raccolto la nuova tendenza, osserva: “su 50 mila api di un alveare ce ne sono 10 mila che sono bottinatrici, cioè volano per raccogliere nettare e diventano vettori che raccolgono informazioni ambientali. Dall’analisi del miele di ogni alveare possiamo trarre informazioni preziose su idrocarburi, metalli pesanti, pesticidi e radionuclidi. Le api sono dei bioindicatori in grado di dirci come cambia l’ambiente e concorrono a tutelare la biodiversità, per esempio, attraverso lo spostamento di pollini, favorendo lo sviluppo della flora circostante” (cfr. I. M. Scalise, “Api. Le sentinelle dell’ambiente sbarcano in città”, la Repubblica, R2 La storia, 10.09.14).

01_1Olivier Darné sul tetto dell’edificio dell’amministrazione comunale di Saint-Denis (urbanbackyards.blogspot.it/p/tremila-ettari.html)

Anni fa a Parigi l’artista-apicoltore Olivier Darné, dopo un attento studio sulla comunità delle api, iniziava il progetto-esperimento impollinazione urbana. Gli obiettivi sono quelli di avvicinare adulti e bambini ad una comunità di insetti, da sempre temuti, di far conoscere la flora e la fauna locale, di trasmettere la consapevolezza che ogni essere vivente svolge un ruolo prezioso nel circuito biologico. Un “momento” suggestivo del progetto è rappresentato dal lancio di palloncini contenenti semi che andranno ad abitare gli “spazi verdi” urbani. Nasce l’idea di portare le colonie di api in posti inusuali come i tetti: il tetto dell’amministrazione comunale di Saint-Denis, davanti alla cattedrale gotica, ha fornito la prima accommodation. Dopo il primo anno di attività, da quaranta alveari Darné e i suoi collaboratori (conosciuti come quelli del “partito poetico”) hanno ricavato due tonnellate di miele millefiori, il Miel Béton. Un miele che è stato certificato e messo in vendita nei luoghi dello shopping (Galeries Lafayette) e nei centri culturali (Centre Pompidou) della capitale (vedi M. Weiss, “Quanta vita sui tetti a Parigi”, Il Sole 24ore, Domenica, IL Magazine, 15.10.2010). Arnie sono state collocate anche sul tetto dell’Opéra, del Gran Palais, della sede direzionale della Louis Vuitton.

Londra fa la sua parte, l’interesse per le api si è esteso a macchia d’olio: parchi, giardini pubblici e privati, luoghi per il culto, coperture, barconi sul fiume. Dalla Royal Festival Hall alla sede di Fortnum and Mason’s, dove è possibile acquistare anche il miele prodotto; dalla Regis House con quaranta mila api da poco insediate all’edificio dello Stock Exchange, fino a raggiungere la copertura della Tate Modern.

02Associazione Apicoltori a Londra Nord (food24.ilsole24ore.com/…/mestieri-così-si-diventa-apicoltore-urbano)

Ogni quartiere è dotato di una propria associazione di apicoltori urbani: si va dalle 80 alle 150 persone. Negli ultimi anni, grazie anche alle campagne di sensibilizzazione, lo stesso comune ha promosso il progetto Capital Bee con l’obiettivo di persuadere gli abitanti che una condivisione degli spazi con i delicati insetti è possibile, il numero di iscrizioni è cresciuto a dismisura tanto che sono state chiuse. Emblematico della volontà di questa nuova alleanza è il progetto inglese Hive per l’Expo 2015: un alveare con un frutteto (cfr. D. Rattazzi, “Un’ape sul tetto”, D la Repubblica, news, 18.10.14).

Copenhagen, a sua volta, conta 700 apicoltori tra la città e l’hinterland. Prendersi cura delle api non significa solo promuovere economia, ma anche creare nuove occasioni di socializzazione e opportunità di accedere a nuove forme di lavoro: nelle scuole, nelle case di riposo per anziani, tra i senzatetto (vedi M. T. Manuelli, Il Sole 24 ore, Food 24, 28.10.14).

A Berlino Heinz Risse da lezioni nel Prinzessinnengarten, nel quartiere Kreuzberg: gestisce sette alveari, due sul balcone del suo appartamento, gli altri nei giardini dove incontra gli adepti. La capitale tedesca importa circa l’80% di miele dall’estero sottolinea Annette Mueller della Berliner Honig (la sede dell’azienda è vicino all’Alexanderplatz), poterlo produrre autonomamente non solo ha significato promuovere un prodotto locale andando a coprire un vuoto nel mercato ma poter acquisire un’ulteriore livello di indipendenza (cfr. M. Dell’Amico, “L’apicoltura urbana impazza anche a Berlino”, www.wired.it, 26.10.12).

In una città come New York gli apicoltori sono tra i 150 e i 200. Una figura di riferimento è Andrew Cote, fondatore della New York Beekeepers Association (l’associazione organizza corsi di formazione e si occupa del marketing dei prodotti) e dell’organizzazione no profit Bees without borders. Cote si prende cura delle arnie collocate sull’edificio di Brooks Brothers, sul Waldorf Astoria e sulla sede di Google. Inoltre si dichiara apicoltore itinerante, profondamente convinto che questa tendenza può rappresentare uno modo per vincere la povertà, sia nei paesi più bisognosi che in quelli meno (vedi D. Rattazzi, “Un’ape sul tetto”, 18.10.14, cit.).

In Olanda, a Maastricht, viene convocato anche il design per studiare le abitazioni delle api: una torre gialla, alta circa venti metri potrebbe essere di prossima esportazione (vedi I. M. Scalise, “Api. Le sentinelle dell’ambiente sbarcano in città”, la Repubblica, 0.09.14, cit.).

03Un’arnia lungo il Tamigi (food24.ilsole24ore.com/…/mestieri-così-si-diventa-apicoltore-urbano)

In Italia la città di Torino con il progetto UrBees, 20 arnie collocate in sei posti diversi si pone alla guida del movimento di opinione. Nel 2013 sono stati prodotti e venduti circa duemila barattoli di miele, ciascuno di 125 grammi.

Bologna dichiara un patrimonio di ottanta mila api e due arnie. Il centro agroalimentare (Caab) in collaborazione con il Conapi ha messo in campo il progetto bee-sos-tenibile (vedi “Miele, arnie di casa. Ecco l’apicoltura urbana”, espresso.repubblica.it, cit.).

Milano è sull’onda di Londra e New York, gli alveari potrebbero essere collocati sul Teatro alla Scala.

Roma ha dato il via, nel mese di ottobre, ad un ciclo di conferenze per illustrare i lati positivi di una forma di cultura finora confinata extra moenia.

Una nuova tendenza, quindi, e il prospettarsi di nuove attività sembrano aprire nuove possibilità per un progetto di crescita delle città. Tuttavia, come già sottolineava Luca Molinari (vedi L. Molinari, “Api in Città”, www.ilpost.it; 09.09.2011) il progetto nasce da un trauma, da una migrazione di specie e quindi da un malessere legato alla rottura dell’equilibrio dell’ecosistema. In altri termini la rottura del rapporto tra città e campagna a cui le comunità affidavano il senso di appartenenza ad un territorio. Un segnale preoccupante, quindi, per lo meno per due ordini di ragioni: il primo, per così dire funzionale, riguarda l’esaurirsi delle risorse e il degrado dell’ambiente fino alla crisi climatica; il secondo riguarda l’equilibrio del territorio- città e campagna, appunto- e lo stato attuale delle nostre città. Condizioni nelle quali le questioni che ora vengono alla luce, produzione a km zero e urbanizzazione a zero cemento, più che due opportunità rischiano di sembrare due percorsi in Utopia.

05_1Su un balcone a Torino (buonenotizie.corriere.it/2013/07/29/il-giovane-apicoltore-che-monta-arnie-sui-tetti-di-torino)

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