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Renzo Piano mon amour, i radicali con la sciarpetta di lusso, l’autonomia (operaia) che fa tanto tendenza, i liberal chic, Sonny Rollins e altre storie – di Marco Maria Sambo

AltreVisioni - di Marco Maria Sambo

   SGRUNT. Si è scatenata in queste settimane la contestazione accademica contro il lavoro di Renzo Piano e del gruppo G124 sulle periferie italiane, pubblicato come magazine allegato al Sole24Ore e disponibile gratuitamente sul sito dei G124 (Periferie n°1 – Diario di un anno di rammendo –  http://renzopianog124.com/ ). La solita storia italiana: appena si fa qualcosa di interessante c’è subito pronto il plotone degli esclusi che protesta a gran voce, talvolta per legittimo dissenso (ci mancherebbe), altre volte solamente per cercare una cooptazione in quel progetto o per ottenere qualche minuto di celebrità sfruttando l’onda mediatica degli eventi. Senza che nulla cambi, ovviamente. Perché il cambiamento, quello reale, progettuale, graduale, faticoso, politico, partecipato, disegnato e con il sudore costruito, quello no, non interessa a questo folto gruppo di manifestanti, a meno che non si tratti di un loro progetto o di una loro idea, di un loro articolo o di una loro pubblicazione-mostra-festival. Insomma, una malattia tutta italiana che stimola l’egolatria patologica e che sviluppa, in forma acuta, la febbre dei “rosicanti” (traduzione in Italiano: coloro che rosicano).

Ma tornando al progetto di Piano: finalmente si parla di periferia. Finalmente si riapre il dibattito. Finalmente un gruppo di giovani di talento ha la possibilità di progettare per cambiare, non di colpo, ma con lentezza e con giudizio, frammenti urbani degradati. Finalmente quei giovani saranno pagati, cosa difficile in questo Paese allo sbando. Finalmente Renzo Piano mette insieme alcune tra le migliori matite italiane, tra cui Mario Cucinella, Massimo Alvisi e Maurizio Milan, per formulare ipotesi e proposte, ragionando sulle aree da ricucire, con ago e filo, senza sparare astronavi e siluroni o, ancora peggio, chilometri e chilometri di edifici alla Corviale. Finalmente possiamo guardare la città dall’alto, osservare programmi di zona affrontando ragionamenti urbanistici. Finalmente non vediamo su di una rivista solamente l’immagine patinata dell’archistar di turno. Finalmente possiamo leggere –nel primo numero del magazine Periferie– bellissimi articoli che ci parlano di Pasolini, di immaginario collettivo, di “Sale di periferia”, di cambiamenti delle nostre città. Finalmente tutti si occupano di architettura e cambiamenti reali: giornalisti, architetti, critici, ingegneri, psicologi, esperti di ricerca sociale, maestri elementari, agronomi, autori della Rai, fino ad arrivare al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Finalmente si tenta di ricominciare a progettare (e Renzo Piano –con il primo numero della sua rivista– è solo all’inizio di questo percorso) con umiltà e con sapiente fragilità, coinvolgendo i cittadini, studiando i luoghi della città e non solamente i possibili guadagni delle speculazioni in stile Mafia Capitale. Finalmente un Senatore fa proposte concrete. Finalmente questo unico Senatore della Repubblica pubblica i risultati del proprio lavoro su di un magazine, realizzato ad hoc. Finalmente la politica si trasforma in progetto, anzi, il progetto è politico, indissolubilmente legato a un possibile cambiamento materiale, distante dalle dispute accademiche, tutte disegnate, della nuova tendenza di matrice autonoma -quasi extraparlamentare- che si addormenta con i santini di Manfredo Tafuri e Aldo Rossi. Finalmente il progetto è distante anni luce anche dalle dispute liberal chic per cui tutto va bene basta che sia molto fashion, molto fuori scala e possibilmente molto storto o a forma di mega tortellino galattico. Finalmente si riapre una metodologia, quella di Piano, lontana dalle discussioni tanto amate dai critici pseudo-radical con sciarpa di lusso, per i quali la rivoluzione è sempre permanente, contro tutto e contro tutti; ma sul “Che fare?” (per citare Lenin di cui conservano il santino) entrano un po’ in crisi.

Insomma, un grande caos, come da buona tradizione italica. Ma in questo caso, per nostra fortuna, c’è Renzo Piano con una idea di matrice socialdemocratica basata sul progetto e sul miglioramento progressivo della Società. E forse questa volta abbiamo ottime chance che il suo lavoro sulle periferie, tra qualche anno, si trasformi in qualcosa di realmente positivo e concreto. D’altra parte Renzo Piano è -nonostante i suoi detrattori- il più grande architetto italiano vivente e se non ce la fa lui a cambiare le cose, anche di poco, siamo fritti.

Festeggiamo queste inutili riflessioni ascoltando un leggendario brano di Sonny Rollins, “Don’t Stop The Carnival”, Live del 1982, a tutto volume, ballando come sempre sul nostro futuro. Ecco il link, Sgrunt a tutti:  https://www.youtube.com/watch?v=XiYms26Y098

 

Marco Maria Sambo

marco_sambo@yahoo.it

 

[ SGRUNT, numero 2 – 2014/2015 – Editoriale presS/Tletter ]

 

6 Comments

  1. Sebastian Di Guardo 15/12/2014 at 23:18

    sono perfettamente d’accordo con ogni parola dell’articolo. ineccepibile, ed è importante sottolineare come sia ben fatto questo lavoro nelle intenzioni e come l’atteggiamento del senatore Piano e la pubblicizzazione di questo lavoro sia corretto e infinitamente migliore di quello del resto del senato della repubblica. Ora spero di uscire dal RICATTO che questo provoca alla mia povera testa. aihmè. avere intenzioni lodevoli in questo paese è già così tanto..ma che dico, fare qualcosa di sensato è già così tanto, che una pulce sembra un gigante,,,ho personalmente sentito delle conferenze di questo gruppo, la seconda volta direttamente da cucinella (lui non lo scrivo con la C maiuscola a differenza di Piano). entrambe le volte si è parlato tra l’altro della mia città, Catania, e di una sua orrida periferia, Librino. sono rimasto disgustato nell’anima, e OFFESO come catanese e come architetto e come CERVELLO PENSANTE dalle assolute banalità che sono state pronunciate, dalla pochezza di proposte che vadano oltre l’aria fritta, dalla quasi nullità di elaborati, dall’insulto ai catanesi trattati come handicappati, dalla IMMORALE cancellazione di ogni tentativo, alcuni anche passati alle cronache internazionali, di riscattare un quartiere progettato e costruito secondo logiche DEFICIENTI che hanno la loro matrice nell’unità d’abitazione e più o meno quando negli usa cose simili si DEMOLIVANO con l’esplosivo

  2. guido 16/12/2014 at 01:07

    Qualunquismo tanto per cambiare.
    Perchè il tortellino, Piano e Rossi non possono stare assieme?

    per citare una canzone, come piace a Maria Sambo: “It’s only rock and roll and I like it”.

    Basta ‘sta cosa (mettere ‘sta è meno radical chic, ma se preferite potrei mettere “codesta”) deiradical vs i pragmatici, dei Tafuri contro Zevi, dei cosi verso i ciso ecc. ecc. Daje….per una volta, un po’ approfondimento teorico no?

    SGRUNTx2

    detto questo: sia il progetto di Piano, sia il tortellino (e qui l’autore dimostra di banalizzazzare un intero mondo architettonico) che le teorie di Tafuri non possono stare assieme?

    MILANO-ROMA 0-0; palla al centro.

  3. guido 16/12/2014 at 01:08

    e pure il pezzo di Rollins…uno dei suoi più banali. Jazz da colonna sonora di film soft-porn

  4. Enrico Mercatali 16/12/2014 at 18:31

    Credo che Piano sia il miglior architetto vivente al mondo. Si può non essere d’accordo sul suo primato mondiale, ma si dovrà convenire che sia almeno tra i primi 5. Condivido il contenuto dell’articolo

  5. giacomo 19/12/2014 at 00:40

    Seguendo questa logica critica:
    Questo commento è iper redical-chic!
    talmente radical che è contro la sciarpetta, e allora, conseguentemente, piano diventa accademico (in quanto io Zeviano sono piu radical del radical chic). Le accademie quindi sono ormai Pianiane. Di conseguenza però Piano è l’accademia e quindi è radical chic, però allora Aureli diventa anti-accademico, ma poi viene scavallato e assorbito dall’accademia, e allora piano torna radical, no! ora lo è Aureli, che passa a Cook che dribla a Koolhaas, che fa Goal ascoltando un brano di Sonny Rollins (che è di per sé un brano radical chic, essendo quel tipo jazz “easy listening, ma armonicamente complesso” che piace a tutti ma solo gli intenditori capiscono bene).

    Insomma….è un modo di ragionare questo?…ho le mie riserve.

    Saluti

    NB: io sono un radical-chic che fa finta di essere accademico, ma nel farlo dimostra di essere un anarco-liberale da tendenze staliniste filo Crociane

  6. Giovanni Durbiano 21/12/2014 at 11:15

    L’articolo non cita chi critica il Gruppo G124. Sarebbe utile arrivare alle fonti.

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