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Learning from Failures – di Michela Ricciotti

Failures

“Imparare dai fallimenti” e’ il tema di riflessione lanciato dall’arch. Boeri sul sito “the Tomorrow”, nel quale invita alcuni famosi colleghi a discuterne. Boeri cita quello che considera il grande insuccesso della sua carriera di architetto: il progetto della Maddalena per il G8, abbandonato dopo che il governo dell’epoca ne trasferì la sede all’Aquila mentre i lavori erano ormai in fase di ultimazione e, per la cronaca, tuttora in degrado.
(http://www.failedarchitecture.com/notes-­‐on-­‐la-­‐maddalena/)

Che cos’é il fallimento in Architettura? Perché non se ne parla? Può diventare un elemento di analisi da ricapitalizzare? Boeri parla esplicitamente di errori professionali, progettazione inadeguata o tecnicamente fallace. Sottolinea il fatto che tutti noi architetti costruiamo la nostra credibilità sui successi, i progetti realizzati, i riconoscimenti istituzionali, evitando di mostrare un lato della professione piu’ “oscuro”, percepito come un tabù dell’architettura: quello delle sconfitte. C’è da chiedersi in una societa’ che vive di superomismo e riconoscimento mediatico –non ultima la discussa etichetta di Archistar – quale buon motivo potrebbe esserci per comunicare e condividere pubblicamente errori o veri e propri fiaschi? Potrebbe equivalere ad un suicidio professionale.

Le prime risposte arrivano da Koolhass, Eisenman e Gregotti. Il primo rimanda la questione del tabù al contesto del mercato del lavoro, che decide chi reclutare e chi no; inevitavibile per Koolhass la considerazione che la formula del successo si traduce in una questione di sopravvivenza professionale. Eisenman afferma l’ inadeguatezza delle categorie successo/fallimento: si parli di buona o cattiva architettura. Gregotti, invece, introduce il filtro della Politica come misura dell’ esito positivo o negativo delle sue opere.

A dire il vero, gli architetti hanno a che fare tutti i giorni con piccoli insuccessi, dai quali puntualmente ricominciano. L’ambito del cantiere di un progetto, ad esempio, e’ quasi sempre “saga” dell’imperfezione e terreno fertile per l’errore: progettuale, di comunicazione, materiale. Non sempre vi si può porre rimedio. E’ un processo che rende la pratica dell’architetto tanto piu’ ricca di sorprese e soddisfazione, quanto più si riesce a trasformare quella possibilità di errore in occasione per migliorare l’idea iniziale. Provocatoriamente direi che questo processo di ottimizzazione è del tutto casuale. Casuale, non causale, come si vorrebbe. Ma l’insuccesso può essere un fenomeno altrettanto casuale. Anche la buona Architettura può essere ed e’ piena di storture, vizi costruttivi, scarsa sensibilita’alle istanze dei clienti o dei fruitori. La sua condizione di construenda – letteralmente, dover essere costruita -­‐ innesca una connessione profondamente diretta con la realtà: mutevole, imperfetta, inattesa.

Boeri si riferisce evidentemente anche ad errori di tipo strategico, alle capacita’ previsionali o visionarie della progettazione. L’Architettura deve dare soluzioni e/o visioni: questo quello che ci si aspetta. D’altro canto pero’ deve anche porre domande e creare dubbi filtrando in maniera critica le grandi questioni. Deve avere la forza di trasformare l’idea in una realtà attrattiva, dinamica, e possibilmente stupefacente. Ma le evoluzioni sono imprevedibili: un progetto si ferma per motivi politici, un’opera architettonica viene completamente alterata rispetto al progetto originario, viene modificata perche’ non piu’ aderente alle esigenze ultime degli utenti, alle condizioni economiche degli operatori immobiliari, ai gusti dei clienti, alle esigenze del mercato immobiliare, finanziario, pubblico.

Forse, dunque, vale la domanda inversa, apparentemente scontata e ampiamente discussa: che cosa determina una buona architettura, un’opera di successo, un riconoscimento? La risposta arriva da questi fallimenti, insuccessi, fiaschi, ovvero progetti reali o potenziali che attraversano diversi ostacoli fino a rimanerne imprigionati, esprimendo in questo modo opportunità mancate o, viceversa, scelte errate. In tal senso, il tema suggerito da Boeri diventa un nodo da sciogliere molto fertile per la comprensione di quella dualità -­‐dai confini ambigui-­‐ casualità/causalità, che molto spesso non consente di approfondire le dinamiche nel processo generativo dell’architettura.

8 Comments

  1. Pupak Bashirrad 24/01/2015 at 05:21

    On my opinion the answer more adequate between all, is the responsibility of architects to have a “vision and solution”, ” From us for us”!
    But regard the failures of architects i need to ask a question from Peter Eisenman if this is possible!
    My question is about an interview that had became in the Biennial of Architecture of Venice 2014 “Fundamentals” “www.dezeen.com/…/rem-koolhaas”
    Peter Eisenman says about Rem Koolhaas and his Biennal:

    “He’s stating his end,” said Eisenman, adding: “Rem Koolhaas presents the Biennale as la fine [the end]: ‘The end of my career, the end of my hegemony, the end of my mythology, the end of everything, the end of architecture’….

    Maybe I’m that architect that is intimidated to ring the doorbell of Rem Koolhaas and ask him: “is it really true? Is this the end of your mythology and the end of Architecture?” Is this a failure?

    I love so much Eisenman, more than Koolhaas but I don’t want to believe him in this!
    I want to ask him, yes maybe it’s true that 50 years ago the architects knew that it was the end of something in architecture, that in the new age of architecture the grammatical and the language of architecture because of new necessities of human and the “visions and solutions” was going to be changed, but nobody could knew that it was a definition for the end of modern architecture, and nobody couldn’t knew which would be the new path… The fundamentals!

    So as now in this new age of architecture, architects knows that the architecture is in changing but nobody could know in witch way this path is going to be run!
    All depends at the talent and creativity of architects!

    I think that the announce of Rem in Biennal was another thing, he was asking everyone
    “AND NOW”?
    And because of this he goes on the fundamentals! RICAPITOLARE!
    Obviously the path must go on, and it takes some time that Archistars could learn of their failures!

    Who could know if this path don’t change his way radically and who could know if between 50 years someone don’t come up to say that the language of architecture of the last century was another Brutalism?

  2. Agostino 26/01/2015 at 14:26

    Un “errore” ed un “insuccesso” NON sono la stessa cosa… anzi… inoltre non è detto che un “errore” porti sempre a risultati errati… ma a parte la filosofia, Boeri, dovrebbe una volta per tutte ammettere che l’ “errore” Maddalena è stato qualcosa di più ampio e complesso e ha riguardato un sistema, oltre un progetto del tutto fuori contesto. Più volte ha insistito su quel progetto spostando l’attenzione verso i risultati invece che sui più interessanti e istruttivi inizi del percorso… peraltro il risultato appare del tutto imbarazzante…

  3. MIchela 27/01/2015 at 10:15

    Agostino, penso che l’ambiguità tra errore e insuccesso sia un terreno fertile sul quale possono innestarsi le riflessioni che volevo portare alla vostra attenzione. Errore viene da “errare”, vagare senza meta, o sbagliare strada. Dipende quale accezione usi. In merito a Boeri, hai letto l’intervista completa al link? MI sembrava esaustiva; non una giustificazione, quanto un riepilogo di considerazioni sull’accaduto.

  4. Matteo Orlandi 27/01/2015 at 13:54

    BOERI invece di nascondersi dietro al G8 spostato per parlare in maniera retorica di un fallimento che alla fine non sarebbe il suo…..mi chiedo cosa sarebbe comunque successo al complesso se il G8 si fosse svolto a La Maddalena, forse nessuno ci ha mai pensato troppo seriamente….dovrebbe spiegarci perchè il suo Cerem di Marsiglia a più di un anno dalla sua inaugurazione ha completamente perso il confronto con il Mucem di Ricciotti come punto di riferimento per la città. Lasciamo perdere discorsi di sull’enorme ed inutile sforzo ingegneristico dello sbalzo su una piazza d’acqua chiusa..l’effetto dal vivo è anche trascurabile…ma vederlo praticamente vuoto mentre il gemello accanto brulica di vita che lo attraversa in maniera costante (è intelligentemente connesso con una passerella alla città vecchia) pone parecchie domande sulla vita inutile degli investimenti a breve termine.

  5. Matteo Orlandi 27/01/2015 at 13:59

    Se poi mi dite che Michela Ricciotti è una “Ricciottì” allora capisco perfettamente il vero messaggio dietro a questo articolo…vale anche in caso di Omonimia 😉

  6. MIchela 27/01/2015 at 14:33

    To Pupak. The core of the essay it’s more about the sense of the failure as a process in architecture, because architecture it’s a process in itself.
    Regarding the idea of End of something,like “God is dead”, or “Art is dead”, I’d say the End is a beginning of something else. If it is, so something else is coming. Actually, I don’t feel very intimidated as I consider it rather as an intellectual statement than a real thing. I think that understanding what is a failure and how it happen can help to discover more clearly the “talent and creativity” issue you refer talking about the practice of architecture.It is not a matter of archistars, nor to be a good or bad architect. What it interested me about what Boeri highlighted is to unveiled what nobody of us tells, but knows very well.
    And regarding the answerings of Kolhass and Eisenmann (which are both enourmous professionals) on the Tomorrow link (from which Boeri started the discussion) , I sensed that Kolhass gave a more honest answer, rather than Eisenmann who has more theoretical approach.
    At the same level of discussion on Biennale di Venezia you cited, Kolhass in its honesty just issued “the End” as a “Ricapitolare” from the Fundamentals, saying:” So guys what’s next?”
    See the link below:
    http://thetomorrow.net/conversations/failures-3/#letter-138

  7. Michela 28/01/2015 at 00:03

    Matteo, e’ un caso di omonimia.
    Ho visto l’edificio di Boeri a Marsiglia, e in effetti in confronto al Gigante Mucem e’ un Davide abbastanza debole. Rispetto al caso Maddalena, vale quello che ho scritto nel pezzo; dal mio punto di vista e’ tutta l’operazione un fallimento, e nell’operazione ci metto dentro anche la politica, che, come dice Rudy Ricciotti in un suo libro, e’ il gemello dell’Architettura: l’uno non puo’ muoversi se l’altro non da’ segnali. Ma tornando al tema prosposto, quello che conta e’ capire che un progetto che fallisce porta con se’ anche un bagaglio molto ricco di informazioni da non disperdere.

  8. Pupak Bashirrad 06/02/2015 at 02:26

    Michela about intimidation, it was regard the article of Biennal and what Eisenman says about himself 50 years ago!
    I know very well the case of G8 Maddallena I had seen the video and what Stefano want to say!
    But my idea was to have dialog with Eisenman and Koolhass! Anyway thanks!
    On my opinion the response of Stefano is more practicable!
    “Vision and solution” for me are such as “By us for us”!
    An ever green response!

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