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Toujours Charlie! _ di Roberto Sommatino

voltaire

Insomma, noi Europei, siamo o non siamo “Charlie Hebdo”? Certamente lo eravamo nel ‘700, quando, al chiarore dei lumi parigini, mettevamo a punto le nostre libertà anche facendo nascere nuove parole che le sorreggessero; alcune tra quelle stesse parole la cui possibilità di espressione, oggi, ci troviamo a difendere.

Pensiamo a “fanatismo”, in primis, che, nel clima della polemica religiosa di allora, venne schierata contro ogni cieca superstizione e che, non secondariamente, fu incaricata di sollevare “entusiasmo” dalla parte negativa del suo significato; oggi, praticamente nessuno di noi si sognerebbe di dire (pur non commettendo un errore) che il massacro dei disegnatori di Parigi sia stato effetto di “entusiasmo religioso”; ma tutti diremmo, ad esempio, di aver cominciato un viaggio “con grande entusiasmo”, non dissociando mai il termine dalla sua componente gioiosa.

E accanto a “fanatismo” dobbiamo ricordare “tolleranza”, altro vocabolo basilare che, anche grazie al Trattato” di Voltaire, contribuì in modo decisivo a fondare un nuovo universalismo laico, non religioso (non cattolico, nella fattispecie) ma basato esclusivamente sui diritti dell’uomo.

Eravamo “Charlie”, potremmo dire quindi in estrema sintesi, perché avevamo l’Illuminismo e Voltaire, e rispondere di sì, che lo siamo ancora oggi, com’è stato fatto istintivamente da molte persone, significa semplicemente ricordare, innanzitutto a noi stessi, che siamo i depositari di una preziosa cultura cosmopolita fondata (anche) sulla libertà di pensiero.

Ma, ad esempio, a proposito di Voltaire, lo siamo già un po’ meno quando non ricordiamo che proprio sua frase più nota (“disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto a dirlo”) in realtà è stata vergata nel 1906 da una donna: Evelyn Beatrice Hall, scrittrice inglese che pubblicava sotto lo pseudonimo maschile di Stephen G. Tallentyre. Un dettaglio rivelatore che ci ricorda come un burqa, in fondo, può avere molte fogge e non tutte così prevedibili.

Le nostre fragili, sgangherate e contraddittorie democrazie, per nostra fortuna, sono intrise del petrolio lampante del Settecento francese prima ancora che del greggio saudita; ma è pur vero che troppo spesso non siamo stati e continuiamo a non essere all’altezza del ruolo che abbiamo ereditato, tanto per schermirci con un eufemismo.

Per tutto questo (e nonostante molto altro) non possiamo dunque non dirci “Charlie”, ma non possiamo neanche perdere l’ennesima occasione per non dimenticarcelo più, senza aspettare che un altro dramma in cui scorrerà ancora il “nostro” sangue ci risvegli.

D’ora in poi, dunque, con rinnovato entusiasmo, siamo sempre Charlie, quotidianamente, non soltanto…hebdomadairement, s’il vous plait!

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