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Il Manifesto sull’Architettura in dieci punti – di Massimo Locci

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Il 15 gennaio scorso al Teatro Comunale di Caserta è stato presentato il Manifesto sull’Architettura in dieci punti, promosso dalla Commissione Cultura dell’Ordine degli Architetti di Caserta (presidente Elviro Di Meo), con il contributo di Camillo Botticini, Mario Cucinella, Riccardo Dalisi, Vittorio Gregotti, Andreas Kipar, Luca Molinari, Massimo Pica Ciamarra, Alessio Princic, Franco Purini, Luca Scacchetti. I contributi al documento sono raccolti ora nella rivista Mete.

I dieci punti individuati per affrontare l’attuale fase di crisi, pur disomogenei, sono condivisibili e riguardano: l’architetto, il progetto, l’etica, l’estetica, la preesistenza, il paesaggio, la città, la sostenibilità, la multiculturalità, la contemporaneità.

Trovo ancora centrali il tema dell’etica e dell’estetica, anche se come noto erano le parole chiave della Biennale Architettura di Fuksas e del Convegno dell’IN/ARCH, entrambi del 2000. Ciò dimostra che l’architetto da allora non ha recuperato il suo ruolo sociale di operatore culturale, capace di innescare positive trasformazioni del territorio, e che l’architettura non è più un’attività di “popoli felici che rende felici i popoli”.

In questi quindici anni la cultura architettonica ha ripetuto fino alla noia che l’Architettura costituisce interesse pubblico e come tale va incentivata.Purtroppo da allora pochi esiti positivi: l’alleanza tra forze interessate alla trasformazione dello spazio pubblico e dei diversi soggetti coinvolti nel sistema progetto (progettisti, forze culturali, amministratori e costruttori) rimane poco praticata, poche sono state le azioni concordi, anzi aumentano le conflittualità generate dalle nuove norme e rimane scarsa la domanda di architettura con standard prestazionali elevati.

La promozione della cultura architettonica appare relegata a piccoli ambiti di eccellenza e l’obiettivo dell’innalzamento della qualità è sempre più difficile da raggiungere, se si esclude lo strumento di tutela delle opere del passato.

Un problema ulteriore riguarda le modalità di trasmissione dei contenuti positivi di un intervento architettonico: spesso si traduce in una forma di schizofrenica incomunicabilità

E in una divaricazione tra le nostre finalità e gli orientamenti del sociale.

Non è solo un problema di normative e di riconoscimento di ruoli: le debolezze riguardano anche il cuore della disciplina. Non si può, infatti, sottacere la necessità di una profonda riforma degli studi universitari, promuovendo profili disciplinari più aderenti alle esigenze reali del paese, sostenere il confronto internazionale, intendere l’architettura come formidabile risorsa dell’economia.

La domanda è ancora una volta: le parole d’ordine e gli appelli, come quelli contenuti nel Manifesto dell’Ordine degli Architetti di Caserta, possono diventare azioni concrete e contrastare efficacemente le attuali carenze (normative, procedure, sistema dei cooptazione, scarsa innovazione) che incidono negativamente sulla qualità dell’architettura? Comincio a crederci poco. L’inerzia delle nostre Amministrazioni pubbliche e la loro scarsa propensione alla progettualità non ci fa ben sperare.

Un esempio evidente: tutti sanno che l’attività progettuale, in quanto processo, non può essere sottratta alla concorrenzialità delle idee senza subire perdite di valore e che il Concorso di progettazione è lo strumento più idoneo per assicurare vivacità di concezione; oggi viceversa viene favorito l’appalto di servizi basato sui fatturati o sulle riduzioni di onorari e tempi.

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