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Ma la Terra non basta più? – di Francesca Capobianco

sinai farm 01

Seguendo il ritmo di un’inquietante progressione, anno dopo anno, sembra che l’umanità stia consumando sempre più rapidamente le risorse naturali che ha a disposizione, dando fondo alle scorte del magazzino comune a cui è affidata la sua sopravvivenza: la stessa capacità del pianeta di rigenerarsi e quindi di ricostituire le risorse, di neutralizzare i rifiuti, compresa l’anidride carbonica, sta criticamente diminuendo. Parlano chiaro i dati analizzati dal centro di ricerca che studia l’andamento dell’impronta ecologica dell’umanità, il Global Footprint Network: nel 2013 l’overshoot day (superamento della quantità di risorse disponibili nell’arco dell’anno) è stato raggiunto prima di arrivare alla fine dell’anno, nel 2014 il 19 agosto era già scattata l’ora x, neanche otto mesi di equilibrio. Il nostro Pianeta Terra è diventato troppo piccolo: secondo lo stesso centro di ricerca allo stato attuale per soddisfare le necessità della popolazione mondiale avremmo bisogno di 1.5 Terre, ma prima della metà di questo secolo è probabile che ne occorrerebbero perlomeno 3 (vedi A. Cianciullo, “Siamo in deficit ecologico: le risorse rinnovabili sono finite”, www.larepubblica.it, 19.08.14).

Mathis Wackemagel, presidente del centro, sottolinea che: “il problema del superamento della capacità rigenerativa sta diventando la sfida del ventunesimo secolo: è sia un problema ecologico che economico”. D’altronde, ricorda Antonio Cianciullo: “Oggi, l’85% della popolazione mondiale vive in paesi che richiedono alla natura più di quanto i loro ecosistemi nazionali riescano a dare. E l’Italia è fra questi: consumiamo più di 4 volte le risorse disponibili sul nostro territorio. Peggio di noi il Giappone, (7 volte di più), e gli Emirati arabi (12 volte di più)”. Roberto Brambilla, componente di Rete civica italiana, ribadisce che bisogna agire sul nostro stile di vita, sul nostro sistema educativo modificandolo profondamente: eliminare gli sprechi e non inquinare devono diventare azioni chiave della nostra quotidianità. Il sistema produttivo deve e può dare un grosso contributo per essere efficacemente virtuoso (vedi A. Cianciullo, www.larepubblica.it, 19.08.14, cit.).

Ed è solo l’apertura a quella inversione di rotta del nostro sistema produttivo, necessarie, se pur non sufficiente, per garantire la sopravvivenza futura.

In questo contesto l’agricoltura biodinamica, i cui principi sono stati messi a punto dal fondatore dell’antroposofia Rudolf Steiner nel 1924, rappresenta un approccio consapevole per la gestione delle risorse (vedi www.rudolfsteiner.it; www.biodinamica.org; www.demeter.it ).

minya farm 02Alberi di palme, The Sekems Farm in El Minya
(www.sekem.com- ecology- explore sekem in pictures- ecological activities)

Il convegno dedicato a Oltre Expo: alleanze per nutrire il pianeta, organizzato a Milano dal 20 al 22 febbraio, dall’Associazione per l’agricoltura biodinamica, ha visto gli esperti provenienti da diversi paesi confrontarsi su temi quali il rispetto e la tutela del paesaggio, la protezione del suolo, i circuiti virtuosi, la diffusione dell’agricoltura biodinamica. Il presidente Carlo Triarico sottolinea che, a livello mondiale, la richiesta di cibo bio è in continua crescita e che l’Italia, nel panorama europeo, gioca un ruolo di leader: la formazione di nuove leve in questo settore consentirebbe non solo una diffusione maggiore delle conoscenze delle tecniche, ma la diffusione e valorizzazione di un modo di vivere e agire al fine di garantire all’uomo la sopravvivenza. Eppure l’Italia è un paese dagli eterni contrasti, vede e non vede: Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente onorario del Fai (Fondo Ambiente Italiano), esprime preoccupazione e tristezza per il “caso Toscana”, per l’emendamento approvato dal Parlamento nella notte del 21 febbraio, che prevede il condono per “gli inquinatori” ravveduti.

In ogni caso, la complessità della questione ambientale è il nodo attraverso cui passa e si misura ogni cambiamento, a partire dagli stessi assetti geopolitici fino alla configurazione formale dei nostri habitat.

Gli spettri oscuri che si delineano sullo sfondo sono quelli antichi delle paure primarie: Guerra, Fame, Sete.

Ricorda opportunamente Cianciullo che: “Nel 2050 l’80 per cento della popolazione mondiale vivrà in aree urbane facendo esplodere la richiesta di cibo, tanto che si sta già scatenando il land grabbing, l’accaparramento di terre fertili africane da parte di Stati e multinazionali” (cfr. A. Cianciullo, “Cibo bio e paesaggio: perché è un affare difendere la terra”, la Repubblica 22.02.15).

minya farm 03Farm Houses in El Minya (www.sekem.com- ecology- explore sekem in pictures- ecological activities)

La presa di coscienza della portata del problema è legata alla diffusione e alla comunicazione di quelle iniziative individuali e di quelle sperimentazioni isolate, spesso localizzate in aree particolari e prodotte da culture diverse.

Di grande interesse e significativa è l’esperienza portata all’attenzione dal medico e ingegnere Ibrahim Abuleish, vincitore del premio Nobel alternativo nel 2003, che ha fondato nel deserto egiziano, superando gli attacchi dei militar primai e degli islamici tradizionalisti poi, lottando contro l’utilizzo dei pesticidi chimici, l’azienda agricola biodinamica Sekem (vitalità del sole). Dopo ventuno anni trascorsi in Europa Abuleish ritorna in Egitto confrontandosi con una situazione critica: la popolazione era cresciuta a dismisura e continuava ad aumentare, non solo mancavano le abitazioni ma il cibo scarseggiava. Da qui ha avuto inizio l’avventura di rendere fertile porzioni di terreno completamente arido. Il percorso è stato lungo e impervio, dice Abuleish, ma alla fine i risultati sono stati tangibili: ”Oggi Sekem garantisce profitti, conta 2 mila dipendenti, ha trasformato in giardino 1.500 ettari di sabbia, ne sta riconvertendo altri 3.500, esporta in molti paesi, è al centro di una rete di 85 aziende biodinamiche egiziane che coltivano 20 mila ettari e danno lavoro a 12 mila dipendenti” (cfr. A. Cianciullo. “L’uomo che trasforma il deserto in giardino”, la Repubblica 21.02.15; www.sekem.com). L’azienda, inoltre, ha contribuito al miglioramento della qualità della vita della popolazione con una scuola, un’università, un ospedale per 40 mila persone e non solo, promuovendo innovazione con laboratori di monitoraggio del terreno, costituendo aziende di trasformazione dei prodotti provenienti dai campi strappati al deserto (cotone bio, tisane e farmaci ricavati da essenze naturali).

Peraltro, ricorda Giulia Maria Mozzoni Crespi, Abuleish aveva avuto modo di conoscere le tecniche dell’agricoltura biodinamica nella sua azienda agricola, la Zelata, a metà degli anni ‘70. Un intervallo temporale che rende ancora più pressante la considerazione che l’Italia avrebbe bisogno di circuiti virtuosi di questo tipo, ma per renderli possibili è necessario uno sforzo collettivo a larga scala e prima di tutto sono necessarie azioni integrate che mirino a fermare il degrado dilagante e a proteggere il territorio.

minya farm 04The Sekems Farm in El Minya (www.sekem.com- ecology- explore sekem in pictures- ecological activities)

In Italia i segnali di un cambiamento di rotta in “terre di confine” o in “situazioni difficili” sono ancora episodi isolati: è l’esempio dell’imprenditore di Capua, nella Terra dei fuochi, Enrico Amico che con la sua azienda ortofrutticola biodinamica da lavoro a 200 dipendenti tra i quali anche gli extracomunitari della zona; e ancora in Toscana, tra Siena e Grosseto, dove l’imprenditore Francesco Micheli con la costituzione di un lago artificiale ha assistito al ritorno di diverse specie di uccelli migratori; e infine dall’Alto Adige Alex Terzer sperimentando le indicazioni del filosofo Rudolf Steiner è riuscito a produrre un succo di mele che promette essere speciale (vedi C. Brambilla, “Uniti per la terra, le grandi sfide da Siena a Napoli”, la Repubblica 21.02.15).

In questa direzione si muove l’Expo di Milano 2015, Feeding the Planet. Energy for Life, alla cui apertura mancano meno di cinquanta giorni. Carlo Petrini, presidente di Slow Food, da voce all’esigenza di costruire un patrimonio di conoscenze e di informazioni che vada oltre la spettacolarità dell’esposizione, a partire dai contenuti di un laboratorio permanente delle variabili della sostenibilità ambientale. Tra le diverse iniziative in cantiere la Carta di Milano 2015 per l’alimentazione si propone come uno strumento globale contro la malnutrizione, lo spreco, l’inquinamento (vedi A. Gallione, “Expo, il gusto del futuro”, D la Repubblica, 17.01.15).

Ma davanti alla ricerca si apre un percorso insidioso, disseminato di resistenze ed ostacoli, anche, e forse soprattutto, nei paesi più ricchi e che rivendicano l’egemonia del pianeta. Ne è recente, ma non insignificante, testimonianza il documentario “Under the dome”, prodotto e autofinanziato dall’ex giornalista della televisione di Stato Chai Jing, sugli effetti dell’inquinamento in Cina, che denuncia i disastri e le storture di un modello di sviluppo destinato a sacrificare il più elementare diritto alla salute della popolazione in nome del potere economico (vedi L. Qin, “Smog populi: siamo stufi di soffocare”, www.cinaforum.net, 10.03.15).

El Adleya farm 05The Sekems Farm El Adleya (www.sekem.com- ecology- explore sekem in pictures- ecological activities)

In copertina: The Sinai Farm (www.sekem.com- ecology- explore sekem in pictures- ecological activities)

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