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Progetto Flaminio – di Massimo Locci

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Il 24 Giugno è stato annunciato il vincitore del Progetto Flaminio, concorso bandito per la trasformazione dell’area delle ex caserme di via Guido Reni a Roma. Contemporaneamente sono state rese pubbliche le prime immagini dei progetti dei 6 gruppi passati al secondo grado: P. Viganò con Studio 015 (Milano), vincitore; J.Navarro Baldeweg con E. Da Gai ( Madrid‐Roma); Caruso-St John Architects (Londra); KCAP Architects con SPSK (Amsterdam‐Roma) ; Labics con Paredes Pedrosa Arquitectos (Roma‐Madrid); IaN+ (Roma).

Diciamo subito che le soluzioni proposte non appaiono particolarmente convincenti rispetto alle potenzialità dell’intero ambito o innovative nel disegno urbano, come dichiarato durante la conferenza stampa. Tantomeno appaiono rappresentative dei diversi approcci possibili al tema della rigenerazione urbana di quell’area, né, dopo due mesi di lavoro aggiuntivo, risultano più approfondite rispetto a quelle escluse da subito dal gruppo di lavoro.

Le proposte dei “refusé” (240 gruppi candidati che hanno preso parte alla prima fase solo con un concept progettuale), da tempo presenti sul web, in molti casi risultano perfino più variate e stimolanti. Sarebbe interessante metterle tutte a confronto. Ci si domanda perché, viceversa, verrà fatta una mostra solo delle soluzioni ammesse al secondo grado. Perché non attivare un elementare principio di trasparenza e fugare i dubbi di continuità con i vecchi metodi (concorsi con predestinati e comprimari).

La logica della proposte selezionate, più che in linea con le finalità di riqualificazione urbana e con gli interessi della cittadinanza, sembra strumentale alle strategie finanziarie della committenza, CDP Investimenti Sgr. La società, emanazione della Cassa Depositi e Prestiti, aveva infatti richiesto di insediare nell’area delle ex caserme ben 35 mila mq di residenze (6000 per social housing), 10 mila mq di strutture ricettive e commerciali, 14 mila mq di spazi e strutture pubbliche, in particolare la Città della Scienza. Pur essendo considerevole l’estensione del lotto (5 ettari), lo stesso non appare sufficiente per l’imponente programma edilizio tanto che, dalle proposte progettuali, è emerso con evidenza la difficoltà di garantire adeguati ambiti non edificati e capaci di creare un reale spazio urbano. Ci si domanda se a qualsiasi investitore privato avrebbero consentito una tale ampiezza di opportunità (per cubature abnormi e destinazioni d’uso vantaggiose) e libertà di azione (poter modificare il PRG, nessuna verifica sui carichi di traffico etc).

Si pensi che il lieve arretramento dal filo strada, caratteristico del progetto vincitore, è stato eufemisticamente definito “una piazza lineare”; inoltre l’intero complesso che satura ogni spazio possibile, a parer loro, “individua una soluzione urbana in cui ciò che assume senso sono le relazioni e le centralità urbane”. La stessa Paola Viganò dichiara candidamente: “la fattibilità è il manifesto del progetto, un atto rivoluzionario in Italia, l’idea che sia qualcosa che si possa fare.” Sinceramente speravamo in qualcosa di più significativo, dopo anni di attesa di un concorso di rilievo urbano a Roma .

Anche rispetto alle tipologie edilizie appare singolare che siano state preferite soluzioni volumetricamente smembrate, assimilabili a un insieme denso di palazzine (più rispondenti alle richieste del mercato e degli immobiliaristi), rispetto a quelle unitarie e morfologicamente più variate e/o articolate.

Finalmente, dunque, si sono chiarite alcune scelte degli estensori del Bando e dell’Amministrazione apparse da subito e a molti poco logiche.

Innanzitutto non si era mai capito come mai si fosse avviato un processo partecipativo preliminare, con varie strutture attive nel territorio, ma degli effetti di questo confronto non si trovasse traccia nel Bando e meno che mai è ora rintracciabile negli esiti progettuali dei sei gruppi passati al secondo grado. Molte associazioni si erano esplicitamente già dissociate prima dell’inizio della consultazione, molte altre lo faranno adesso.

Senza voler mitizzare la pratica del confronto partecipativo, non si capisce perché attivarlo se non ci si crede veramente, se non si è in grado di mettere a confronto le esigenze della committenza con quella della cittadinanza. Soprattutto, appare poco rispondente al vero la dichiarazione finale della giuria che ha ne ha motivato le scelte: “ Il percorso di Progetto Flaminio, grazie al lavoro di tutti e 6 i finalisti ha progressivamente messo in luce le grandi potenzialità dell’area, coniugando le esigenze della cittadinanza, che abbiamo incontrato più volte, del Comune e della committenza”.

Sarei proprio curioso di sapere quale associazione di cittadini, culturale o di progettisti avrebbe suggerito di saturare integralmente la vasta area, con consistenti volumetrie, rendendo marginali gli spazi non edificati e del tutto incapaci di definire uno spazio pubblico.

Inoltre, il programma riguardava la rigenerazione e la trasformazione dell’area delle ex caserme di via Guido Reni che in molte proposte selezionate sono state integralmente o in gran parte demolite. Qualche gruppo ne ha conservato piccole parti, altri le hanno svuotate integralmente, altri ancora hanno conservato solo le facciate, trasformando i volumi in recinti.

Nella maggior parte dei casi il rapporto con le preesistenze è di tipo concettuale: ora si rilegge solo la sagoma in negativo, come assenza, ora come memoria astratta, utilizzando le facciate come un basamento per le nuove aggregazioni. Solo il gruppo di Navarro Baldweg affronta concretamente il tema del recupero, ma per rispettare le abnormi richieste del programma è costretto a concentrare sul margine una teoria fitta di consistenti blocchi edilizi.

Un’ulteriore domanda sorge spontanea: se non si voleva attivare un processo di recupero e valorizzazione perché predisporre una documentazione storica, fare rilievi, far realizzare campagna fotografica da un bravo fotografo come Alberto Muciaccia?.

In molte proposte non è facilmente rintracciabile neanche un chiaro principio insediativo: le morfologie galleggiano casualmente nell’area, ponendosi contemporaneamente senza precisi relazioni con le strutture viarie e i riferimenti urbani, ma anche senza liberarsi realmente dalla coercizione delle giaciture in allineamento. Lo stesso Museo della Scienza è in molti casi poco caratterizzato, per caratteristiche morfologiche o espressive, e i non è riconoscibile come attrezzatura speciale/culturale.

Infine, fin dall’inizio non si era capita la nomina di un Presidente della Giuria, architetto Paola di Biagi, figura poco nota, non esperta della realtà romana e, soprattutto, scelta in quanto, come Professore Ordinario di Urbanistica, ritenuta competente per un progetto di recupero. L’assessore Caudo per spiegare l’insolita commissione aveva dichiarato, viceversa, che il concorso era di livello urbanistico, anche se le strategie e le tipologie d’intervento erano già state perfettamente definite dal nuovo PRG, approvato dopo un ampio confronto solo nel 2008.

Il Concorso Internazionale per il quartiere della Città della Scienza era, viceversa, di progettazione con evidente valenza architettonica e ciò è stato reso esplicito dagli elaborati presentati dai concorrenti, in particolare dai sei passati al secondo grado. La scelta di Paola di Biagi come Presidente di Giuria appare, dunque, del tutto illogica, motivata forse da relazioni universitarie più che da esigenze reali o competenze. Soprattutto è risultata inopportuna perché vincitrice è Paola Viganò che, per molti versi, è a lei fin troppo legata.

1 Comment

  1. Giulio 10/07/2015 at 15:04

    Tra le associazioni che avevano partecipato al processo abbandonandolo quando si era delineato il meccanismo del concorso c’eravamo anche noi di Amate l’Architettura (tra l’altro mi pare che siamo stati gli unici).
    Sul tema c’è sata una richiesta di chiarimenti da parte dell’Ordine (sollecitata sempre da noi).
    http://www.amatelarchitettura.com/2015/02/concorso-area-ex-caserme-flaminio-si-e-mosso-lordine-degli-architetti/
    C’è da dire che CDP e Caudo in un primo momento non avevano alcuna intenzione di bandire un concorso aperto; l’idea del concorso è stata recepita proprio dopo la nostra sollecitazione.
    Ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti, alla fine abbiamo deciso che non potevamo proseguire il percorso.
    Detto questo bisogna riconoscere che rispetto alle pratiche e consuetudini romane questa esperienza costituisce un caso quasi miracoloso; anche solo per il fatto che il processo di gara è riuscito a rimanere in un alveo di legalità.
    Non a caso la “partecipazione” in termini di proposte progettuali è stata ampia: gli architetti hanno voglia di dire la loro, specie a Roma.
    E chissà che dai e dai anche i nostri amministratori si convincano che essere aperti e trasparenti paga.

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