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Can we be human without objects? – di Michela Ricciotti

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Vita morte e rinascita degli oggetti per un prossimo Futuro.

“Design After Design” è il titolo della XXI Triennale 2016 di Milano, storica manifestazione espositiva internazionale del Palazzo dell’Arte, che dal 2 Aprile ritorna dopo vent’anni di assenza con una kermesse di eventi e mostre. Una Expo del Design.

Qual è la visione dei progettisti per l’Avvenire? Che cosa prefigura il design oltre il design stesso?

Quando si parla di Futuro, mi vengono sempre in mente flash delle scenografie di serie TV e film di fantascienza che sin da piccolissima hanno animato il mio immaginario. I registi più visionari hanno anticipato diverse realtà dei nostri tempi, ad esempio i touch screen, il telefono portatile, internet. Ma tra le pellicole più recenti, come non ricordare Interstellar (2014): ho ben impressa la scena finale della tesseract, trasposizione architettonica della quinta dimensione, che collegherebbe passato/ presente/ futuro nello spazio-tempo (geniale produzione cinematografica di Nolan, Crowley e Thorne – quest’ultimo, per capirci, uno dei due fisici che si prenderà il Nobel per la recente scoperta delle onde gravitazionali). Mi piace parlare di spazio, perché in fondo è la cosa che ci circonda costantemente, sebbene lo si percepisca come un vuoto. Tuttavia, ciò che mette in relazione con questo vuoto, il nostro corpo con lo spazio, sono altri corpi: gli oggetti.(1)

Dunque, noi e gli oggetti. Un tema sempre attuale, perché legato alla storia dell’umanità, fin da quando gli antenati delle caverne vennero studiati grazie al primo strumento che gli archeologici ricordano: una pietra da taglio per accendere il fuoco, andare a caccia o estrarre radici.
Per tornare alle origini, ecco gli oggetti utili, gli utensili, che hanno subìto una grande trasformazione a partire dalla fine del XX° secolo. Nell’era della digitalizzazione globale molti si sono trasformati in tools, strumenti che hanno perso del singolo dispositivo la connotazione analogica, per così dire, delle “tre effe” (form follows function), trasformandosi in apparecchi spesso inutilmente iperfunzionali ma anche induttori di bisogni, forse non meno superflui? (quanti di noi utilizzano tutte le funzioni dell’Iphone, ma quanti di noi ne farebbero a meno oggi?). Una parola: affollamento.

In una intervista di qualche anno fa la curatrice del Dipartimento di Architettura e Design del Moma, Paola Antonelli, parla della sua visione del futuro rilevando un crescente fenomeno che chiama design immateriale: sempre meno produzione industriale, quindi meno prodotti, ma più servizi. Un design strategico e meno materico. Meno oggetti, più prestazioni. Esempio calzante? le App, le applicazioni dello smartphone. In questo gap tra immateriale e industriale, così descritto e apparentemente dominante, riserverei ancora un posto alla dimensione artigianale del design, che sopravvive con l’attività dei makers, autoproduttori del nuovo millennio. Alieni al dissolvimento fisico del mondo digitale, ma altrettanto lontani dalla cultura più consumistica dei servizi, realizzano con cura e qualità opere in edizioni limitate e perciò non sempre di ampia diffusione. Nulla di male in questo, però vorrei un design condiviso il più possibile. Una parola: ambivalenza.

E poi c’è l’oggetto come medium, elemento narrante e strumento di comunicazione di civiltà e tradizioni. Amuleti, monili, totem, statue divinatorie, mappe geografiche, maschere propiziatorie, iscrizioni su pietra: questi alcuni esempi dei 100 oggetti scelti nella ricchissima collezione del British Museum per restituire l’ evoluzione dell’umanità dalla preistoria ad oggi. Il direttore del museo Neil MacGregor li ha raccontati in una trasmissione radiofonica della BBC di grande successo nel 2010 (2). Una parola: identità.

Tornando al tema della Triennale, che cosa cambiare e in quale direzione? Ripristinare perdute connessioni fisiche e percettive? Sperimentare ulteriori forme di relazioni immateriali frutto di miracoli tecnologici? Intrecciare tradizione manifatturiera con strumenti di interfaccia digitale? Qualunque di queste o altre strade si scelgano, non riesco a smettere di pensare che ci siano fertili indizi da rielaborare in tutti quegli aggeggi, gingilli, quisquilie divinatorie che hanno coltivato il mistero di antichissimi popoli, come tracce di una relazione più intima con la realtà, e che permettono di riappropriarci e dare forma a pezzi della nostra storia e dei nostri ricordi.
Alla fine, MacGregor si chiede: can we be human without objects?

Info pratiche: 21t Century, XXI Triennale 2016, Milano – chi, cosa, dove e quando lo trovate riassunto qui:
http://www.internimagazine.it/news/people/xxi-esposizione-internazionale-della-triennale-di-milano-21st-century-design-after-design/

Note al testo:
(1) spunto sottratto con ingenerosa sintesi da “Topie Impitoyable”, Léopold Lambert, 2015 Ed. Delevya
(2) il grande successo dell’edizione radiofonica ha persuaso l’autore a trasferire l’esperienza nel libro
“La storia del mondo in 100 oggetti”, Neil MacGregor, 2012 Ed. Adelphi.
(3) “Il libro dei Sogni”, Federico Fellini, 2008 Ed. Rizzoli.

Nota a corollario: Cosa diavolo c’entra l’immagine di copertina col pezzo scritto? Questo disegno mi ha ipnotizzato e…e  Fellini? Federico è un protagonista indimenticabile della nostra memoria collettiva e un lontano frammento della mia. Un ricordo personale: in una piovigginosa domenica pasquale, un’incontro fortuito in compagnia dei parenti riminesi. Ed io, adolescente distratta, venni così introdotta da uno zio paterno al Maestro, suo vecchio compagno di classe elementare.

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