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“I sandali di Einstein”, di Claudio Catalano

“I sandali di Einstein”, di Claudio Catalano

“I sandali di Einstein”, di Claudio Catalano

La teoria della relatività di Einstein ha compiuto cento anni nel 2015. Si tratta di un’idea per la quale davvero si può spendere l’aggettivo “rivoluzionaria” senza rischiare di essere retorici e che continua a trovare innumerevoli conferme sperimentali dal 1905 ai nostri giorni: mentre scriviamo, ad esempio, è appena stata annunciata la prima osservazione diretta delle sfuggenti onde gravitazionali, le increspature dello spazio-tempo previste proprio da questa teoria.

Essa però, altrettanto eccezionalmente, ebbe sin dal suo esordio un enorme impatto sull’immaginario collettivo del suo tempo, con conseguenze estetiche tanto grandi quanto grande fu il suo fraintendimento.

Catalano si prende la briga di ricostruire queste vicende, concentrandosi necessariamente sull’influenza che l’idea ebbe sulle avanguardie artistiche dei primi del ‘900. Con efficace padronanza, ci racconta come il travaso di creatività che dai laboratori di fisica si riversò sugli atelier non dipese affatto dalla comprensione da parte di Picasso, Braque o Le Corbusier, delle reali conseguenze del punto di vista innovativo del fisico di Ulm; e, forse non fu esattamente il loro puntuale fraintendimento ma certo il loro carico di suggestioni (insieme ad un vocabolo che si presta facilmente all’equivoco) il mezzo privilegiato della diffusione e del successo di un’idea come questa. Gli artisti, quasi tutti, si appropriavano di concetti come “quarta dimensione”, “continuum spaziotemporale”, nel migliore dei casi in senso emotivo, poetico, e però equivocandone inesorabilmente i significati. Gustoso, fra i tanti, l’aneddoto di un Le Corbusier che, durante un incontro col fisico tedesco, tentò da par suo di “rivendergli” il Modulor come un’idea figlia delle nuove teorie, pronunciando un’incomprensibile “la quarta dimensione è un momento di fuga illimitata, evocata dalla consonanza estremamente armonica dei mezzi plastici utilizzati”; come dite? Vi ricorda qualcuno di contemporaneo? Sì, anche a me.

Insomma, con una metafora di grande successo di questi tempi, potremmo parlare per la relatività di un vero e proprio caso di “memetica debole”1, cioè di quel fenomeno di diffusione di un’idea che obbedisce alle dinamiche epidemiologiche anziché a quelle darwiniane della versione classica di memetica: un’idea che si trasmette cioè come un virus e che, come alcuni di essi, compie il salto di specie, cioè di disciplina in questo caso (alla faccia delle velleità di autonomia di taluni), ma che, a differenza dei virus stessi, muta lamarckianamente, acquisendo cioè caratteri nuovi dal contesto (fraintendimento), finanche al punto di snaturarsi del tutto ma rinvigorendo così il suo potere infettivo.

Prendendo la relatività come caso di specie, il libro si occupa però, in fondo, del rapporto più ampio fra arte e scienza, fra artisti e scienziati, di come le due forme principali di accesso alla conoscenza si contaminino attraverso strade per niente ovvie e spesso imprevedibili; e Catalano ci ricorda molto opportunamente come questo travaso non avvenga, come si potrebbe pensare, a senso unico. Nel bel documentario “La particella di Dio”, reperibile su Netflix, in cui si racconta la scoperta del bosone di Higgs nell’acceleratore del Cern di Ginevra, il fisico Savas Dimopoulos dice a tal proposito: “Ciò che distingue gli scienziati è l’abilità puramente artistica di distinguere le buone idee dalle idee meravigliose, quelle su cui vale la pena investire del tempo, e, cosa più importante, quali siano i problemi sufficientemente interessanti e complicati, non ancora risolti, per i quali è giunto il momento di arrivare a una soluzione”.

Per via di questa imprevedibilità, artista o scienziato che uno sia – suggerisce in chiusura lo stesso autore – conviene quindi conservare, sul mondo, un punto di vista informale, giocoso e anticonvenzionale, facendosi trovare sempre pronti a ribaltare i consueti punti di vista e abbandonare le vecchie convinzioni, magari indossando, come Einstein, un paio di sandali per non dimenticarlo mai.

1 – “Il computer come macrocosmo”, Davide Bennato, Franco Angeli.

1 Comment

  1. Davide Bennato 12/10/2016 at 14:17

    Grazie per aver citato il mio libro come fonte 🙂
    Mi permetto solo di segnalarti il nome esatto: “Il computer come macroscopio” anche se devo dire che il computer come macrocosmo mi sembra più affascinante

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