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La dura vita del campeggiatore (prologo)
Nella prossima storia parleremo degli inquietanti rapporti tra architettura e filosofia. Saranno protagonisti tre pensatori: Otto Neurath, Ludwig Wittgenstein e Martin Heidegger.
Guardateli in faccia e provate intanto a individuare: chi è il socialista generoso che vuole cambiare il mondo inventando l’infografica, chi è il filosofo disturbato che pensa di fare l’architetto, chi è il reazionario della capanna del bosco che flirta con il nazismo. Nel corso della storia vi accorgerete però che, come sempre, le cose non sono così semplici come appaiono. Parleremo del rapporto con la natura incontaminata, della metafisica e dell’abitare e chiameremo in campo la Bauhaus, Carnap, Meyer, Gropius, Loos e , poi, i fratelli Frank: uno faceva l’architetto del Werkbund e l’altro il filosofo del Circolo di Vienna.

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.

La dura vita del campeggiatore (2)
Fateci caso: l’architettura moderna è segnata da una ossessione igienica e ecologica. Il dottor Dalsace, committente della Maison de verre, è un ginecologo. Il dottor Lovell, committente di Neutra e Schindler, è un salutista. Negli scritti di Le Corbusier i problemi principali, dopo l’esattezza, sono verde e igiene. Schindler nel 1921 decide di costruire la propria casa di Kings road, dove si dorme sotto le stelle, dopo aver campeggiato nello Yosemite National Park. Per molto tempo la forma dei quartieri del Movimento Moderno sarà determinata dall’esposizione solare. E tra i massimi capolavori sono i sanatori dove ci si cura con il sole: a Hilversum, a Paimio, ad Alessandria. L’imperativo è il ritorno alla sana vita della natura. Una ossessione condivisa dai filosofi, soprattutto dai due che più si interesseranno all’abitare: Ludwig Wittgenstein e Martin Heidegger. Il primo nel 1913 si ritira per un paio di anni in un eremo su un fiordo della Norvegia. Il secondo nel 1922 farà costruire una baita nella Foresta Nera. Entrambi scriveranno le loro opere più significative in queste due casette di legno senza confort di alcun tipo. Dura è la vita del campeggiatore ma piena di soddisfazioni, e l’uomo è il campeggiatore dell’universo.

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.

La dura vita del campeggiatore (3)
Wittgenstein si considerò per buona parte della sua vita un architetto. Come molti architetti, diede più volte segno di un instabile stato mentale. Veniva da una famiglia immensamente ricca ma con problemi esistenziali e psicologici irrisolvibili: tre dei suoi fratelli si suicidarono. Si arruolò volontario nella prima guerra mondiale per cercare la morte in prima linea, e così capire la vita: invece che essere ricoverato, ebbe onorificenze al valore. Lasciò ai fratelli la propria eredità per provare la povertà e fare prima l’aiuto giardiniere e poi il maestro in un paesino sperduto di campagna. Attività da cui fu rimosso per aver maltrattato i ragazzi e le ragazze più lenti e per averne fatto svenire uno con un violento ceffone.
Ebbe con Loos un rapporto controverso. Lo ammirò e lo aiutò anche economicamente per poi disprezzarlo e infine per riconoscere che fu uno dei dieci uomini che lo influenzarono (lo mise però nella seconda metà della classifica). La casa che abitò in Norvegia tra il 1913 e il 1914 quando aveva ventiquattro anni, nonostante non sia stata costruita da lui, rappresentò un ideale di semplicità che lo accompagnò per tutta la vita, forse la chiave per capire il palazzo che costruì nel 1926 per la sorella. Non era stato Loos a sostenere che la casa realizzata da un contadino non dà alcun fastidio al paesaggio diversamente da quella costruita dall’ architetto?

 

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.

La dura vita del campeggiatore (4)
“Perchè,” -si chiede Loos- tutti gli architetti, buoni o cattivi, se costruiscono, finiscono per deturpare il lago? … Perchè all’architetto fa difetto la sicurezza del contadino che possiede invece una sua civiltà”.
E continua: “il contadino ha voluto costruire una casa per sé, per la sua famiglia e il suo bestiame e gli è riuscito. Proprio come è riuscito al suo vicino e al suo avo. Come riesce a ogni animale che si lascia guidare dal suoistinto. È bella la casa? Si è bella, proprio come sono belli la rosa e il cardo, il cavallo e la mucca”.
Su queste parole di Loos, Wittgenstein ragionó per tutta la vita. Come può un architetto pensare di costruire, visto che non può fingere di essere un contadino? Come vedrete, la sua risposta fu diversa da quella del coetaneo Heidegger ( nacquero lo stesso anno) che invece organizzò una complessa filosofia per ritornare a fare il contadino, anzi il pastore (dell’essere).

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.

La dura vita del campeggiatore (5)
Se l’architetto deturpa la natura e il contadino no, bisogna tornare alla campagna? “Certo che no” afferma Loos. E aggiunge: “il gusto affettato per il naïf, il regresso è privo di dignità e ridicolo”. Insomma: se sei un intellettuale non puoi far finta di non esserlo. E allora come risolvere il problema? Semplice: dichiarando che l’architetto è un muratore che ha studiato latino. In questo modo cultura materiale e cultura intellettuale sembrano andare d’accordo. La soluzione però, come tutte le trovate linguistiche che risolvono una contraddizione facendo sembrare che non lo sia, non regge. E Wittgenstein se ne accorge, afferrandone tutte le connotazioni retoriche. Del resto basta osservare le opere di Loos per capire che il muratore che ha studiato il latino è solo una felice battuta a cui forse non crede Loos stesso.

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
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La dura vita del campeggiatore (6)
La soluzione che Wittgenstein da al problema del contadino ( che costruendo la propria casa non offende il lago, a differenza dell’architetto) è quella di un folle, di un genio disturbato. Al diavolo l’idea equivoca di Loos del muratore che ha studiato latino, bisogna che la casa scompaia. Non perchè è fatta di vetrate come suggerirà Mies, che lo stesso problema cercherà di risolvere con il quasi nulla, ma perchè diventa lo sfondo perfetto alla nostra vita. Come il cameriere che serve a tavola e più è bravo e più nessuno si accorge della sua presenza. Non dimenticatevi che Ludwig proviene da una delle famiglie più ricche di Vienna. All’idea di un servizio impeccabile e trasparente è conseguente una pignoleria fuori di testa. Sono noti gli aneddoti: un anno per mettere a punto i termosifoni e un altro gli infissi con rappresentanti delle ditte che, per il nervoso, scoppiano in lacrime. Una giornata passata dalla graziosa Marguerite Respinger in cantiere con Ludwig a verificare porte e finestre ( e lei, non capendo che era gay, aveva sperato in una gita romantica al lago del contadino), un soffitto abbattuto per tre centimetri, un fabbro che non si capacita che anche un millimetro è importante. È il 1926, comincia l’avventura della casa più importante del secolo dove tutto è importante fuorchè tempo e denaro.

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
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La dura vita del campeggiatore (7)
La casa disegnata da Wittgenstein per la sorella ha da sempre suscitato due interrogativi ai quali non si è saputo mai dare risposta.
1) perchè tutti, Engelmann compreso, considerarono Wittgenstein il progettista della casa se il grosso del progetto, lo aveva fatto Engelmann, un allievo di Loos?
2) perchè in questa casa, nella quale il progettista era ossessivamente attento ai millimetri, non si riesce a trovare una costruzione simmetrica di una qualche rilevanza, una regola forte o un ordine matematico armonico di un qualche significato?
Eppure la risposta sarebbe semplice. Si chiama azzeramento della dimensione semantica. I contenuti non sono nell’architettura ma nell’arredamento in stile della sorella. Coloro che guardano la casa con l’occhio dell’architetto, e cioè senza i mobili messi da una mano inesperta, non potranno mai capirla. E difatti Wittgenstein odiava gli architetti. Vi state perdendo? Non vi preoccupate: ci arriviamo passo, passo. Daltronde non è facile orientarsi nel cervello di uno schizzato, soprattutto se è un genio e un grande architetto.

 

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
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La dura vita del campeggiatore (8)
Per capire cosa Wittgenstein volesse evitare, guardate qui sotto un interno di Loos. L’architettura è strabordante, ad ogni sguardo vi dice “io ci sono”. Ve lo dice con la decorazione delle venature dei marmi, con la dinamica del raumplan, con i riferimenti classici e classicisti (firmati dal muratore che ha studiato il latino). Ecco, Wittgenstein vuole annullare tutto questo. Per lui non deve esserci posto nè per le simmetrie, né per le armonie. E ovviamente non deve esserci posto neanche per le dissimmetrie, per l’espressionismo dei giochi plastici, per il pittoresco. Nell’architettura di Wittgenstein non deve esserci posto per alcunché, per diventare lo sfondo silenzioso ai mobili e alle persone che deve ospitare. Pazzesco? Pazzesco. Però che idea, ammesso che si possa realizzare. Wittgenstein dimostrerà che si può. Ma a costo di due anni di sofferenze mentali indicibili. La casa che costruirà per la sorella, confesserà, gli costò più sforzi di scrivere un trattato di filosofia.

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.

La dura vita del campeggiatore (9)
A questo punto dovrebbe essere chiara la soluzione ai due problemi che nessuno storico sapeva risolvere a proposito della casa realizzata da Wittgenstein per la sorella:
1) l’amico architetto Engelmann riconosce a Wittgenstein la paternità del progetto -e ciò nonostante che lui avesse disegnato la distribuzione e il grosso dei volumi della casa- perchè Wittgenstein con le sue mosse ne cambia radicalmente il senso: priva l’abitazione del carattere retorico, delle connotazioni loosiane;
2) Wittgenstein dedica così tante energie a questioni millimetriche perchè non c’è niente di più difficile che fare sparire una casa rendendola trasparente: deve fare in modo che non sia né classica né romantica, né simmetrica né asimmetrica, né statica né dinamica. Ma soprattutto deve trasportarla dal piano della semantica a quello della sintassi. Come riuscirci? Ecco che a questo punto lo aiutano due sue prerogative: essere un profondo conoscitore della logica del linguaggio ed essere un perfetto schizofrenico ( a dire il vero lo aiuta di più essere figlio schizofrenico che padre della logica moderna). Seguitemi con attenzione perchè tutti voi architetti scoprirete, se avete talento, di essere un po’ schizofrenici come Wittgenstein.

 

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.

La dura vita del campeggiatore (10)
L’ossessione con la quale gli studiosi di Wittgenstein cercano simmetrie nella sua opera, o facili parallelismi con la logica binaria o con altre regole matematiche è indice di quanto siano limitate e preconcette le analisi architettoniche. Eppure, lo abbiamo detto, se c’è un paragone è con il cameriere che serve a tavola che deve essere presente e insieme assente: non sta a lui attrarre l’attenzione, lui non risponde ad alcuna logica se non a quella della perfetta assenza, per svolgere le proprie incombenze nel modo più (in)naturale possibile. A un amico che gli chiedeva consigli, Wittgenstein suggerisce che l’armadio abbia due ante uguali non per simmetria ma perchè è la soluzione migliore per fare in modo che il mobile non dia all’occhio. E poi aggiunge: deve essere leggermente sollevato da terra: per non fare strusciare l’anta sulla moquette. Che banalità.
Come ottenere questa perfetta banalità, questa millimetrica (in)naturalità? A questo punto risponde lo schizofrenico di genio: rispettando i fili. Mettendo le cose in un ordine tale che si ottengano le giuste relazioni. Sono i fili la vera ossessione di questa casa. Sono questi, se proprio la si vuole trovare, la regola che sancisce le esatte distanze del cameriere. L’architettura è azzerata? Certo. Ma, pensateci, sono proprio i grandi architetti che cercano di azzerare l’architettura.

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.

La dura vita del campeggiatore (11)
In realtà il duplice problema di Loos (vivere in una casa che non stride con la natura e dare libertà ai suoi abitanti senza costringerli a sottostare all’allestimento dell’architetto) è diffuso e condiviso. È per esempio il tema della Petit maison che Le Corbusier costruisce per i genitori sul lago di Ginevra nel 1924, un paio di anni prima che Wittgenstein cominci a lavorare per la sorella e a fregiarsi del titolo di architetto. Se conoscete la casa, vi accorgerete subito di come il disegno di LC sia forzato: la fluidità indicata nel disegno è nella realtà solo una buona intenzione, una dichiarazione programmatica. A lui, che non è nato in una ricca famiglia viennese, l’idea di un edificio che si comporti come un cameriere trasparente però non passa neanche per l’anticamera del cervello. La libertà è quella del corpo nello spazio.

 

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La dura vita del campeggiatore (intervallo: una precisazione su Wittgenstein)
Immagino che se leggete questa frase siete concentrati sul suo senso e non sulla sua costruzione grammaticale (vi chiedete cosa voglio dire, non come si articolano soggetto, verbo e complemento). E neanche state attenti a tante questioni di sintassi che invece preoccupano me che scrivo con mille ripensamenti. Non serve altro per capire Wittgenstein e la sua architettura. Una porta per Wittgenstein deve essere una porta, stare nel posto giusto, essera larga quanto è necessario per il suo uso, aprire perfettamente come nella frase “il gatto è sul tavolo” tutte le parole stanno al posto giusto per dire che il gatto è sul tavolo. L’architetto, come lo scrittore, dovrà fare il massimo sforzo per pulire le sue frasi. Ma chi legge non deve guardare la grammatica (che sta in secondo piano, sullo sfondo), deve ascoltare il racconto. Prima ho detto che in Wittgenstein non è rilevante la dimensione semantica, in realtà non è esattamente così. Wittgenstein non è Eisenman che mette in gioco regole prive di referenzialità: insomma non siamo ancora negli anni sessanta dell’apoteosi del metalinguaggio e della costruzione logica dell’architettura. Il discorso di Wittgenstein è l’educato abitare. Nel senso che una porta è una porta e non può essere un mezzo per sfogare le nostre passioni, le nostre velleità artistiche, i nostri malumori. Esattamente come il perfetto cameriere non può neanche pensare di far ridere o piangere i commensali con le sue storie private (e difatti deve servire a tavola e dire solo le parole necessarie a tale fine, evitando ogni gesto inutile, inesatto, eccessivo, non funzionale). E non può ridere alle battute della padrona di casa. Una filosofia molto snob e viennese? Si, ma che vi aspettavate da uno snob viennese?

P.S. Attenzione: la giustezza di uno spazio o di un componente architettonico per Wittgenstein non è mai garantita dalla rispondenza a una regola astratta ma dalla regola che si da una civiltà per rispondere in modo ineccepibile al problema: in questo senso Wittgenstein è un loosiano.

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
La dura vita del campeggiatore (12)
La rivoluzione di Wittgenstein è aver spostato il centro della progettazione: la casa è del cliente e non dell’architetto. E così aver risolto in forma drastica il problema di Loos che, per quanto voleva liberare il cliente dalla tirannia degli Hoffmann, lo teneva sempre in libertà vigilata. Come abbiamo visto, non lo capirà nessuno, tanto che ancora oggi si crede che nella casa di Vienna sulla Kundmanngasse siano importanti i millimetri della maniglia e non i mobili della sorella ( la livrea perfettamente stirata e non la libera conversazione della padrona di casa permessa dalla presenza trasparente del cameriere).
Sarà un altro austriaco, frequentatore del Circolo di Vienna a causa di un fratello scienziato e filosofo, che cercherà di umanizzare la posizione insopportabilmente cerebrale e snob di Wittgenstein: Josef Frank. Sarà lui che cercherà di introdurre il tema della libertà all’interno del Movimento Moderno. Come Wittgenstein, che però si fece fuori da solo, e come Loos, Häring e Schindler, sarà fatto fuori dalla banda Giedion, Mies, Le Corbusier, Gropius e Johnson. E nelle storie dell’architettura gli sarà riservata al massimo qualche breve nota a piè di pagina.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.

 

La dura vita del campeggiatore (13)
Guardate quanto poco Wikipedia ci dice di Josef Frank:

“Josef Frank (Baden bei Wien, 15 luglio 1885 – Stoccolma, 8 gennaio 1967) è stato un architetto austriaco, di origine ebraica.
Frank Lavorò con Oskar Strand e fu legato al Circolo di Vienna. Nel 1933 si trasferì in Svezia, dove lavorò per la società di progettazione Svenskt Tenn producendo numerosi oggetti di design fino alla morte. Nel 1965 vinse il Gran premio di stato austriaco per l‘architettura. La sua attività ispirò IKEA e H&M.”

Abbastanza però per incuriosirci e farci intuire che dietro questi pochi dati di questo ebreo nato sotto il segno del cancro si nasconde magari non un grande architetto ma sicuramente un grand’uomo.

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La dura vita del campeggiatore (14)
Otto Neurath è il protagonista del Circolo di Vienna che, oltre a dedicatsi alla filosofia, si appassiona per l’architettura.
Otto è stato in prigione per le sue idee socialiste. Nel 1919 i socialdemocratici prendono il potere nella città: è la “Vienna rossa” delle grandi iniziative edilizie. Neurath è nominato segretario dell’istituto di Ricerca per l’Economia Sociale, con l’ incarico di supportare il nascente movimento di cooperazione per il social housing. Nel 1921 fonda un’associazione per gestire l’occupzione di piccoli lotti e favorirne un’edificazione autonoma e collaborativa. Neurath, infatti, come Loos e come Frank, non ama i casermoni costruiti dalla municipalità, Karl Marx Hof compreso.
Nel 1924 inventa Isotype un sistema di visualizzazione e semplificazione delle informazioni. Oggi la chiameremmo infografica.
Il successo raccolto fin dalle prime mostre realizzate con questo sistema di esposizione, permette a Neurath di aprire altre sedi del Museo all’estero, mentre a Vienna viene inaugurata una nuova sede permanente all’interno del municipio, la cui progettazione è affidata all’amico Josef Frank.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
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La dura vita del campeggiatore (15)

Otto Neurath e Frank Josef sono grandi amici ma hanno caratteri diversi. Otto è immediato e sanguigno: alle riunioni del Circolo di Vienna, a ogni frase senza senso, sobbalza e urla: metafisica! Per le proteste dei suoi colleghi, decide di cambiare atteggiamento e di intervenire solo quando una frase non lo è: così, viste le stupidaggini che si dicono, interviene più raramente e risparmia energia. Nel 1929 è lui che scrive la gran parte del manifesto del Circolo dove si paragona nuova architettura e nuova filosofia. Sempre lui con Carnap e Feigl farà alcune conferenze alla Bauhaus: a invitarli è Hannes Meyer, dei tre direttori che si avvicenderanno nella scuola, l’unico con spirito scientifico. Neurath sarà, infine, corteggiato da Cornelis van Eesteren e dal CIAM per i suoi pittogrammi: servono nel 1933 per dare seguito alla Carta di Atene, per rendere visibili i concetti astratti della nuova urbanistica.
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La dura vita del campeggiatore (16)
Josef Frank, a differenza di Otto Neurath, è un gran mediatore. Tanto da riuscire a farsi invitare al Weissenhof di Stoccarda e non essere depennato per veti incrociati e ripensamenti come tocca a Loos o a Häring. La casa che Frank propone a Stoccarda non cade negli estetismi alla Mies o alla Le Corbusier, si costruisce facilmente ed è economica. Ognuno la può arredare come vuole senza essere costretto a mettere poltroncine in tubolare. È flessibile perchè è realmente flessibile, non perchè rassomiglia a un vagone ferroviario con mobili a scomparsa. Frank scrive, per il catalogo della mostra, un testo che attacca senza ritegno gli estetismi del Movimento. Ma lo scrive con tanta abilità, e cioè in un modo così sibillino, che nessuno lo capisce. E difatti Frank sarà invitato al primo CIAM. È per lui una esperienza traumatica: questi sono esteti pazzi, esaltati e autoritari, pensa tra sé. Altro che nuovo spirito scientifico. Resisterà un paio di anni per farsi un paio di congressi e poi dare le dimissioni.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
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La dura vita del campeggiatore (17)
È Josef Frank che gestisce la grande esposizione di alloggi a Vienna del 1932. Obiettivo: evitare il settarismo del Weissenhof di Stoccarda gestito da Mies. Frank vuole mostrare l’altra anima del Movimento Moderno, l’aspetto organico e psicologico dell’abitare. Chiama Loos e Häring. E, invece di Oud, algido e ingessato, il più dotato Rietveld. C’è poi la Margaret Schütte Lihotzky, la progettista della cucina di Francoforte. Spazio è dato aHoffmann, l’arcinemico di Loos. E non poteva mancare Neutra, pronto a infiltrarsi in ogni buco. Ma la mostra non piace ai custodi di quella che diventerà l’ortodossia del Movimento Moderno. Giedion, Johnson e i sacerdoti del nuovo stile la snoberanno. Il vangelo sarà proclamato nello stesso 1932 con la mostra dell’International Style del MoMA. La storia da sempre la si scrive ricordando ma soprattutto dimenticando.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
La dura vita del campeggiatore (18)
La capanna di Heidegger nella Foresta Nera misurava 23,6 per 27,8 piedi, circa 60 metri quadrati. Servì a diverse cose: a portarci la famiglia, qualche volta la Arendt, a ospitare un campo di giovani neonazisti nel 1933 dopo che il filosofo fu nominato rettore a Friburgo (per inciso: in quell’anno moriva Loos che cosí non vide il tragico destino in un campo di concentramento della sua giovanissima – e già ex- terza moglie; mentre Josef Frank, Otto Neurath e Ludwig Wittgenstein, come tanti ebrei e semiebrei, socialisti, intellettuali e artisti degenerati, si allontanavano dall’Austria e dalla Germania). Ma la capanna, tutta in legno, tetto compreso, serviva soprattutto a altro. Una delle quattro stanzette era infatti adibita a pensatoio e là, con il tavolo di fronte alla finestra, Heidegger compose la maggior parte delle proprie opere. Scriveva a Jaspers: non riesco a capire come in città si giochi a impersonare tanti strani ruoli. Sottointendendo forse che in montagna si è veramente se stessi. Per ritrovare la verità occorreva quindi fare un passo indietro: ritornare al grado zero della natura. Proprio come il coetaneo Wittgenstein che la baita l’aveva trovata in Norvegia e poi in montagna era andato a insegnare (nel pedigree ecologico possiamo anche aggiungere che fece l’aiuto giardiniere?). Martin non voleva però fare l’architetto, non gli passò mai per la testa. Eppure scrisse alcune pagine che ne hanno ispirato legioni, fornendo le citazioni per tonnellate di loro tesi di dottorato. Conviene quindi approfondire l’argomento.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
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La dura vita del campeggiatore (19)
Non c’è filosofo che più radicalmente di Heidegger abbia proclamato la impossibilità dell’architettura moderna. E che sia stato tanto amato dagli architetti.
Il suo ragionamento è perentorio.
Per costruire bisogna saper abitare. Ma per saper abitare occorre rinnegare la cultura contemporanea fondata sulla tecnica. Ergo, se gli architetti vogliono fare case dove si abiti devono ritornare a un mondo che è loro precluso. È il paradosso di Loos del contadino che non deturpa il lago a differenza dell’architetto moderno.
Ma mentre Loos non pensava certamente di tornare contadino perchè aveva ben chiaro che se l’architetto imita il contadino fa ancora peggio, Heidegger la sua casa la fa disegnare da un contadino ( e, realizzando un presepe e assumendo il ruolo di pastorello, diventa la parodia di se stesso).
A questo punto il mistero non è il ragionamento estremamente chiaro di Heidegger ma il suo equivoco comportamento. E ancora peggio l’equivoco di centinaia di architetti che cercano di stemperare la perentoreità del discorso riducendo le sue tesi al problema di qualche materiale percettivamente gradevole e/o ecologico. Come se le tecnologie per il solo fatto di essere soft fossero per Heidegger meno concettualmente pericolose.

Ecco a questo punto la descrizione del presepe di Heidegger:
” Pensiamo per un momento a una casa contadina della Foresta Nera, che due secoli fa un abitare rustico ancora costruiva. Qui, ciò che ha edificato la casa, è stata la persistente capacità di far entrare nelle cose… terra e cielo, i divini e i mortali (cioè gli uomini), nella loro semplicità. Questa capacità (cioè la capacità, la perseveranza, la semplicità bella e vera di chi ha costruito questo chalet di montagna) ha posto la casa sul versante riparato dal vento, volto a mezzogiorno, tra i prati e nella vicinanza della sorgente. Gli ha dato il suo tetto di legno, che sporge a grondaia per un largo tratto, inclinato in modo conveniente per reggere il peso della neve, e che scendendo molto in basso protegge le stanze contro le tempeste delle lunghe notti invernali. Non ha dimenticato l’angolo del Signore, dietro la tavola comune, ha fatto posto nelle stanze ai luoghi sacri del letto del parto e dell’albero dei defunti (…). Ciò che ha costruito questa dimora è un mestiere che (…) usa ancora dei suoi strumenti e delle sue impalcature come di cose”

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
La dura vita del campeggiatore (20)
In realtà la strategia di Heidegger si fonda su una duplice finzione. La finzione estetica e la finzione romantica.
Per guardare le cose in quanto cose, come suggerisce Heidegger, bisogna non percepirle come strumenti funzionali a un fine tecnologico ma in sé e per sé. Cioè in quanto oggetti estetici.
Per collocare gli oggetti estetici in un mondo tecnologicamente neutro bisogna, poi, porli in una zona a confine tra il mito e la realtà: nel mondo romanticamente immaginario del contadino.
A questo punto ecco il miracolo: il presepe prende forma. Ci sembra di essere tornati ai confini dell’Essere, in realtà siamo solo vittime di un processo di estetizzazione tipico della contemporaneità e che serve a sottrarci dall’ansia imposta dalla civiltà (il trucco infatti sarà brevettato dal Mulino Bianco). Controprova? Il selvaggio non sa mai di esserlo e non se ne compiace, il buon selvaggio delle moderne robinsonate si.
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
La dura vita del campeggiatore (21)
Nel 1951, a Darmstadt, Martin Heidegger è invitato a una conferenza all’interno del convegno dal titolo Mensch und Raum. Presenta il famigerato discorso dal titolo Bauen, Wohnen, Denken in cui rivendica il suo filosofico Mulino Bianco, l’abitare del buon selvaggio. Nello stesso convegno è invitato Hans Scharoun che rimane colpito dal filosofo, anche se poi confesserà di non aver capito tutti i passaggi del suo per molti versi oscuro messaggio. In fondo – nota Scharoun- se l’obiettivo è tornare alla natura e recuperare la dimensione simbolica dell’abitare, lui lo perseguiva da lungo tempo.
A questo punto osserviamo un’opera qualsiasi del grande architetto tedesco e chiediamoci se mai Heidegger abbia potuto pensare anche solo per un istante di abitarla. Una utile considerazione per che si illude di poter avvicinare la riflessione del filosofo, che quando pensava alla casa del contadino pensava proprio alla casa del contadino, con qualsivoglia opera contemporanea di un architetto decente. Ma anche per farci capire che in fondo l’ideale della capanna senza riscaldamento e corrente elettrica ha perseguitato la gran parte degli architetti contemporanei, che però, per fortuna della buona architettura, la hanno sempre sfigurata e trasfigurata nei modi più incredibili ( del resto non sono stati sempre gli architetti che hanno trasformato la relatività di Einstein in una passeggiata architettonica, e su tale equivoco hanno costruito montagne di teorie?)
foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
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La dura vita del campeggiatore (conclusione)
Come concludere questa storia? Ricordando che la baita sperduta nel bosco diventa per l’ architetto un cabanon modulare nel camping tecnologicamente attrezzato della vita. In fondo, calvinismo più rigoroso e edonismo più sfrenato sono i due ingredienti indivisibili dell’architettura moderna e di questa insanabile contraddizione prima o poi dovremo farcene una ragione…
Dura è la vita del campeggiatore, ma piena di soddisfazioni.

foto di Luigi Prestinenza Puglisi.
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2 Comments

  1. Marco Volpato 04/02/2016 at 19:13

    Complimenti! se posso offrire un piccolo contributo invito a leggere il mio blog http://www.studioviemme.it/il-gioco-dellarchitettura-wittgenstein-e-la-casa-a-vienna/

    Grazie.

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