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Ricordo di Giacomo Leone – di Maurizio Oddo

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Caro Luigi,

alla tristezza che accompagna queste occasioni, si aggiunge quella dettata dallo squallore delle frasi fatte di chi si ricorda, solo post mortem, dell’illustre defunto declarandone lotte e mancati risultati, magari fingendosene amico. Eppure, rifiutando con grande fermezza l’Accademia, riprendendo le scelte più radicali di Bruno Zevi verso la funzione sociale dell’architettura, Giacomo Leone, a sua insaputa – ma non fin troppo – è stato un vero Maestro, concreto e visionario allo stesso tempo. Come è possibile spostare queste sue doti in secondo piano per lasciarsi prendere da confronti e ideologie politiche destinate, come sempre, a non produrre nulla?

Personalmente, ho avuto la fortuna e l’onore di conoscerlo e, adesso, cambiato il modo di potere pensare e dialogare con lui, non posso non condividere alcuni suoi ragionamenti, i suoi pensieri sull’architettura e le sue emozioni, sempre strettamente tenute nascoste. Impossibile, a tale proposito, non ricordarlo in occasione del premio di Architettura Quadranti, a Pedara, del 2009, quando non è riuscito a trattenere le lacrime per avere saputo della morte di Francesco Tentori: vedi, caro Maurizio, la morte porta tutto con sè, tranne i ricordi. Francesco è stato un fratello con il quale condividevo, e continuerò a farlo, l’architettura per la quale io, tu, Luigi (Prestilenza) e altri viviamo. Fedelissimo al suo inconfondibile farfallino, da diventare il suo marchio esteriore per eccellenza, ricordava di continuo i suoi rapporti con il celebre professore dello IUAV e altri celebri progettisti dell’epoca – da Franco Albini a Ignazio Gardella e Alberto Samonà – da cui si era distaccato per tornare nella sua amata_odiata terra.

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Come non ricordarlo adesso, solo adesso che, nel ricordo, riesco a dargli del tu come mi aveva sempre richiesto? Giacomo era un architetto umanista, all’antica. Come illustri precursori – senza trascurare la lunga tradizione familiare – si dedicava all’architettura quale unica ragione di vita attorno alla quale fare girare il proprio mondo: dalle cose più banali a quelle importanti, destinate a essere approfondite, continuava imperterrito a esercitare la sua memoria, fissando luoghi, architetture, oggetti e persone. E’ stato tra i pochissimi colleghi siciliani, mettendomi a disposizione il suo archivio, a condividere, da subito, la mia idea per un volume interamente dedicato all’architettura siciliana. Restio alle occasioni ufficiali, non ha rinunciato alla presentazione di “questa opera enciclopedica”, come l’ha definita, regalando, a me e agli astanti, una delle serate di architettura in Sicilia più memorabili. Anche durante la cena, seguita alla manifestazione svoltasi al Rettorato dell’Università di Catania, non ha smesso di elargire opinioni con giro finale attraverso i vicoli della città, descrivendo ogni edificio – anche il più anonimo – calato in un contesto sociale e politico più ampio, oltre che strettamente urbanistico.

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La visita allo studio di via Reclusorio del Lume era diventata, per me, una tappa imperdibile anche quando decideva di “scendere per un consiglio veloce”. La mia insistenza a scrivere un libro sulla sua opera non ha mai trovato riscontro; era solito rimandarmi a un generico “dopo” che ho sempre rifiutato. L’orgoglio con il quale mostrava il dominio della città dal suo studio, da lui stesso progettato, rimandava al nido dell’aquila che Le Corbusier aveva ideato per La Roche nella tripla altezza del soggiorno della celebrea abitazione parigina. Vedi – indicandomi dalla finestra, dietro la scrivania, la mole del grande edificio di Giovanni Battista Vaccarini, segnata da una apertura che non rispondeva a alcuna regola apparente – è da lì che comincia la modernità siciliana. Non appassionarti solo a Le Corbusier e a Mies, suggerendomi di vivere il presente ma sempre con uno sguardo verso il passato, magari citando la tradizione secolare della festa di Sant’Agata, espressione massima di architettura effimera cangiante che si snoda attraverso la città. Il suo studio, con le segretarie a cui si rivolgeva affettuosamente di continuo, era uno scrigno di sorprese. Tra i fili elettrici che scendevano dal tetto per collegare gli “infernali marchingegni di cui non si può più fare a meno”, sedie cariche di libri, di papillon, di ricordi, sempre tra il serio e il faceto, a conferma che l’architettura – la sua arte – è sempre in bilico tra il sublime, la dimensione concreta e le sue componenti irrilevanti.

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Datate cassettiere colme di vecchi lucidi custodivano i ricordi cartacei di Giacomo Leone: lettere, schizzi, disegni, copie eliografiche. Geloso dei suoi lavori, preferiva parlare dei suoi progetti mostrandone le copie delle riviste ormai ingiallite dove erano stati pubblicati. Così avvenne per i Laboratori del Sud, esaltati da Bruno Zevi, suo amico fraterno, all’interno della “mitica” Architettura Cronache e Storia; l’unica vera rivista di architettura secondo il suo insindacabile giudizio, fatta eccezione per la “Casabella” di Rogers, quando la posizione di caporedattore era occupata da Francesco Tentori. E’ stato mostrandomi una sua fotografia, in cantiere, chino davanti a un disegno chilometrico dei Laboratori, che ha accettato di buon grado la partecipazione alla mostra dello Studio Purini Thermes, da me curata; è stato, insieme a te e a Francesco Dal Co, l’ospite d’onore che ci ha accompagnato, passo dopo passo e con grande soddisfazione, prima di entrare a vedere la mostra, attraverso Le Ciminiere. Le sue dissertazioni, tipiche dell’uomo di Cultura – rifiutava essere definito un intellettuale perchè, a suo dire, troppo volte usato in maniera impropria – affrontavano i temi più disparati: da Stefano Ittar, troppo nordico per essere siciliano, a Domenico Tempio e alla sua casa di Corso Vittorio, al futuro cupo dei giovani architetti. I suoi libri di architettura, le sue collezioni storiche, i vecchi strumenti di un lavoro che per lui non era soltanto professione ma scopo vero di vita, raccontavano la sua storia di cui faceva partecipi amici e nemici: memorabile uno scambio animato su Vittorio Gregotti con Ugo Cantone – altro grande Maestro dimenticato dell’architettura siciliana – riguardante la cosa dell’architettura. Con la stessa passione, mista a impeto distruttivo, faceva soffermare il mio sguardo sul restauro maldestro delle storiche cupole del centro storico catanese: ma chi, secondo te – mi chiedeva diventando paonazzo, stretto al collo dal suo abituale papillon – può testimoniare la bellezza originaria di queste cupole ora terribilmente pallide? Chi scelleratamente le ha ridotte in questo stato pietoso? Senza rinunciare a mostrare un certo rancore architettonico contro funzionari “troppo scompetenti” a occupare il loro posto.

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L’architettura, per Giacomo Leone, era soprattutto l’ordine attraverso il quale era possibile governare la complessità della vita; sia quella dell’uomo, sia quella dell’abile professionista che, come giustamente tu hai fatto rilevare, è riuscito a trasformare tre storie in architettura: la formazione nel fecondo clima veneziano dello IUAV, la meditazione zeviana sulla modernità come crisi e come valore, il rapporto con la realtà siciliana con la sua temporalità sconnessa, in contraddizione tra l’ossessione del passato.

Mi dispiace non averlo incontrato di recente ma il ricordo rimane più vivo che mai. Continuerò a condividere con lui l’amore estremo per l’architettura. E’ per questo che dedico a Giacomo i miei ultimi lavori che non abbiamo fatto in tempo a vedere insieme.

Maurizio Oddo

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