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Immagini d’avanguardia: 1914 e 2019 a confronto. Dalla visione utopica di Città Nuova allo scenario distopico di Blade Runner_ di Francesca Canali

Immagini d’avanguardia: 1914 e  2019 a confronto. Dalla visione utopica di Città Nuova allo scenario distopico di Blade Runner_ di Francesca Canali

Testo  in corso di pubblicazione su Lab 2.0 Magazine (ISSN 2385-0884), numero 15

«L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare». Eduardo Hughes Galeano, 1940

Strade sopraelevate che entrano negli edifici, architetture avveniristiche, materiali audaci: ferro, cemento e vetro. La Città Nuova di Antonio Sant’Elia (1914) si configura come un’autentica visione ottimista di una città moderna all’insegna del movimento e della tecnologia. In quest’opera, che costituisce il risultato ideologico del modo di progettare dei Futuristi, la principale fonte d’ispirazione è la metropoli, a partire dalla monumentalità delle sue forme, sottolineate da un’estrema tensione ascensionale verticale che si contrappone, e al tempo stesso, dà enfasi al fitto ed allungato sovrapporsi di comunicazioni orizzontali: traffico, velocità delle auto e della linea ferroviaria, fari, telegrafia senza fili. Verticalità e orizzontalità costituiscono le direttrici fondamentali cui la città effimera e funzionale, nella sua più schietta praticità, si afferra in un processo di costante trasformazione.
Ecco che si attua il MITO FUTURISTA, trasportato dal dinamismo e dalla macchina: brummm bruuummm bruuummm.
Tutto è all’insegna del nuovo, del bello, dell’audacia temeraria e della semplicità utile. L’acciaio e il ferro sostituiscono, negli interni, la fragilità molle del legno e delle stoffe; luci, tramvai, rumori sconquassano vorticosamente il paesaggio urbano e amplificano i punti di visione della modernità, che con la sua forza travolgente sembra essere ormai a portata di mano. I futuristi hanno compreso, prevedono e ipotizzano gli sviluppi che trasporti, velocità e movimento avranno; essi vedono il loro trionfo in New York, modello d’oltreoceano di una neo città delle macchine. Oggi, cento anni sono passati dal boom futurista e tre ancora, invece, mancano al teatro dell’ambientazione distopica messa in scena da Ridley Scott nel film Blade Runner (1982), considerato dai più come manifesto della cultura postmoderna. Il presente ci interroga inesorabile: la nostra condizione attuale è più vicino a Città Nuova del 1914 o alla Los Angeles del 2019, battuta da una pioggia incessante, colonizzata da opprimenti grattacieli che la rendono più simile ad una prigione che non ad una meraviglia del progresso tecnico ed economico? Nelle inquadrature del film, tra la spessa e scura coltre di smog, si susseguono, come in un’ apocalisse, edifici che paiono piramidi maya, gigantesche colonne barocche, enormi ciminiere da cui fuoriescono ritmicamente nuvole di fuoco, simboli che stanno a denunciare uno sviluppo sregolato di città e industrie, culminante nello sfruttamento estremo delle risorse del pianeta. I modelli cui si riferisce il regista per creare questa atmosfera paranoica sono la rivista francese fantascientifica Métal Hurlant, il dipinto Nighthawks di Edward Popper, nonché lo skyline di Hong Kong, che insieme concorrono a definire immagini simili a quelle rappresentate o descritte da Bosch e Dante nei loro Inferni. Solo così, per mezzo delle immagini più spaventose, ma al tempo stesso generatrici di bellezza poetica, avviene lo strappo del “velo di Maya” ed ha luogo il contatto dell’uomo con se stesso, che si ferma e si interroga.

DATI PERSONALI:
Nome: Francesca
Cognome: Canali
Data e luogo di nascita: 12-10-1990, Parma
Professione: tutor accademico presso Politecnico di Milano

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