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Larderello. Soffioni e Utopie_ di Riccardo Bartali

Larderello. Soffioni e Utopie_ di Riccardo Bartali

Testo edito pubblicato su www.centoventigrammi.it, 17/01/2015

Il ventennio 50-60 nasconde fra i paesaggi del territorio, negli angoli più sperduti e dimenticati, piccoli scrigni, volontà di comunità e imprese che sognavano un futuro roseo nel paese dove dimoravano.
Alcuni esempi sono i piani urbanistici dei villaggi operai, il mercato dei fiori vecchio di Pescia (opera del Quadrifoglio Savioli-Ricci-Gori), o, forse il più importante, la splendida chiesa di Alvar Aalto a Riola, terminata nel 1978, di cui non voglio parlare, ma su cui mi soffermo sempre senza capire nulla.
Fra questi piccoli gioielli di sperimentazione e speranza, piacevoli o no alla vista contemporanea, non spicca, se non per la sua straordinarietà, la chiesa della Beata Maria Vergine a Larderello in provincia di Pisa.
Una breve gita, partendo da Volterra, attraversando la Val di Cecina ed andando verso l’Amiata, si inserisce nell’aspro contesto dantesco dei territori geotermici, da due secoli sfruttati intensamente per la produzione del Boro e dell’energia elettrica. All’imboccatura di questa regione sorge il borgo di Larderello, nato nel nulla e nel nulla destinato a finire.
Fra le grandi torri di refrigerazioni e le altrettanto grigie spianate di roccia fumosa il paese si defila nascosto e nel suo centro ipotetico, fra le curve e gli alberi che miracolosamente resistono con pervicacia all’uomo e all’ambiente, si staglia la chiesa parrocchiale, frutto di un intimo progetto di Giovanni Michelucci.
Dopo la scalinata, lo pseudopronao d’accesso, basso in contrasto con l’alto tamburo e la torre, sormontato da un timpano, nasconde l’ingresso all’aula che richiama gli sperimentalismi barocchi francesi con la sua pianta centrale allungata, fra l’impianto basilicale e la magnificenza dei mausolei. Barocca è la luce soffusa interna che attraverso l’opale e il vetro descrive le volumetrie rigorose e le trame geometriche dell’ordito in calcestruzzo. L’esterno è caratterizzato dai giochi cromatici fra il bianco del marmo apuano, il marmo rosso di Collemandina e le pietre traslucide del territorio volterrano (alabastro e sopramenzionato opale), che si collocano in una rigorosa tripartizione fino a giungere al tamburo della cupola ottagonale, dove la trama si fa più fitta e pregevole, con gli intarsi intrecciati fra di loro nelle variazioni di opacità. La “cupola” manifesta il rigore del cemento armato e della sperimentazione attuata in quel periodo: con le sue nervature a sezione rettangolare forma una ragnatela per i paramenti e in sommità ha un tetto metallico, con un lucernario che fa calare luce diretta all’interno.
Palese è il richiamo nei volumi alla cultura industriale: il campanile è una torre per la trivellazione del terreno, con lo scheletro di quattro pilastri esposto e raramente interrotto; la forma elevata e il fitto disegno della “cupola” ricordano le torri di raffreddamento lignee utilizzate quando ancora il borgo era ai primordi e il terreno veniva sfruttato per l’estrazione del Boro sotto l’illuminata cura del Conte de Larderel: queste torri probabilmente viste solo in immagine, ma talmente affascinanti da restare di sfondo a questa stereometria che rende la chiesa visibile da lontano, estraniata dalle industrie se pur simile.
Di coronamento all’architettura vi sono i lavori di prestigiosi artisti del 900 come Mino Rosi nelle vetrate istoriate, Rodolfo Fanfani nei campi geometrici, Consortini nelle statue del battistero e Jorio Vivarelli nei crocifissi e nella statua della Madonna, che fanno intendere quanto grande sia stata la cura e l’investimento in questo patrimonio oramai dimenticato.
Forse tante cose dovrebbero rinascere da qua. Non dal settore secondario, ovviamente, ma dal desiderio, dalla speranza, dal genio illuminante che considera le persone non come forza, ma come intelletto, da curare per poter avere le capacità di salvarsi. Tante piccole lezioni di sociologia, ancor prima che di architettura e urbanistica, sono seminate nel territorio, tanti tentativi di coesione, di creare una facies collettiva e sociale, trasformati dall’incuria e dall’abbandono spirituale, dalla mancanza di educazione al bello e al piacevole, in accumuli spregiudicati di case che adesso, ai nostri occhi, non rendono giustizia all’affannarsi, per restare in tema, di quelle piccole formiche schiacciate dalla lava mentre si occupavano del loro prezioso bene comune.

DATI PERSONALI:
Nome: Riccardo
Cognome: Bartali
Data e luogo di nascita: 2/11/1990 Volterra (PI)
Professione: Studente

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