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‪#‎LearningFromPiano‬ (1- I monellacci del Beaubourg)
Per capire quanto sia efficace la comunicazione di Piano bisogna partire dall’understatement con il quale tratta la sua opera più importante. Quella che continuerà ad essere pubblicata in tutti i libri di storia e non solo dell’architettura che si scriveranno nel prossimo secolo: il Centro Pompidou. Piano ne parla poco e sempre in sottotono, come fosse un’opera di monellacci (parole sue), una intemperanza giovanile. È la sua opera insuperata ma proprio per questo suscitò infinite polemiche e ancora oggi è vista tiepidamente da colleghi e critici (Tafuri la stroncò, Purini urlava che non era architettura, Gregotti storce ancora la bocca). Insistere sul suo valore -che comunque è sancito dall’essere diventata un landmark e il simbolo di un nuovo modo di produrre cultura- rinnoverebbe le polemiche, proporrebbe la figura di Piano come uomo di parte, come artista rompiscatole (e Piano sa che si vince al centro, nelle stanze che contano e mai isolandosi nella Bohème). E allora, ecco, la prima trovata geniale: mostrare tutta la propria opera successiva come un emendamento, un superamento di un’intemperanza giovanile. Tanto nessuno può togliere niente al Beaubourg e nessuno, soprattutto in Italia dove la tecnologia è ancora peccato, avrà più argomenti per attaccarlo. Controprova? La sua ultima monografia è firmata da Dal Co: il discepolo prediletto di Tafuri. Quale vendetta più dolce degli (ex) avversari che ti vengono ad incensare? Insomma: vittoria su tutta la linea (comunicativa).
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‪#‎LearningFromPiano‬ (2- l’architetto artigiano)
L’idea più rilevante di Renzo Piano, dal punto di vista della strategia della comunicazione, è l’architetto artigiano. A partire dal nome dato al suo studio: Renzo Piano Building Workshop. Puntare sull’immagine dell’artigiano ha facilitato l’ottenimento di due importanti risultati:
1. una facile riconoscibilità all’interno del panorama internazionale, attivando un cortocircuito metaforico che ricorda il meglio dell’Italia, cioè la manifattura di alta qualità, l’Italian Style;
2. un posizionamento tranquillizzante all’interno del panorama italiano, evitando connotazioni che potessero ricordare la tecnologia avanzata, anche quando questa viene adoperata, e riproponendo l’immagine più piacevole del fatto a mano, con un chiaro riferimento alla grande tradizione delle botteghe artigianali del medioevo e del rinascimento.
Eppure lo studio Piano, ad una analisi attenta, non è organizzato in modo particolarmente diverso da altri collettivi, che però non puntano la loro comunicazione sulla artigianalità. Inoltre i prodotti, per quanto di qualità eccellente e realizzati attraverso uno studio meticoloso dei particolari, come del resto fanno molti tra i più importanti studi internazionali, faticano a rientrare all’interno della categoria “artigianale” intesa in senso stretto.
Ad essere comunicata, insomma, è una visione, non una immediata realtà.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (3 – i riferimenti analogici)
In una buona strategia comunicativa sono molto importanti i riferimenti analogici e simbolici. Se la strategia è fondata sull’immagine dell’architetto artigiano, il laboratorio assume valore rilevante. Ecco perché nello studio di Parigi , come una vetrina, il laboratorio plastici affaccia direttamente su strada e in numerose fotografie Piano si fa ritrarre all’interno di esso. Mi son sempre chiesto se con un laboratorio così piccolo rispetto alla mole di lavoro dello studio (ce ne è uno quasi identico a Vesima, ma anche questo di dimensioni ridotte) lo studio Piano possa riuscire a far fronte ai molti plastici che vengono richiesti dai clienti. Credo di no. Ma la risposta è irrilevante, ciò che è importante è che venga veicolato il messaggio che l’opera è prodotta in casa e a mano. In questo modo, per analogia, lo si penserà per gli edifici, anche quelli dove la progettazione cad e le tecnologie operative sono le più sofisticate. E così, attraverso un espediente – appunto: analogico- abbastanza semplice, Piano riesce a generare un modo per far leggere la sua architettura mostrandone le intenzioni.
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#‎LearningFromPiano‬ (4- idee forti)
Ogni progetto di Piano ha una idea forte che lo rende facile da amare e da memorizzare. E da comunicare, anche quando venga trasformato o addirittura manomesso.
Il primo esempio è in questo post, il secondo nel prossimo.
Il centro in Nuova Caledonia, è da tutti giudicato uno dei suoi capolavori. In realtà era straordinario il progetto iniziale che prevedeva che le oramai celebri capanne vibranti al suono del vento fossero raccolte in cluster. Poi divennero le absidi di una meno felice piastra. Le magnifiche capanne – che sono l’idea forte- restarono e, realizzate, sono state fotografate da punti suggestivi che non mostrano la piastra o la prendono solo di scorcio. Risultato? L’idea forte è comunque passata e tutti siamo portati a leggere l’opera come nelle intenzioni di progetto: dimenticando la piastra e focalizzando l’attenzione sulle capanne.
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 ‪#‎LearningFromPiano‬ (5 – idee forti )
Il secondo esempio di idea forte tale da resistere illesa ai cambiamenti è il Pompidou.
– Nel progetto originario il Centro doveva avere piani mobili e in facciata un grande schermo elettronico che lo collegasse con gli altri musei francesi: i piani mobili furono cassati per i costi, il maxi schermo per preoccupazioni politiche (eravamo a ridosso del sessantotto);
– l’edificio prevedeva pareti interne mobili per adattarsi in modo flessibile alle mostre: il cartongesso demolitore (di idee) di Gae Aulenti ha cancellato la flessibilità dei piani destinati a museo;
– potevano accedere alla scala mobile e al panorama parigino tutti, indipendentemente dall’acquisto del biglietto: dall’ultima, ristrutturazione, eseguita dallo stesso Piano, non è più così, serve il biglietto e il motivo è per proteggere l’edificio da flussi eccessivi determinati dal suo stesso successo;
– la piazza esterna doveva stare in stretto collegamento con quella interna; non è più così, ci sono minuscoli varchi controllati da metal-detector, per ovvi motivi di prevenzione di attentati terroristici;
Cosa è rimasto della infinita flessibilità e permeabilità dell’edificio? Molto meno di quello che si sarebbe voluto ottenere in fase di ideazione. Eppure l’edificio funziona meravigliosamente, suggerendo lo stesso l’idea di libertà, trasparenza, flessibilità, di un nuovo approccio (e sono passati quasi 40 anni dalla inaugurazione) alla cultura. L’idea forte ha vinto. Questa, infatti – lo vedremo nel prossimo post- vive più di comunicazione che di concreta oggettificazione: la rappresentazione che l’ edificio da di se stesso è importante tanto quanto – e a volte forse di più- del suo effettivo funzionamento.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (6 – metafore e nomi)
L’idea forte deve essere compresa soprattutto dal pubblico. E cosí ogni edificio è rappresentato attraverso una metafora che lo traduce rendendolo afferrabile dall’ immaginario di tutti. E difatti Piano è il primo architetto popolare della storia italiana del novecento, il primo che sa perfettamente che un prodotto si lancia solo attraverso un’immagine chiara e accattivante e non decantandolo con l’incomprensibile gergo degli specialisti. La capanna, la vela, il bigo, la cassa armonica, l’arca, il vulcano buono, la scheggia (the shard), il rammendo. E inoltre è uno dei pochi architetti che non è accusato di distruggere l’ambiente e di cementificare. Trovatemi un altro che ha costruito tanta cubatura, grattacieli compresi, passando (relativamente) indenne tra ambientalisti, sovrintendenze, comitati di quartiere. Scherzando dico sempre che Piano è l’unico che potrebbe riuscire a costruire un grattacielo dentro il Colosseo con l’approvazione di tutte le soprintendenti. Ovviamente lui non lo farebbe mai, intanto perchè glielo impedirebbe la sua sensibilità ambientale ma soprattutto perchè sa che il cuore antico non si tocca e chi lo tocca muore, come vedremo nel prossimo post.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (7 – accarezzare)
Piano sa bene che l’Italia è la roccaforte degli Sgarbi, dei Cederna, dei Settis, delle Italia nostre e delle sovrintendenze più retrograde e che chi tocca il centro storico muore. E difatti se ne tiene alla larga. Da qui tre strategie:
1. Rammentare sempre il proprio attaccamento alla storia anche quando potrebbe apparire senza senso; ma, tanto siamo in Italia e le frasi passatiste più palesemente assurde saranno prese come vere. Il suo capolavoro sono gli eleganti scarafaggi/blob dell’auditorium spacciati come ispirati dalle cupole romane, grazie al comune uso del piombo come rivestimento;
2. spostare il proprio interesse sulla periferia attivandovi là strategie che originariamente (potremmo dire: quando ancora era ingenuo) erano state previste per i centri storici: come il rammendo del g124 che nasce dai laboratori di quartiere pensati all’origine della sua carriera per Otranto e le città antiche;
3. promuovere una visione soft dell’architettura che ricordi le botteghe artigianali della nostra tradizione per dare l’impressione che non è il moderno che entra nella città storica ma la storia che si riappropria della città moderna per redimerla.
Insomma utilizzare, come nel judo, la forza dell’avversario. A questo punto, pensando a quanto dovete penare negli uffici della soprintendenza per una stupida autorizzazione e il funzionario scuote la testa mentre voi avete passato una notte agitata sognando Sgarbi, ditemi se Piano non sia un genio.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (8 – re Artù)
Tra i simboli che Piano predilige vi è il tavolo rotondo. Uno gigantesco lo ha fatto montare nel suo studio al Senato.
Il tavolo rotondo è il simbolo della democrazia, dove tutti sono uguali e non c’è un capotavola. Ma è anche il tavolo di re Artù. Non tutti sono uguali perchè il re brilla di luce propria. Ecco un’altra grande lezione di Piano che ci racconta, con la forza fulminante di una immagine, il suo essere e non essere archistar. E, difatti, mentre parlava con il capo dello Stato che si era mosso per andare a udienza da Piano, Piano raccontava amabilmente che era finito il tempo delle archistar.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (9 – controllo)
Piano, come tutti i grandi architetti, ha il controllo assoluto dello spazio, si accorgerebbe subito nel suo studio di una matita fuori posto e gestisce con grande senso dell’ordine ogni voluto disordine. L’allestimento degli ambienti dove opera risponde a un format ricorrente: estrema semplicità dei materiali e delle attrezzature – comprese le immancabili sedie da regista-che fanno da pendant ai progetti appesi alle pareti con le puntine da disegno. Raccontano che sei nello spazio di Piano, in un mondo dove l’operare, un certo operare sobrio e creativo, è al centro del sistema. Osservate adesso nelle tre foto la metamorfosi dello studio di Piano al Senato. E ragionate su quanto sia stato importante ricoprire con un povero foglio di compensato la opulenta tappezzeria di damasco e il prezioso quadro barocco. Vi rendete conto del valore simbolico e comunicativo di questa sovrapposizione? Se ne percepite insieme la dimensione soave, immersiva, espressiva e totalizzante, state cominciando a imparare da Piano.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (10 – intervallo cromatico)
Avrete notato che le poltroncine da regista usate al Senato sono bianche, diversamente dallo standard rosso, più vivo e piacevole, che difatti è utilizzato a Geno
va, a Parigi, nelle mostre itineranti. Credo sia inutile spiegare perché. Ogni scelta diventa un segno, ma i segni parlano e possono essere fraintesi. Il controllo dei segni quindi deve essere ferreo, anche in un ambiente apparentemente informale. Anzi: soprattutto in un ambiente informale. Insomma: i successi si costruiscono attraverso l’attenzione minuziosa, sono solo le sconfitte che si improvvisano attraverso la distrazione. Se per Mies Dio è nei dettagli, per Piano Dio è nei segni.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (11 – rappresentazione e critica)
Con la stessa accuratezza con la quale Piano organizza i propri ambienti di lavoro, costruisce uno spazio della comunicazione non meno soavemente totalizzante. Osservate le mostre della sua opera: quelle per esempio di Padova, Milano, Parigi. Non importa da chi siano curate, seguono uno stesso pattern: i tavoli, i disegni e i plastici, i temi progettuali, le interviste, i prototipi al vero di particolari costruttivi. Piano ha capito perfettamente il suo tempo: dove la costruzione della rappresentazione sostituisce la decostruzione di senso, e il discorso è immediato tra architetto e pubblico, cioè non più mediato dalla critica che diventa sempre più trasparente (si potrebbe dire: che ha un ruolo in quanto è trasparente). E difatti ad ogni mostra di Piano voi non vi chiedete affatto chi l’abbia curata. Sapete che è lui stesso il curatore.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (12 – metodo Piano)
Cosa distingue Renzo Piano da Zaha Hadid o da Frank O. Gehry? Il fatto che un edificio di Piano non rassomiglia necessariamente a un edificio di Piano. Guardate per esempio la piazza del Pompidou, ci sono tre edifici dell’architetto e sembrano disegnati da mani diverse. La sua genialità è stata di trasformare quella che negli anni novanta poteva apparire come una debolezza di linguaggio in una forza di contenuti. In questo senso ha precorso i tempi: oggi ad essere maggiormente criticati sono proprio gli architetti-firma, coloro le cui opere sono immediatamente riconoscibili. La coerenza va cercata a livello del metodo, il Metodo Piano, come appunto recita il titolo della sua recente mostra a Parigi. E comunicata per via di metafore. Le metafore, infatti come il metodo, non rispondono a un’unica immagine, anzi ne vogliono molte. E difatti il terreno nel quale Piano è imbattibile è quello metaforico.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (13 – la firma Piano)
Avete abboccato al post precedente, in realtà Piano la riconoscibilità stilistica ce l’ha. Più passa il tempo e più i suoi edifici sono riconoscibili. E allora come la mettiamo? La mettiamo che bisogna capire che i grandi architetti sono tali proprio perché contengono contraddizioni, sono e allo stesso tempo non sono. A voi sembra di averli afferrati e loro, invece – zacchete- già stanno da un’altra parte.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (14 – copiare)
E adesso veniamo a una domanda spinosa: ma Piano copia? Copiare direi proprio di no, ma le ispirazioni sono molteplici. Il Beaubourg è un’idea ripresa da Archigram e da Price, l’auditorium ricorda i blob, la torre di Amsterdam la ricerca sui pixel, la nave di Amsterdam l’arca di Erskine, i recenti tetti verdi sono debitori alle mode ecologiste. Ce ne è tanto per aprire un dossier. E se non fosse proprio questo il metodo Piano?
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‪#‎LearningFromPiano‬ (15 – paradigmi)
Nella storia della scienza ci sono inventori di nuovi paradigmi e scienziati non meno bravi che tali paradigmi verificano e sperimentano. Lo stesso nell’arte e nell’architettura. Se Gehry é un inventore di nuovi paradigmi, Piano è uno sperimentatore di quelli esistenti: il primo ti mostra il mondo come non l’avevi mai immaginato, il secondo ti fa vedere il mondo come vorresti che fosse. Non ci sono invenzioni della contemporaneità, dalla instant city degli Archigram ai pixel dell’architettura elettronica che Piano non metta a punto, dimostrando che le utopie si possono conciliare con la realtà. Un ruolo a tutto campo di mediazione e verifica. Che a chi dice “non si può fare”, risponde con un tranquillizzante “si può e vi faccio vedere come”. Ecco, per tornare al post precedente, in che senso Piano copia: copia l’idea ma poi la sviluppa con il metodo, il metodo Piano.
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#‎LearningFromPiano‬ (16 – fine della critica)
Stefano Boeri non è stato a mio giudizio un indimenticabile direttore di riviste a meno di un numero di Abitare che da solo basta a garantirgli fama imperitura: Being Renzo Piano. Con Being Renzo Piano si è stabilito un contatto diretto tra l’architetto e il lettore. Piano, metaforicamente, ha aperto la sua casa. E, per farlo, è diventato io narrato e io narrante, attraverso la scrittura prestatagli dal giornalista. Un numero magnifico in cui la realtà ha prevalso sulle chiacchiere. Ma, in realtà, a prevalere è stata la costruzione del racconto, cioè la rappresentazione dell’immagine che Piano comunica di se stesso, sulla decostruzione del senso, cioè sulla critica. Dopo le mostre senza curatore o con curatore ornamentale, la dimostrazione che il futuro della critica è la trasparenza, la fine per dissolvenza.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (17-casa virtuale)
A proposito del numero di Abitare dedicato a Piano, Fabio osserva: “Numero capolavoro che poteva aprire il campo ad una collana intera strutturata in quel modo. I numeri monografici successivi invece si sono progressivamente spenti”. Azzarderei una altra ipotesi. L’unico architetto che poteva rendere perfetto quel format giornalistico era Piano. Le altre archistar non erano all’altezza. Il motivo? E’ solo Piano che ha costruito una perfetta casa virtuale dentro la quale farti accomodare; è il suo racconto che ha come protagonista lui stesso: Piano artigiano, Piano costruttore, Piano che gira con il decimetro, Piano circondato dai clienti, Piano uomo normale e allo stesso tempo speciale. Le altre archistar si sono trovate a disagio perché, in mancanza di una casa virtuale adeguata, ti avrebbero dovuto fare entrare nella loro reale. E ciò non è possibile. Ma, senza l’ entrare nella loro casa, si perde l’interesse giornalistico, non si guarda più dal buco della serratura. I grandi comunicatori, ma poco gli architetti, sanno costruire un buco della serratura attraverso cui farsi guardare. E nessuno come Piano ha capito così bene questa logica della società della rappresentazione.
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‪#‎LearningFromPiano‬ ( 18 – il segreto)
Ci sono due Piano: il primo cerca la leggerezza, il secondo è sensibile alla materia, alla sua grana, al suo peso specifico. Forse questo è uno dei motivi per i quali le opere di Piano sembrano realizzate da mani diverse a seconda del ruolo assegnato all’una o all’altra componente. Quanto pesa oggi il suo edificio signor Piano? Si potrebbe domandare parafrasando Buckminster Fuller. C’è un’opera però in cui sembra aver trovato un sublime equilibrio: la fondazione Beyeler a Basilea. Un corpo di pietra ancorato al terreno e un tetto di vetro che gli vola sopra. Ma è solo un equilibrio momentaneo e, difatti, negli edifici successivi, Piano prova nuove formule dosando in modo diverso gli ingredienti della leggerezza e della concretezza o, se volete, della pesantezza. È in questo continuare ad altalenare tra i due poli il segreto del fascino -inquieto e non tranquillizzante- della sua architettura.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (19 – disegni)
Perchè Piano è amato dai giornalisti? Perchè è un uomo affascinante ed ha il dono della socievolezza. Ma anche perchè è lui che risparmia loro l’immensa fatica della traduzione di concetti non sempre facili da trasmettere al pubblico. Sentite una sua intervista e vi accorgerete che Piano porge al giornalista il pezzo già fatto, compreso di titolo, di riferimenti e di suggerimenti per le illustrazioni.
Osservate adesso i suoi disegni e vi accorgerete che sono anch’essi perfetti articoli giornalistici. Quando progetta, il pezzo già chiaro in ogni passaggio, anche metaforico, lo scrive prima di tutto per sé stesso.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (20 – sezioni)
Piano è un progettista che, secondo la tradizione radicale degli anni sessanta, predilige il disegno in sezione. È stato lui a inaugurare la stagione delle sezioni popolate: per evidenziare le relazioni intercorrenti tra macchina edilizia e scala umana e per evitare la schiavitù del prospetto. Mai un architetto italiano era stato, programmaticamente, tanto attento ai suoi utenti. Negli anni ottanta e novanta per questa sua attenzione all’uso e non alla forma in sé e per sé, è visto dall’accademia come un servo sciocco del mercato e della tecnologia. Oggi -la storia è sempre ironica- lo stesso Piano è diventato per gli stessi un baluardo del disegno a mano contro il Cad e dell’architettura dal volto umano contro le degenerazioni del nuovo design parametrico. Da Dal Co a Olmo, da Irace alla Conforti tutti girano alla sua corte. E la sezione con gli omini, da grimaldello con il quale scalzare la sacralità della pianta o del prospetto, è diventata il sacramento dell’appropriatezza progettuale.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (21 – il Monet dell’architettura)
Per almeno il 50 per cento, l’architettura di Piano è fatta di luce. Compresi i rivestimenti degli edifici, concepiti come minuti elementi di materia che vibrano a seconda del raggio di incidenza del sole.
Alla espressione muscolare dell’high tech, Piano ha sostituito l’effetto impressionistico di oggetti che, assorbendo e riflettendo luce, si dissolvono nel paesaggio, traformandosi in dispositivi ambientali.
Senza dubbio (e senza passare per i pixel) è lui il Monet della tecnologia.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (22 – spazio)
Zevi amava Piano. Fu uno dei pochi a difenderlo in tempi non sospetti e cioè quando era considerato il “non architetto” del Pompidou, dedicandogli un volume della prima serie dell’Universale di architettura, un onore che riservò a pochi italiani. E gli dedicò, anche nell’ultima fase della vita, ampio spazio su l’Architettura, copertine comprese. È nota tuttavia la fulminante battuta con la quale lo inquadrò: “Piano? Il più bravo architetto italiano, peccato che non abbia il senso dello spazio”. Una frase a straordinario valore semantico che dice tanto su Piano e sull’architettura italiana ma che forse dovrebbe essere interpretata non in sé e per sé ma considerando la fonte. Piano il senso dello spazio ce l’ha, è solo che non corrisponde con quello espressionista di Zevi.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (23 – Vive la France)
Piano non sarebbe stato Piano senza la Francia. E dello stesso miracolo francese ha beneficiato Fuksas, l’altro protagonista dell’architettura italiana. Nessuno è profeta in patria. Ma, vogliamo dirlo con chiarezza? Nessuno può essere grande architetto in Italia. Se non si sconfigge questa maledizione, che non viene dal cielo ma ha cause che ben conosciamo, non si può neanche pensare a un riscatto. Ricordo ancora un costruttore che -cenavamo insieme oltre una decina di anni fa- mi raccontava indignato dell’auditorium di Roma fermo perchè gli esecutivi non erano ben fatti. Capite? Non erano ben fatti gli esecutivi di un architetto che senza problemi già allora realizzava in tutto il mondo, dove serviva un’accuratezza di progetto che noi ci sognamo.
E allora? Allora: Vive la France. Impariamo da loro.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (24 – giganti buoni)
Che l’obiettivo di Piano siano i valori atmosferici lo testimonia anche lo Shard. E difatti è frammentato in schegge e svuotato in sommità in modo da minimizzare l’impatto del volume. Ma l’operazione è troppo ambiziosa per un edificio così gigantesco e, a dispetto delle intenzioni, vien fuori netto e deciso l’effetto piramide. Il miracolo di rarefazione, raggiunto alla piccola scala, fatica a ripetersi alla grande. È difficile pensare a un Monet metropolitano. E il gigante buono -ecco una incontrovertibile verità- esiste solo nelle favole (e nei rendering). Per fortuna, nostra e di Piano, ha ben funzionato come icona; e, come landmark urbano, anche per la sua altezza, è insuperabile.
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 ‪#‎LearningFromPiano‬ (25 – Berlino, auf wiedersehen)
Se a Londra il metodo Piano non funziona perchè lo Shard non si discosta granchè dalla strategia dei suppostoni e dei siringoni iconici che punteggiano gli skyline delle metropoli contemporanee, a Berlino, sul volgere del millennio, Piano aveva mostrato che era possibile continuare a costruire la città europea, organizzata sullo spazio urbano e cioè sui vuoti più che sui pieni. L’intervento di Potsdamer Platz brilla per differenza con il vicino Sony Center disegnato sull’idea americana dell’unico grande spazio commerciale e sugli isolati di Giorgio Grassi giocati sulla piatta monumentalità di uno storicismo necrofilo. Piano, anzi, è talmente bravo come regista da costruire il suo quartiere inglobando senza danni, come avveniva nelle città antiche, sia gli edifici mosci e ripetitivi (di Moneo) che frizzanti e appariscenti (di Rogers). Paradossalmente -e la storia è sempre paradossale- la città dove con più successo Piano esporterà il suo metodo europeo, messo a punto a Berlino, sarà New York.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (26 – farmaci)
Nel post precedente avevamo detto che uno dei maggiori successi di Piano è esportare la città europea negli Stati Uniti. Ma è così? È proprio la città europea? La domanda non è semplice. È un po’ come se a Wright chiedessimo se ha esportato l’architettura giapponese negli States e se la sua è proprio l’architettura giapponese. Certo che si. Ma anche: certo che no.
Nel senso che siamo davanti al fenomeno ricorrente dell’esotismo, della passione per una certa idea che abbiamo dell’altro e che imponiamo a noi stessi come medicina ai nostri mali (un po’ come quando noi vedevamo gli USA come il rimedio allo strapaese). E se fosse che Piano negli USA esporta una medicina? Gli americani, come è noto, sono grandi consumatori di farmaci anti stress. E gli europei? Anche gli europei, oggi afflitti da americanismo, vogliono i loro farmaci anti stress. E cosa c’è di meglio di un farmaco che promette di essere realmente europeo? Piano, che è un grande comunicatore, il più grande comunicatore, lo capisce al volo e diventa medico. Fateci caso: tra le sue metafore appare sempre più frequentemente quella del medico condotto.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (27 – unire gli opposti)
Credo che nessun architetto abbia mai prodotto metafore tanto gozzaniane e deamicisiane quanto Renzo Piano: l’architetto condotto, il rammendo, il buon artigiano. Nello stesso tempo pochi progettisti come lui sono riusciti, anche attraverso la creazione di una scuola informale (le due grandi università italiane degli ultimi venti anni sono state studio Piano e studio Fuksas), a proporre innovazione e sperimentazione. Una astuta strategia di mercato, sui toni del Mulino Bianco? Anche; non si fa fatica a vedere in lui il Banderas dell’architettura italiana. Ma cosí non si coglierebbe il carattere saliente della ricerca di Piano: riuscire a conciliare gli opposti. Realizzare, e sul serio, le convergenze parallele tra una tradizione ancora da scoprire e che allo stesso tempo è la nostra maledizione e una innovazione da perseguire senza indugio ma della cui pericolosità antiumanistica ogni giorno vediamo gli effetti. E pazienza se per farlo, sfuggendo alle ire e alle trappole dei sanfedisti che popolano il nostro flebile panorama culturale, serve essere astuti come colombe, come volpi vestite da colombe.
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#‎LearningFromPiano‬ (28 – senatore e santo)
Quando, il 30 agosto 2013, il Presidente Giorgio Napolitano nomina Piano Senatore a vita, nessuno si meraviglia. È il più amato (degli architetti) dagli italiani. Il simbolo perfetto della mitologia del made in Italy: l’artista che si è fatto conoscere all’estero ed è tornato in Italia carico di fama. La persona che sa dire sempre la cosa giusta senza innervosire alcuno. Anche tra gli architetti, la categoria più individualista, invidiosa e litigiosa del mondo, tutti sembrano d’accordo, dai cederniani ai gregottiani, dai cinozucchisti ai gambardelliani, dai dalcoisti ai pippociorriani, dai boeriani ai casamontisti.
Finalmente un progettista, finalmente chi può sostenere dentro le stanze del potere le ragioni dell’architettura. Mai un architetto era stato cosí importante in un momento in cui l’architettura era (ed è) cosí irrilevante per il Paese. Santo Piano è l’unico che avrebbe potuto compiere il miracolo.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (29 – ridare ai poveri)
Piano afferra l’importanza ma anche la pericolosità del dono fattogli da Napolitano. Sarebbe folle rifiutare il laticlavio ma sconsiderato accettare un posto nella casta. E sarebbe infantile pensare di andare a Palazzo Madama per combattere le mille battaglie politiche che servirebbero per il territorio. In pochi minuti diventerebbe uno di parte e sarebbe subissato dalla violenza dei calunniatori di professione della politica, costretto a giocare un gioco che non è il suo e per il quale non è attrezzato.
Piano, re della metafora, capisce subito che deve sottrarsi, diventare icona universale. Cosa c’è di meglio allora che spogliarsi dei suoi proventi da senatore e restituirli all’Architettura? Ma chi può simboleggiare l’Architettura con la A maiuscola? I giovani con la loro energia pulita e rigenerante. Saranno loro a disegnare la nuova Italia, sempre metaforicamente, si intende, e cioè attraverso progetti esemplari. Ma esemplari sino a che punto? Beh, se mi seguirete ancora per un altro post, capirete la genialità di Piano. La sua strategia del quasi nulla.
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‪#‎LearningFromPiano‬ (30 – fine)
Ma credete veramente che Piano abbia la bacchetta magica? Che arrivi lui e risolva i problemi incancreniti delle periferie, della politica, del malcostume burocratico e amministrativo? Certo che no. E questo lo sa perfettamente anche Piano. E allora? Allora i progetti che sviluppano i ragazzi da lui prescelti devono esserci e allo stesso tempo non esserci. Insomma, il loro valore è nel fatto che si dica che si facciano, non nel fatto che si facciano. Se si facessero, i disegni si scontrerebbero subito con i mille soggetti dell’edilizia, con gli interessi dei costruttori, dei politici di piccolo cabotaggio, con i veti incrociati degli organismi di tutela, insomma con la palude che tutto sommerge. Comunicare più che fare: è il quasi nulla di Piano senatore. Che però, proprio perché non suscita conflittualità, anche per la scelta perfetta e contagiosa delle sue metafore, riesce ad ottenere moltissimo. E così, grazie a Piano, trasformatosi in Motore Immobile- in senso aristotelico, cioè di motore che muove non muovendosi-, i politici si accorgono dell’importanza delle periferie e si convertono al rammendo, alla maturità si assegna un tema sulla periferia e si parla di architettura, arrivano i fondi per il recupero, un ministero ha nella sua ragione sociale le periferie, si bandisce un concorso per la scuola bella. A questo punto, voi che criticate i lavori che escono dallo studio di Piano a Palazzo Madama, ragionate e immaginatevi che cosa sarebbe successo senza il loro quasi nulla. Potenza della comunicazione, potenza della metafora. Tra cinquant’anni Piano sarà il capitolo principale di tutti i testi in cui si ragionerà di strategia: learning from Piano (fine)
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2 Comments

  1. makeobras 28/06/2016 at 15:55

    Good article. you never stop learning from Renzo.

  2. Salvatore Gammella 20/03/2017 at 11:31

    E importante ricordare, a mio parere, che il Centre Pompidu è solo “parzialmente” un’opera di Piano e che gli elementi a lui riconducibili, anche per le sue future esperienze e prodotti sono minimi rispetto alla “grandezza e maestosità” dell’intervento che annovera tra i suoi progettisti un ben più maturo e consapevole Richard Rogers che aveva già percorso in modo tutt’altro che sperimentale quella strada e che successivamente ha continuato sino alla sua naturale evoluzione. Per quanto non sia discutibile la grandezza di Piano è triste attribuire a lui e solo a lui un’opera che ha sicuramente qualcosa di suo ma che non appartiene al suo linguaggio (o non del tutto) e che è stata frutto (probabilmente) di un architetto più rivoluzionario e più maturo in quel determinato periodo storico che ha saputo sfruttare la complicità e la preparazione culturale propria di Piano.
    Ovviamente questo è solo il mio pensiero

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