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Verona Altra_ di Andrea Bernardelli

Verona Altra_ di Andrea Bernardelli

Testo inedito

MANIFESTO. Lo definisco spesso un debito culturale quello che ho con la mia città, ma è qualcosa di più. E’ l’affetto filiale che ho per il luogo in cui sono nato e cresciuto, dal quale mi sono allontanato durante gli anni di studio, e nel quale sono tornato ritrovandolo disorientato e in cerca di sé stesso. Essa sembra che non sappia nemmeno più chi sia, con una vaga memoria di ciò che fu e una forte incertezza su ciò che sarà. Anche la sua bellezza sembra sfiorire, in balia di un turismo superficiale, di provvedimenti estemporanei e di nuove costruzioni che la rendono una città banale. Solo gli antichi e i meno giovani difendono ancora il suo nome.

I luoghi sono diventati merce e quello che ospitavano spettacolo. Autentico, vivido, intenso: sono ahimè aggettivi sempre meno appropriati per Verona. Sono tanti gli intrattenimenti per i turisti, ma che cosa rimane per i suoi abitanti? Pochi angoli e qualche osteria sono le magre consolazioni che ci restano. Sarà pure una società nuova, globalizzata, multietnica e sempre in movimento quella che oggi abita la città, ma dove e come si esprimono i suoi luoghi? L’antico è sovraccarico di ciò che dovrebbe stare nel nuovo, ma il nuovo non è capace di esprimersi e dialogare con la città.

La contemporaneità, come ogni altra epoca esige il suo tributo, e lo avrà
INTRODUZIONE. Arsenale; Fiera; Stazione; Arena; Piazzetta Arditi; Alto San Nazaro; Mura.
Sono tutti luoghi urbani fondamentali per lo svolgersi della vita di relazione e per lo sviluppo della società stessa a Verona, ma per carenza di pianificazione – o capacità di progettazione – sono divenuti dei vuoti urbani. La sola funzionalità infrastrutturale oggi non è più sufficiente a garantire l’utilizzo degli spazi. Tutto ciò che è tecnico e funzionale a livello di servizi e infrastrutture, oggi, deve essere dato per scontato, nel senso che l’evoluzione tecnologica è ormai tale da garantire che tutto funzioni e sia connesso con il resto della città. A monte di tutto ciò sta l’architettura, che è pianificazione sociale, economica e culturale. Questa è la materia dell’architetto e dell’architettura contemporanea. La forma che l’architetto attribuisce al sistema non è che l’espressione concreta di tutti i temi che toccano il progetto.

Ma qual è il potenziale latente di questi luoghi? E’ la possibilità di essere altro. Riprogettare questi luoghi – partendo dall’esistente – in chiave contemporanea a livello storico, sociale, culturale, economico ed espressivo grazie a una loro rilettura critica è il compito dell’architetto.
Il nuovo tessuto sociale deve essere in grado di assecondare nuovi modi di abitare i luoghi, ma ciò non significa cancellare il passato, bensì comprenderlo e farlo progredire in continuità. La storia deve diventare consapevolezza dalla quale partire per passare da una memoria statica e conservatrice a un sentimento dinamico di crescita culturale, sociale ed economica.
Con questo lavoro critico vorrei ridisegnare i confini economici e culturali, nonché sociali, di Verona. I luoghi presi in esame rappresentano dei punti nevralgici della città, dunque, mettendoli in discussione e riformulandoli, si ridefinisce di conseguenza il sistema urbano.
Il metodo di critica propositivo va contro la tradizionale critica opinionistica. Mostrare delle possibili alternative allo stato di fatto, sotto forma di progetti architettonici, permette di andare oltre, aprendo dei nuovi orizzonti che portano in seno altre nuove modificazioni innescate dal cambiamento.
Il punto di vista da cui parte questa critica architettonico-sociale non è certo huossmaniano e tantomeno politico. Se c’è un precedente, questo è da ricercare nelle derive situazioniste. Mi sono sempre lasciato trasportare dai luoghi lasciando che mi influenzassero, che si raccontassero svelandomi il loro fascino. E’ ascoltandoli che ho imparato a conoscerli e a capire cosa mi comunicassero.
Da questo è chiaro che sono la mia sensibilità e la mia formazione accademica a guidarmi in queste mie reinterpretazioni. Sono stati gli anni di studio all’estero e le diverse esperienze sempre in ambito accademico, ma in paesi culturalmente molto diversi dal nostro, che mi hanno dato modo, una volta rientrato in Italia, di vedere con occhio critico la mia realtà d’origine e di avere un’apertura mentale più ampia.
Gioca un ruolo fondamentale anche la mia età. Ho appena terminato i miei studi e sono ancora inesperto del mondo lavorativo, sebbene ne abbia fatto già qualche assaggio. Ciò mi porta ad affrontare i diversi temi in maniera critica ma creativa, e a progettare luoghi e soluzioni adatte a noi giovani e alle nostre necessità indotte dalla contemporaneità.

In conclusione, questo lavoro vuole mostrare delle possibilità alternative all’esistente, che non solo non è affatto bello o affascinante, ma nemmeno tiene conto delle persone per le quali è stato costruito.
[…]
CONCLUSIONE. I sette interventi presentati potrebbero sembrare irrealizzabili se accostati alla realtà che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente, ma fanno tirare un sospiro di sollievo – e di rimpianto – perché lasciano un o spiraglio di speranza. Fanno anche pensare, però, a quelle che sono state invece effettivamente le sorti di quei luoghi. Queste proposte di cambiamento ci rendono consapevoli di come sarebbe una città più inserita nelle dinamiche globali se ci fosse un polo fieristico al passo coi tempi; una città più organizzata se ci fosse una stazione a cui fare riferimento; una città più attiva se finanziasse la cultura e lo spettacolo; una città più viva se offrisse delle piazze più “disinvolte”; una città più accogliente se coltivasse il verde con dei parchi pubblici; una città più consapevole se valorizzasse la sua storia.
Sono tante le diverse città che abbiamo configurato in questo lavoro, ciascuna ci ha mostrato una possibile alternativa e tante altre ancora sarebbero le possibilità, ma non è la speculazione accademica su Verona che mi proponevo come obbiettivo, bensì piantare il seme del cambiamento nel nostro modo di vivere e vedere la città. Vorrei che d’ora in avanti, passando davanti a questi luoghi, o altri, s’immaginassero nuovi scenari in modo che queste trasformazioni entrino nel nostro modo di vedere la città. Deve avere luogo prima in noi cittadini il cambiamento, che solo in un secondo momento potrà tradursi in vera e propria realizzazione. Quando avremo maturato questo diverso approccio ai luoghi, sorgerà spontaneo il desiderio di cose nuove che oggi, invece, incontra sempre erte barriere sociali, politiche e culturali.

Al termine del manifesto su questo lavoro avevo scritto che ogni epoca esige il suo tributo, ma forse mi sbagliavo. Non è un tributo quello che ci viene richiesto, è proprio tutto il contrario. Noi lo vediamo come tale perché tra le grandi stagioni classiche dell’arte e dell’architettura – che sono sempre state caratterizzate dal bello – tra il moderno e il contemporaneo, l’idea di bellezza è profondamente mutata, ma per lo più è stata smarrita come valore di riferimento in favore della quantità e dell’economicità. Per questo oggi – purtroppo – pensiamo al cambiamento anche come un avanzamento della “bruttezza”, quando invece esso è da ricondurre, in parte, a una fase di transizione da una bellezza a noi familiare e nostalgica di una società rurale a una espressione di una società molto più complessa ed evoluta nella forma e nei mezzi. Essa, attraverso le sperimentazioni delle sue potenzialità, sta ancora cercando il linguaggio per cui definirla, ancora una volta, bella, classica. Solo allora potremo comprendere e apprezzare la bellezza della contemporaneità e i benefici che hanno portato alla società gli aggiornamenti strutturali e infrastrutturali.

DATI PERSONALI:
Nome: Andrea
Cognome: Bernardelli
Data e luogo di nascita: Verona, 10/09/1990
Professione: architetto

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