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160407_ Il sistema dei villaggi digitali ed il caso Riace – di Felice Gualtieri

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Riempire gli spazi vuoti; in sintesi è questo il programma urbanistico del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, artefice di un modello insediativo all’avanguardia in Europa  poiché è riuscito a realizzare un processo diverso di trasformazione del territorio: rioccupare i borghi antichi svuotati dall’urbanizzazione novecentesca con il recupero delle costruzioni abbandonate che vengono assegnate ai migranti in cerca di asilo. Per queste sue idee, concretizzate  negli ultimi 15 anni, il Fortune Magazine lo inserisce tra i 50 leader più influenti al mondo; nel 2010 Wim Wenders, in relazione al progetto Riace, affermava: “La vera utopia non è stata la caduta del muro di Berlino, ma la convivenza serena della gente di Riace”. Quell’Europa che chiude le porte ai migranti si mette alla scuola di un paesino di pescatori che offre asilo ai profughi garantendo così la propria sopravvivenza. E’ un’avventura di inclusione  che iniziò nel lontano 1998 quando sulle coste del mar Jonio sbarcarono 218 curdi.

Il paese stava attraversando una fase endemica di spopolamento con poche centinaia di abitanti  e con il conseguente collasso del  già precario sistema economico e sociale.  I successivi anni portarono un sempre maggior numero di rifugiati. Lucano, con giusta intuizione, ha colto il valore vitale di quegli uomini e donne che potevano ridare vita ad un paese quasi estinto. Chiese un mutuo con il quale iniziò a ristrutturare le vecchie case abbandonate insieme agli stessi migranti. Una politica di inclusione  che, anziché essere assistenzialista, ridava dignità a persone provate da storie difficili e complesse. Nel paese oggi si è tornati a vivere ed a lavorare. Un processo di rivalutazione del borgo ha permesso la creazione di laboratori artigianali in un un luogo che 14 anni fa era quasi estinto. Le politiche dell’accoglienza di Riace sono all’avanguardia in Europa; se integrate con gli strumenti del paradigma digitale, avrebbero un impatto rivoluzionario:  quello che è in gioco è l’intero modello urbano dello sviluppo metropolitano proposto come apice della civilizzazione umana.

L’abbandono dei luoghi abitati assume caratteri simili in quasi tutto il mondo Occidentale. In primo luogo a causa dell’urbanesimo e delle sue implicazioni; in secondo luogo (più recentemente) per le crisi finanziare e produttive (pensiamo alla situazione di Detroit). L’Italia non è estranea a questi problemi; nel 2007 sono stati contati 2831 paesi a rischio di spopolamento. Ed è  in questo momento storico che emerge il sistema degli spazi abbandonati dalla prima ondata di migrazioni urbane, residui di una fase industriale dello sviluppo umano. Ma la rete degli spazi in abbandono, la vecchia infrastruttura, ha mantenuto il suo valore posizionale aspettando l’avvento pieno dell’era digitale, per realizzare quelle dinamiche che riscoprono la vita laddove questa sembrava estinta.

Un sistema territoriale riattivato dai movimenti di migrazione inversa è quello che si tenta di proporre  in alcune parti del mondo. Le stime urbane che prevedono un’ulteriore crescita dei cittadini urbanizzati sono (in quest’ottica),  completamente errati. L’insieme dei paesi, degli spazi periferici, dei nuclei abbandonati etc, se rifondati in una nuova dinamica relazionale e produttiva, si trasformano in avamposti per un differente progresso tecno-antropologico. Nel loro insieme, indicano una direzione diversa per lo sviluppo umano che supera le contraddizioni del modello urbano per avviarsi sulla strada piena dell’infrastrutturazione digitale. Stiamo parlando di  luoghi e spazi nucleari, (esterni alle megalopoli contemporanee) considerati marginali dall’urbanizzazione pesante: una rete di villaggi digitali che vengono rioccupati dai moti inversi di popolazione e mezzi. Distanti anni luce dall’accusa di  provincialismo diffuso, inaugurano invece una vera dimensione di cosmopolitismo in rete.

mimmo lucano

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