presS/Tletter
 

Le mele di De Masi e le mele di Cezanne – di Eduardo Alamaro

download (1)

Un mezzo flop. La presentazione alla Feltrinelli della “Napoli 2025” di Domenico de Masi & C. è stata un mezzo flop. Brutto segno, brutto sogno: la metropoli campa-Na campa a giornata, pare spenta, demotivata.

Non crede più a niente e a nessuno. Non è credente nelle previsioni ragionevoli e nel futuro argomentato. Nel “fare città”. Né nel “fare felicità”. Si affida alla collaudata tradizione, al lotto e a san Gennaro e ai bang, bang. Tirammo ‘a sparà. Tirammo ‘a sperà….

Napoli d’oggi non pare convertibile e ri-convertibile al futuro. Del resto non hanno tutti i torti, i No-poletani, vista la vicenda Bagnoli che si trascina stancamente da 25 anni. E non si vede sbocco con vincente con In vincitalia…

Degli stessi 7 magnifici 7 illustri (e maturi) esperti coinvolti da De Masi per le previsioni al 2025 di Napoli (tutte cose egregie che si possono leggere nell’agile libro edito dalla rinata Guida editori di Napoli), benché “in cartellone”, se ne sono presentati in scena, alla Feltrinelli, solo due: Massimo Lo Cicero, economista, e Massimo Pica Ciamarra, archi-urbanista. Gli altri, da Isaia Sales a Carlo Borgomeo, da Marino Niola a de Kerkhove hanno rinunciato al vivavoce, al dibattito.

Il moderatore della serata, Ottavio Ragone de “La Repubblica / Napoli”, è stato particolarmente moderato e cortese per cui ha lasciato fare & dire: non dettando i tempi  dalla cabina di regia, non creando legami, ognuno dei tre partecipanti alla presentazione s’è fatta la sua previsione, la sua conferenza, fatalmente accademica.

De Masi più di tutti, partendo da lontano, iniziando addirittura dagli assiro-babilonesi e dalla rivoluzione agricola: brevi cenni sull’Universo-Sud fino ad arrivare alla svolta post-industriale dei beni immateriali di qualche decennio fa che fu … e che a Napoli fuje, non c’è. Così è se vi pare & dispari.

images (1)

Lo spumeggiante Lo Cicero non è stato da meno facendo un resumé, ahimè, ahinoi! delle spuntate precedenti s-partenopee. A partire dagli immancabili illuminati illuministi napoletani del ‘700 che, al loro tempo, figuravano efficacemente il Regno di Napoli come un mostro con una enorme testa Capitale mal odorante che assorbiva le forze fresche e profumate di tutto il Regno: ‘o pesce puzza d’ ‘a capa, d’a Capitale, si diceva popolarmente…

Il savoiardo Cavour sul letto di morte però sussurrò: “m’arraccumanno Napule, industrializzate Napoli, ricompensiamola, diamole un futuro …”. E tacque per sempre, il fine tessitore: una prece, un prete.

Infatti, sostiene il Lo Cicero nuosto, con l’unità d’Italia la Napoli maleodorante dei Borbone ebbe un rilancio eccezionale: la seconda metà dell’ ‘800 & primo decennio ‘900 è eccezionale per Napoli …; poi il fascismo la bloccò perché il Dux non aveva alcun interesse di fare a Sud di Roma una grande forza metropolitana: il duce sognava l’Eur, a Napoli bastava la Mostretta d’Oltremare …

E va avanti il racconto di Lo Cicero… fino alla Napoli del dopoguerra e dei nostri giorni che, saltando la fase palazzinara e la mancata riconversione industriale, più che una risorsa per il Mezzogiorno è diventata un problema …; conclude il professore: “.. bisognerebbe avere una visione ampia per Napoli ovest, da Bagnoli a Lagopatria … ragionare su questa ampia scala territoriale e non certo col giochino asfittico di Bagnoli, che noia …”.

Ma questa ampia scala territoriale (compresa questa “cosa” dell’immateriale), i No-poletani non la capiscono molto da sempre, sin dai tempi del Borbone illuminato che tentò, a metà ‘700, di spostare l’asse di sviluppo costiero verso l’interno, verso Caserta: Dio non-guardi e non voglia!

Apple-Logo-colorato

Apple_logonero

Hai voglia a dire, a cantare: “Napule, te voglio bbene assaje, ma diversamente, immaterialmente …” quelli non capiscono. Loro sono napulitani veraci doc e gli altri, i regnicoli, so’ solo “cafoni ‘e fore”, compreso il povero sannita coraggiuso De Masi. Con difficoltà, per la verità, avevano sopportato la fase industriale ‘900, molto concreta e veloce, per la verità, calata dall’alto a Bagnoli e nella Napoli est da Nitti ….

De Masi si spinge a dire che i napoletani quella fase dell’industrializzazione ‘900 l’hanno subita e non l’hanno mai amata overamente: non era nelle loro corde di violino, mandolino e di chitarra, nel loro dna greco della “grande bellezza”, della grande armonia, fatalmente perduta. Da ritrovare, vattellapesca dove.

De Masi sostiene, scommette, che potrebbero ritrovarla facilmente nell’attuale via immateriale al post-industriale. Ma nessuno gliel’ha mai spiegata nel concreto questa via, ai No-politani.

E perciò De Masi si propone all’uopo e all’ovo del castello; dice che si tratta di una grande scommessa per Napoli e che a lui basterebbe un là per tornare qua, per mollare Roma e ricominciare qui … bla, blu, blì …

Afferma ancora che: “non ci si può attardare, bisogna scegliere subito” … vedere e pre-vedere il futuro di Napoli (come sarà questa città tra 10 anni?) … e non bisogna sbagliare. Ha un sogno, a 78 anni ben sonati, il professore: aiutare a formare e performare una classe dirigente post-Gomorra … perché “quella di oggi di Napoli è buona solo per la satira di Crozza!”.

iStock

E qui l copo di scena: de Masi mette sul tavolo le mele di famiglia e centra l’immaginario concreto partenopeo, almeno quello mio di umile cronista e cornista ‘e PresS/T.

Racconta infatti il professore: “… mio nonno era un medico di Sant’agata dei Goti, amava la scienza e la natura del luogo. Aveva fatto un po’ di soldi, sognava le mele annurche veraci e perciò investì nel suo sogno: in un bel pezzo di terra al paese, nel beneventano …”.

Co – co – co, … contemporaneamente però, dall’altra parte del globo, il nonno di un amico brasiliano del de Masi, nello stesso anno, il 1955, sognava invece le tecnologie, il nuovo immaginario, la tv …. e perciò investì la stessa somma di suo nonno in un piccolo impianto televisivo in Brasile.

Risultato al 2016: il nipote del brasiliano è oggi miliardario, mentre lo sfortunato de Masi da quelle terre del nonno a Sant’Agata dei Goti, oltre a pagarci le tasse, riceve dal contadino solo una decina di cassette di mele annurche veraci … che so’ certamente buone, ma pensate alle mele immateriale delle App …, ‘na bella differenza: che fesso ‘o nonno ‘e de Masi che non capì per tempo il tempo delle mele dell’immateriale! Capito il paraustiello di De Masi per la Napoli 2025 e (molto) oltre?

Si vabbè, tutto giusto … però ci stanno anche le mele di Cezanne. Il quale era un francese del Sud, della Provenza, molto scorbutico; un tipo rude e solitario, uno che non era certo amato dai suoi compaesani, né dagli accademici delle arti belle di Parigi i quali dicevano che quel periferico Cezanne non sapeva nemmeno disegnare. Tanto meno sognare, osare e volare alto nei cieli del futuro dell’altro ed eventuale tra ‘800 e ‘900 ….

Ma quello, il provinciale, se ne fotteva degli anemici accademici: magnava e pittava le mele veraci della Provenza, ma in maniera assolutamente inedita, tanto che osò dire: “Conquisterò Parigi con una mela, alla faccia vostra!!”. E ci riuscì, com’é notorius: aumh, gnam gnam ….

E mò, amici miei immateriali di questo bloggo, scegliete voi in quale ceste di mele veraci sta il nuovo per Napoli … e fatemi sapere. Stessa spiaggia, stesso mare, mare colmata di Bagnoli.

Da parte mia una sola promessa, una sola certezza: datemi tempo e … e conquisterò Napoli con una mela ‘e PresS/T. Ma annurca (e forse anche  mezza turca).

Saluti, eldorado

mele

Leave A Response