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Mi manca Zaha – di Oliviero Godi

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A Venezia è stata dedicata una retrospettiva a Zaha Hadid.

Le riviste, quotidiani, telegiornali hanno riportato ampiamente delle sua prematura scomparsa. Architetti di tutto il mondo ne hanno -adesso- pianto le grandi capacità ed estro.

A me manca Zaha come persona.

Ho lavorato da lei nel 1994, Schumaker -per fortuna- era via quell’estate. Eravamo nove o dieci persone nell’ufficio, tra cui un factotum, una segretaria, due o tre architetti a stipendio (poco o mai pagati) e noi studenti in vacanza (si fa per dire) tra un anno e l’altro d’università.

Zaha veniva in ufficio il pomeriggio, verso le 16. Restava fino all’una o due di notte, ogni giorno. Quando arrivava dovevamo nascondere tutto quello che stavamo facendo sul tavolo, perché invariabilmente volava giù dalla finestra. Si rivolgeva alle poche ragazze dell’ufficio e le faceva piangere dicendo loro quanto erano incapaci, per poi abbracciarle ed accarezzarle rincuorandole. Era uno spettacolo divertente e terribile ogni giorno. Con i maschi aveva più distacco, e con me in particolare, che venivo dalla Columbia University, una forma di rispetto che le impediva di colpirmi verbalmente ogni volta che non facevo quello che voleva lei.

Qualche volta cucinava in ufficio il riso persiano -era una ottima cuoca- e parecchie volte ci invitava a casa sua a mangiare e bere. Fu un’estate esilarante, dura, intensa, proficua.

L’ultima notte, prima di tornare a New York, volle a tutti costi dare una festa in mio onore a casa sua e mi ritrovai ad andare dal suo appartamento all’aeroporto vomitando sul taxi tutto quello che avevo bevuto. Non mi disse mai apertamente cosa pensava del mio modo di fare architettura, ma s’inventò di leggermi le carte per poterlo fare in maniera delicata ed intelligente.

Da allora siamo rimasti amici, a volte ci sentivamo spesso, a volte ogni due o tre mesi, prima con sms o telefono, poi con whatsapp. Non importa dove fosse nel mondo o che ora fosse, se le scrivevo da Istanbul o Tel Aviv o Buenos Aires lei rispondeva immediatamente, continuando a volte per qualche ora uno scambio fitto di messaggi.

Non parlavamo mai della sua o della mia architettura. Scrivevamo della vita, chiedevo consigli, mi parlava del mondo. Spesso quando dovevo prendere decisioni difficili, le scrivevo e sempre aveva una soluzione intelligente, diretta, a volte cinica ma efficace.

Era irachena, come parte della famiglia di mia moglie. C’eravamo sentiti poco tempo prima che morisse perché era il compleanno di uno dei miei figli e avevo scherzato che era un po’ iracheno come lei e perché al suo compleanno -l’ultimo…- non avevo potuto andare di persona.

Aveva una intelligenza incredibile, veloce, istantanea nel cogliere le situazioni più complicate, ma aveva poca pazienza per quelli non intelligenti come lei, per cui non aveva pazienza quasi per nessuno.

Potrei continuare a lungo a scrivere di lei e degli aneddoti che la circondano.

La verità è che mi manca.

Mi manca sapere che adesso avrei potuto scriverle e lei mi avrebbe risposto subito, incondizionatamente.

1 Comment

  1. Sergio Brenna 09/06/2016 at 10:12

    Caro Oliviero, è evidente che “habent sua fata nomina” e che tu godi a legarti d’amicizia con coloro da cui vieni maltrattato, un po’ come i clienti e gli utenti delle architetture di Zaha. A me, che ho contrastato il progetto Citylife a Milano (per amor di verità il lay-out generale non è suo, ma di un oscuro architetto torinese e più che condizionato da una quantità edificatoria spropositata necessaria a pagare i debiti di Fondazione Fiera per le follìe di Fuksas nella costruzione della nuova sede di Rho-Pero) la sua architettura navale arenata nel cuore di una città di pianura e già consunta dallo smog non me la fa rimpiangere neanche un po’. Anzi mi sento un po’ responsabile della sua repentina scomparsa per aver invocato la vendetta popolare contro quello scempio: non credevo però di essere in grado addirittura di condizionare quella divina!

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