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SINDROME POSTMODERNA – di Alessandro e Leonardo Matassoni

SINDROME POSTMODERNA – di Alessandro e Leonardo Matassoni

cercare un orizzonte

“Una mappa del mondo che non comprende il paese dell’Utopia è indegna anche di un solo sguardo, perché ignora il solo paese al quale l’Umanità approda continuamente. E quando l’Umanità vi getta le ancore, sta in vedetta, e scorgendo un paese migliore, di nuovo fa vela. Il progresso non è altro che avvalersi delle utopie.”

Oscar Wilde

  

Probabilmente è fatale che nella storia si susseguano momenti di coraggiosa sperimentazione pionieristica, alimentati dalla fiducia nel futuro e nei mezzi dell’uomo, e successivi periodi di ripiegamento o “maturazione”, in cui vengono meno le certezze e ci si accontenta di mantenere l’equilibrio. Quello che stiamo vivendo è uno di questi?

Come architetti non ci interessa granché proporre l’ennesima personale lettura della Biennale di Venezia di cui si è detto e scritto anche troppo ma possiamo invece prenderla come uno spunto stimolante per cercare di capire da dove nasca una posizione culturale che oggi va per la maggiore e di cui la mostra, aldilà di quel suo titolo aggressivo, è un riflesso. Oltre l’impegno politico e sotto ai proclami apparentemente ambiziosi infatti, si nasconde in realtà un’indole piuttosto timida che da un lato, colpevolizza l’espressività artistica delle grandi architetture contemporanee, come fossero sprechi inaccettabili e dall’altro, vola basso tirata giù dalla zavorra del suo moralismo pragmatico.

Non si può certo negare che l’umanità stia attraversando un momento storico di ripensamento della modernità ed è ovviamente un bene prendere piena coscienza delle questioni fondamentali che solo trenta o quarant’anni fa venivano allegramente ignorate, se non addirittura misconosciute dai più; men che meno oggi potremmo sorvolare sugli errori commessi, continuando a concepire gli ambienti urbani del futuro con lo stesso superficiale riduzionismo ereditato dalla nostra cultura scientifica e che ha funzionato bene solo in quel campo. Così, intimiditi dalla difficoltà del compito che abbiamo davanti, si finisce per accontentarsi di obiettivi più modesti e a portata di mano o comunque in grado di garantire risultati relativamente sicuri, perché nei momenti come questo, tende a prevalere un’etica di tipo conservativo e prudenziale che viene presentata come un valore.

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Hug Ferriss – dall’album di x-ray delta one

Si prova un senso di nostalgia pensando al fermento creativo e all’energia che ha generato le utopie architettoniche del novecento, non tanto per quello che proponevano ma per il fatto stesso che potessero esistere come frutto di una forza visionaria tale da indirizzare l’agire umano verso fini alti. Oggi questo coraggio visionario manca quasi del tutto a causa della delusione per i fallimenti del passato che condiziona e deprime l’impulso esplorativo; la realtà che sta aldilà dei proclami apparentemente coraggiosi è che domina una stagnazione generale. Gli osservatori più acuti della contemporaneità la considerano una modernità disillusa e cinica che genera una “società liquida”  (Bauman) la cui cifra distintiva è l’instabilità e soprattutto, la diffusa erosione dell’idealità che lascia campo libero ad una mentalità da “real politic” che abbassa l’ideale sul reale.

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James Turrell – dall’album di Andrew Carr

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James Turrell – dall’album di Andrew Carr

Allargando la prospettiva potremmo inquadrare il tutto come una fisiologica maturazione della modernità, una specie di passaggio stretto forzato dalla necessità storica che verrà superato in un tempo che, purtroppo, non è dato conoscere. D’altra parte non potremmo neanche affermare che questa fase sia una novità assoluta, basti pensare all’origine stessa delle parole cinismo e scetticismo che derivano dalle scuole filosofiche sorte dopo il periodo classico che partorì il pensiero di Socrate e di Platone, cioè in un’epoca in cui, analogamente a quella attuale, erano venute a mancare le certezze precedenti che in quel caso avevano fatto nascere le Poleis e sostenuto la Grecia piccola e divisa del periodo preclassico dandole modo di costituire la prima base ideologica della modernità.

Tuttavia, questo è un male postmoderno generato dall’incrinarsi di uno dei principali pilastri della modernità ovvero la certezza che  un modello razionale del mondo possa essere sovrapposto alla realtà, una convinzione basata su un filone filosofico che affonda le radici proprio nello spirito del periodo classico. Adesso questa certezza sopravvive pienamente solo in ambito strettamente scientifico che, guarda caso, è l’unico il cui progresso sembra inarrestabile. La portata dell’impennata tecnologica che sta producendo e il tecnicismo che ne deriva in effetti, rendono difficoltoso ogni paragone col passato perché insieme costituiscono un “elemento outsider” senza precedenti storici, l’unico che probabilmente sarà in grado di traghettare l’umanità nel futuro facendole superare d’un balzo tutti i problemi. Eppure anche su questo fronte ci sono i pessimisti che interpretano l’accelerazione tecnologica con un senso di ineluttabile caduta in avanti.

Che altro potremmo dire?

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Olafur Eliasson – dall’album di John Carter

In tutta questa confusione una cosa è certa; da architetti, ci ritroviamo a dover scegliere tra due sponde opposte. Potremmo lasciarci contagiare da questa sindrome postmoderna, oppure potremmo seguire la nostra natura e rilanciare, spinti da quell’attitudine psicologica che conosciamo bene perché è la stessa a cui attingiamo quando affrontiamo il difficile compito di cambiare le cose. Più in generale però, possiamo dire anche che come esseri umani abbiamo bisogno di porci di fronte mete apparentemente quasi impossibili da raggiungere. Fin dai suoi albori la nostra storia ci insegna che per poter progredire, abbiamo la necessità assoluta di imprese eroiche!

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