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Stam story (1)
Un recente articolo di AR solleva l’interesse per Mart Stam, bravissimo architetto dimenticato. Ecco sette motivi per occuparci di lui nei prossimi post:
1) lavorò al progetto della fabrica Van Nelle ma il suo ruolo è stato sottovalutato, se non taciuto;
2) a 28 anni rifiutò di diventare il direttore del programma di architettura della Bauhaus;
3) progettò la sedia su due gambe che gli fu plagiata da Breuer, a giudicare dal responso del tribunale tedesco che chiuse una complessa causa sui diritti di copyright;
4) realizzò uno dei più significativi e dimenticati edifici alla Weissenhof siedlung di Stoccarda diretta da Mies;
5) la foto famosa che ritrae Mies e Le Corbusier in cui lui compariva in secondo piano, fu photoshoppata e lui fu fatto scomparire;
6) andò in Russia con la brigata May per raccogliere delusioni ma anche una moglie che era la Lotte Beese, prima amante dell’amico ed ex direttore della Bauhaus Hannes Meyer;
7) fu tra i fondatori del CIAM.
Gli ultimi anni della sua vita programmaticamente cercò di scomparire.
Per inciso: era anche un bell’uomo che mise insieme tre matrimoni.

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Stam story (2)
Ci fu un momento in cui bolscevichi pensarono di esportare il comunismo attraverso l’architettura e l’arte moderna: il loro emissario fu El Lissitsky. Contattò tutti gli artisti progressisti europei. Probabilmente fece arrivare soldi per finanziare mostre e pubblicazioni, tra queste la rivista ABC gestita anche dai giovanissimi Mart Stam e Hannes Meyer. Poi venne Stalin e l’arte e l’architettura moderna furono messe in soffitta.

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Stam story (3)
Le prime sedie in metallo furono progettate nella metà degli anni Venti da Mart Stam con i tubi in ferro degli idraulici.
L’obiettivo era che costassero poco, e che fossero accessibili a tutti.
Adesso confrontate quelle di Mies (e/o di Lilly Reich? – visto che pare che la collaboratrice e amante di Mies ne fosse l’effettivo autore o, più probabilmente, il coautore) realizzate nello stesso periodo con un acciaio speciale, che costavano tre o quattro volte quelle comuni in legno.
Dietro questa semplice immagine si nasconde tutto lo scontro tra i funzionalisti puri, per i quali l’arte era un servizio per il popolo, e i funzionalisti artisti per i quali la funzione era un pretesto per magnifici esperimenti formali. Naturalmente vinsero i secondi mentre i primi caddero nell’oblio.
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Stam story (4)
Stam sin da giovane godeva di grande credito presso i propri colleghi, che lo dovevano considerare l’ enfant prodige della nuova architettura.
Fu chiamato al Weissenhof siedlung di Stoccarda che non aveva 28 anni insieme a pochi stranieri di fama (tra questi Le Corbusier e Oud) mentre la stragrande maggioranza degli invitati da Mies faceva parte della cricca dei berlinesi. Inoltre, Gropius nello stesso anno offrì a Stam, che rifiutò, la direzione del nascente settore architettura della Bauhaus (Hannes Meyer, che era un amico di Stam, fu una seconda scelta).
Come tutti i giovani di straordinario talento, Stam era un estremista. Per visione politica ed estetica. Era infatti un comunista superfunzionalista.
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Stam story (5)
Mart Stam era talmente funzionalista che anche Hannes Meyer passava, nei suoi confronti, per un esteta.
Il suo modo di ragionare era di una perentoreità cristallina: gli artisti pensano a comporre, a rendere tutto carino, i progettisti a risolvere i problemi. I buoni architetti non si curano quindi dell’arte. Le Corbusier? Un accademico che travasava il vecchio vino in botti nuove.
Ridurre l’estetica a un grado zero. Un compito ovviamente impossibile. Eppure fu il grande sogno (estetico) del novecento, da alcuni portato alle sue estreme conseguenze. Vinse, come sempre accade, una linea più morbida e compromissoria. E difatti oggi veneriamo la triade Gropius, Le Corbusier e Mies, decantata da Giedion, e non quella Stam, Meier, Schmidt promossa da Teige.
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Stam story (6)
Chi l’ha detto che i grandi architetti siano grandi uomini? Che la storia selezioni i migliori?
Stam vive una vita ineccepibile: lotta per i suoi principi, va in Russia a costruire il socialismo e, dopo la guerra, nonostante le delusioni accumulate a progettare città ideali per Stalin, va nella Germania dell’est a costruire le nuove scuole di design. Combattuto anche là da uomini abietti e da visioni reazionarie, torna in occidente e scompare dalla scena, cambiando (così si ricava da alcune fonti) nome. Scompare…si dissolve.
Mies,invece, cerca compromessi con il nazismo, si fa attraversare da tutte le fedi, va negli Stati Uniti. Lui che viene da una famiglia di scalpellini, non disdegna di avere il maggiordomo, usa un finto nome aristocratico perchè si vergogna del suo, passa come un carrarmato sopra le aspirazioni, i diritti e i sentimenti di Lilly Reich, dimentica le figlie, usa Philip Johnson, che disprezza, per ottenere mostre e incarichi. Stam, anche se non ne condividiamo la fede, è un eroe, Mies un opportunista, un ominicchio travestito da gigante. No, non è proprio detto che i grandi architetti siano grandi uomini. A questo punto però ci chiediamo: Stam era un grande architetto?
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Stam Story (7)
Fu Gropius a proporre a Stam di diventare il direttore della sezione architettura della Bauhaus.
Al suo rifiuto si orientò per Hannes Meyer che con Stam aveva condiviso l’esperienza della rivista ABC, anche lui ultracomunista, anche lui ultrafunzionalista, anche se a un grado minore di Stam che passava per essere il più integralista.
Segno che Gropius in quegli anni aveva preso a cuore il partito della Nuova Oggettività, quella che vedeva la composizione come il crimine dell’architettura.
Poi però Gropius, sempre ondivago e opportunista nelle sue scelte, si avvicinerà ai più formalisti Le Corbusier e Mies con i quali, benedetti da Giedion, formerà la grande triade dell’architettura moderna.
Nel 1928 la situazione è ancora confusa ma al primo CIAM emerge l’incompatibilità tra la posizione di Stam e di Meyer e quella di Le Corbusier e Giedion. È l’inizio di una guerra senza risparmio di colpi e su più fronti che viene vinta per abbandono del campo da parte di Stam e Meyer che nel 1930 corrono in Russia a costruire la società socialista da loro idealizzata (l’altra battaglia è contro gli organici e gli espressionisti, ma questa è un’altra storia che in parte abbiamo già raccontato nella serie su Häring).
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Stam story(8)
Ma Stam ci ha lasciato dei capolavori? Forse uno: è una casa a Praga realizzata tra il 1929 e il 1932, villa Palička.
Purtroppo il committente era ingegnere e costruttore e, ritenendosi un competente di cose architettoniche, ne alterò profondamente il disegno, ma, per quanto la compromise, non riuscì a distruggere l’idea di fondo. Una casa a tre piani chiusa alla strada e aperta al giardino, con una terrazza al piano primo che si sviluppa parallelamente alla strada e che proprio sul lato della strada è schermata da vetrate opache. La terrazza, attaccata al soggiorno, ti fa guardare il giardino dall’alto, come in villa Savoye. Ma con la differenza che il dentro e il fuori sono tra loro connessi, anche fisicamente attraverso una scala, e non filtrati da punitive finestre a nastro che permettono la fuizione della natura solo come se fosse un quadro.
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Stam story (9)
A giudicare da questa prospettiva, Stam conosceva molto bene le regole di quella composizione che, negli scritti teorici, rinnegava come un inutile gioco estetico. Magistrale è la gestione delle relazioni tra struttura portante e volumi. Vi è però un neo, che forse Stam avrebbe risolto in fase esecutiva: è il pilastro che, al primo piano, capita proprio in mezzo alle finestre, quindi né dentro né fuori. Le stesse finestre del soggiorno non si aprono sulla terrazza con una separazione visiva tra i due alla quale l’ingegner Palička cercherà di ovviare aumentando la finestratura, ritoccando i volumi e disallineando il pilastro ma non senza produrre alcuni disastri compositivi di cui parleremo nei prossimi post.
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Stam story (10)
È deprimente notare che in quasi tutti i testi che ho consultato via internet sia scritto che le differenze tra il progetto di Stam e l’esecuzione dell’ingegner Palička siano limitate e trascurabili.
Segno di quanto poco si sappia leggere l’architettura e di quanta scarsa sensibilità abbiamo per lo spazio.
E proprio per questo motivo vi invito al gioco delle differenze. Per vedere se voi lettori riuscite a tirar fuori almeno quelle che distinguono uno dei più dotati architetti del Novecento da un mediocre ingegnere.
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Stam story (11)
L’ingegnere e costruttore Palička, nel realizzare la casa in difformità dal progetto di Stam, fa due cose giuste:
– Apre il soggiorno verso il paesaggio con una finestra d’angolo (nella foto).
– Ricava al piano superiore un maggior numero di stanze più grandi e arredabili (le due camere da letto per i ragazzi previste da Stam sono microscopiche e possono essere sistemate praticamente in un unico modo, con il letto incastrato tra la parete perimetrale e il lavabo).

I benefici ottenuti dall’ingegnere Palička fanno però perdere complessità, articolazioni, relazioni e proporzioni allo spazio della casa, che diventa una tozza linea, rinunciando alla compenetrazione dei due corpi ortogonali prevista da Stam (la linea delle camere da letto e la perpendicolare del salone).

Si perde, inoltre, la logica strutturale evidenziata con tanta eleganza sempre da Stam (nella realizzazione di Palička gli esili pilastri che attraversano i tre piani faticano a emergere, per non parlare del pilastro in corrispondenza del soggiorno, ora avanzato rispetto agli altri, che distrugge il prospetto).

Stam propone una logica funzionale e relazionale mediata e sostanziata da una cultura compositiva, Palička una immediatamente funzionale.

Quale è il paradosso? Che proprio Stam aveva predicato nei suoi scritti il rifiuto della composizione. Stam, insomma e per fortuna, in una certa misura si contraddice.

Del resto è questa contraddizione il fascino degli edifici non solo di Stam ma di un po’ tutta la Nuova Oggettività: una architettura che predica il grado zero ma, pur non cadendo nel formalismo di Le Corbusier o Mies, si guarda bene dal fare tabula rasa.

La cultura architettonica con i suoi metodi, regole e tradizioni, infatti, fa talmente parte del DNA di Stam, che lascia sempre tracce, e marca la differenza. La differenza tra il grado zero di Stam e quello di Palička.

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Stam Story (12)

L’altra opera importante di Stam sono le case al Weissenhof di qualche anno prima (1927)
Non sono le più belle della mostra di Stoccarda ma sono, con quelle di Oud, le migliori nell’affrontare il problema dell’edilizia ripetibile a basso prezzo.
Eppure c’è un particolare da grande architetto, e Stam ha solo 28 anni: osservate con quale eleganza gli ingressi rispondono al cambio di direzione rispetto al percorso.

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Stam story (13)

Avrà avuto 28 anni ma Stam non ci andava leggero. Le sue tre case del Weissenhof, in una società ben pianificata come lui desiderava, si sarebbero dovute ripetere all’infinito. Era il suo ideale comunista ma anche Gropius e Le Corbusier, che comunisti non erano, si muovevano nella stessa direzione. Erano i tempi in cui tutti volevano marciare allo stesso passo, e cosí inevitabilmente venne quello dell’oca.

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Stam story (14)
In realtà gli standard previsti da Stam per il suo habitat ideale sono generosi. Al Weissenhof di Stoccarda prevede una casa su tre piani: zona hobby o lavoro, zona giorno, zona notte. Dove non possono essere realizzati i tre piani, ecco un corpo adiacente a un piano che restituisce la volumetria. Pensare Stam come un fissato dell’existenz minimum appare come una forzatura.

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Stam story (15)

Il segreto di Stam era la sua ubiquità: lo troviamo dappertutto, in Svizzera, in Germania, in Olanda. Non c’è convegno, mostra o fatto importante della storia architettonica degli anni venti dove non sia presente.
Non poteva mancare ai CIAM. Nella celebre foto del 1928 è in alto a sinistra. Osservate bene: non è in primo piano (non è il suo stile) ma ben in vista nell’angolo. Gli ultimi si notano sempre.
Accanto, sempre in ultima fila ma più confusi nel gruppo, ci sono gli svizzeri, l’ala radicale di ABC da lui capitanata: Haefeli, Steiger, Schimdt, Arataria, Gubler. Infaticabile, fu lui nel secondo CIAM di Francoforte a occuparsi della celebre mostra dell’alloggio minimo.

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Stam Story (16)
Questa celebre foto, scattata l’anno prima del CIAM, al Weissenhof di Stoccarda mostra, in verità, anche l’ubiquo Stam in secondo piano dietro Le Corbusier in bombetta e Mies con le ghette.
La foto fu in seguito ritoccata, cancellando l’olandese, per mettere meglio in evidenza i due Maestri e il loro simbolico incontro. Rimasero, a seguito della cancellatura, solo i suoi calzoni visibili tra i due cappotti.
Nulla potrebbe rendere il triste destino di Stam meglio della damnatio memoriae operata involontariamente (?) attraverso questa foto.
Nel 1999 un libro, che raccontava la storia dell’architettura olandese contemporanea, è stato intitolato provocatoriamente Mart Stam’s Trousers ma parlava più di Koolhaas e dei nuovi olandesi che del sempre più dimenticato Stam.

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Stam story (17)
Hannes Meyer, il secondo direttore del Bauhaus, era un donnaiolo impenitente. E doveva, nonostante la scucchia, avere un notevole fascino, a giudicare dalle sue conquiste. Una di queste fu la studentessa Lotte Beese che dovette lasciare la Bauhaus per evitare lo scandalo, Meier era infatti sposato (ma pare che se la facesse anche con la segretaria). I due si incontrarono nuovamente in Russia nel 1930, dove Meier era andato, una volta licenziato dalla Bauhaus, a costruire il socialismo. Misero al mondo un figlio: Peter. Ma Meier, che nel frattempo era diventato un uomo libero, si mise con un’altra donna che sposò: Lena Bergner.
A consolare la Lotte Beese provvide -indovinate chi?- il caro amico Mart Stam che a Mosca nel 1934 la sposò (Stam si era già sposato nel 1921 con Leni Lebeau, che aveva conosciuto in precedenza in una organizzazione giovanile votata all’astemia totale). Tornata ad Amsterdam, la Lotte mise un proprio studio con il marito collaborando con Willem van Tijen e si laureò in architettura nel 1945. I due però si erano separati nel 1943. Dopo la guerra, la Lotte fu uno degli architetti che si diedero da fare per la ricostruzione di Rotterdam. Stam si risposò, per la terza volta, con Olga Heller. Fedeli al socialismo, questi progettisti lo erano meno al matrimonio. Ecco una foto di Meier e della moglie in Russia, al mare: sicuramente i tempi non erano da burkini.

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Stam Story (intervallo)

Sto cominciando a mettere a fuoco perchè mi sta appassionando così tanto la vita di Stam. È per il suo inizio e la sua fine.
Inizia con un ragazzo straripante di ideali che cerca in ogni modo di incontrare la storia e ci riesce: Costruttivismo, Nuova Oggettività, Weissenhof, Nuova Francoforte, CIAM, Existenz Minimum, Bauhaus, costruzione del Socialismo, design innovativo… Finisce con un anziano disilluso, che dopo averla incontrata ad ogni passo, la sfugge.

Ho trovato questa biografia in cui vita e opere finalmente si combinano. Leggetela:

http://www.urbipedia.org/index.php?title=Mart_Stam

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Stam story (epilogo)

Stam delusioni ne colleziona tre, una di seguito all’altra, una più grave dell’altra.
Nella prima metà degli anni trenta quando scopre che i Russi non sanno che farsene di lui, di Meyer, della brigada May e del funzionalismo per costruire il socialismo, anzi che non sanno che farsene del socialismo cosí come lui lo vagheggiava nei suoi piani urbanistici fatti da residenze disposte in linea, un po’ noiose e ben ordinate.
Poi in Olanda dove dirige una scuola di design sino al 1948 e scopre che del design pulito di metafisica e di retorica anche gli olandesi non sapevano che farsene.
Infine nella Germania dell’est dove si reca ma viene emarginato e cacciato dalla sua carica di rettore perchè non voleva neanche pensare che il socialismo fosse un sogno irrealizzabile e comunque lontano dalle latitudini di Dresda e di Berlino.
Nel 1953 ritorna in occidente. Ma lentamente qualcosa si rompe. Il male esplode nel 1966. Forse è una malattia alla tiroide che lo avvicina alla morte (che avverrà però nel 1986). Forse è demenza. Forse è un barlume di chiarezza, la chiarezza di chi vede la vita dalla prospettiva della morte. E capisce che lo Stam che era stato deve scomparire. Scomparirà per venti anni. E non per paura: dinnanzi a tutte le difficoltà non si era mai tirato indietro; per fare l’obiettore da ragazzo aveva scelto la galera e durante l’occupazione nazista si era messo con una ebrea, Olga Heller, aveva nascosto chi sarebbe dovuto andare nei campi di concentramento, aveva aiutato a farli fuggire mediante passaporti falsi.

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Adesso Stam, complice la moglie, si nega agli amici, cambia continuamente dimora, scappa davanti a chi lo vuole intervistare, cambia addirittura il nome. E mentre gli altri protagonisti del Movimento Moderno raccolgono, alla fine della vita, plausi e onori, anche falsificando la storia (come l’opportunista Gropius che fa di tutto, comprese pressioni all’editore, per non far pubblicare ad Hannes Meyer un libro sulla Bauhaus che lo avrebbe ridimensionato), Stam fa di tutto per cancellarsi. E così oggi, quando sentiamo il nome Stam, ci chiediamo chi fosse, come forse se lo chiede lui stesso mentre sfoglia un libro con una foto a tutta pagina di Taut che gli ricorda di episodi e tempi in cui era giovane, bello, pieno di energia, pronto a costruire il suo mondo migliore che nessuno vorrà.
(Fine)

1 Comment

  1. Ignazio Lutri 03/10/2016 at 14:29

    Bellissimo racconto su una delle figure più importanti ed evocative del moderno. grazie

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