presS/Tletter
 

160915_Una diversa ruralità – di Felice Gualtieri

160915_villaggio-rurale_cina

E’ raro, nel dibattito contemporaneo sull’architettura (sia in Italia che all’estero) discutere  delle possibilità di un sistema di vita (contemporaneo) collocato al di là delle logiche urbane e metropolitane.  Probabilmente, se da un lato i tempi non sono del tutto maturi, dall’altro una persistente dominanza del XX secolo con i suoi sentimenti, le sue aspirazioni e i suoi innumerevoli problemi,  con la fiducia e la fede nel “progetto” e nella civiltà urbana, rende difficile la percezione di un cambiamento. Eppure, il XXI secolo più che essere “urbano” è un secolo digitale proteso verso l’ubiquità e l’immaterialità.

Il secolo digitale (e potrà suonare  strano) mette in crisi il senso stesso della concentrazione urbana e la sua necessaria supremazia. La rete telematica è prima di tutto un dispositivo spaziale: allenta i vincoli fisici e di posizione sui corpi, superando in questo modo tutte le logiche fondamentali che erano alla base dell’ urbanesimo (fabbrica, produzione industriale, lavoro fisico). Le macchine si preparano a sostituire i corpi nella produzione; si attua quel “passaggio dalla Biopolitica e dalle società disciplinari alla Psicopolitica” (Byung-Chul Han)

Dal punto di vista antropologico stiamo sottraendo alla dimensione spaziale funzioni finora essenziali: se un tempo era il luogo in cui nascevamo a definire i nostri codici comportamentali ora sono i codici a creare quel qualcosa che diventa una nuova percezione di spazio.

Nella fase iniziale del cambiamento, la scelta di operare e situarsi ai margini assume il significato di un atto sovversivo e radicale che svela la reale natura dell’era attuale e delle sue potenzialità e chiarisce il rapporto (rinnovato ed evoluto) tra il medium contemporaneo e lo spazio fisico della vita sociale (il passaggio cioè dalla città come ambito privilegiato dell’informazione al nodo di nodi dell’epoca post-urbana) per assumere, infine, quella stabilità e diffusività che sono la caratteristica stessa di una nuova società post urbana.

Queste “pratiche esterne” di vita digitale nel XXI secolo, assomigliano in fase iniziale piuttosto che ad un “regionalismo critico” ad una forma speciale di “marginalismo critico” chiaramente non privo di difficoltà: esiste come una debolezza (quasi politica) della dimensione locale che nasce da un distorto senso di inferiorità (come se mancasse ancora la consapevolezza di statuto paritario rispetto al potere  globale delle metropoli). Il vero problema è radicato nella natura stessa della modernità ed è quello di considerare il reale come mancante, riflesso dell’incompletezza umana e quindi come motore del progresso.

Il paradigma dell’incompletezza, del quale si nutre una certa cultura della pianificazione europea, deve assolutamente essere superato in una concezione che valuti le mancanze non più come una maledizione originale, ma piuttosto come una grande bacino di virtualità da esprimere. Sviluppare un’intelligenza territoriale significa prima di tutto emanciparsi dal senso di inferiorità ontologica che si esprime nel ricorso ad usi e metafore che mal si adattano ad una consapevolezza locale e più circoscritta.

Riscoprire il residuo come cardine della declinazione europea del post urbanesimo è fondamentale per inaugurare un progetto nuovo di info digitalizzazione mediterranea.

Leave A Response