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Soprattutto una cosa mi ha colpito vedendo la mostra “Omaggio a Gae Aulenti” alla Pinacoteca Agnelli del Lingotto di Torino: osservando le date dei disegni nelle ultime sale, ho constatato come l’utilizzo del disegno a mano sia stato ampio nel suo studio anche in anni in cui l’uso del cad aveva ormai comunemente soppiantato il disegno tecnico manuale, quelli a cavallo dell’inizio del XXI secolo.

Una cosa che non si sarebbe preconizzata vedendo i disegni del suo studio fatti alla fine degli anni ’60, con trasferibili, retini e colori sintetici, così omogenei alla coeva Milano di Bob Noorda (classe 1927, come la Aulenti) o di Guido Crepax (classe 1933).  Certo Crepax era a mano e bianco e nero, e tuttavia era omogeneo lo stesso a quella Milano pure essa swingante come la capitale londinese. I disegni dello studio Aulenti negli anni ‘60 erano più vicini a quelli di Archigram rispetto a quelli, pure manuali, del suo studio di 30 anni dopo. Quest’ultimi più vicini ai bei disegni architettonici degli architetti di un secolo prima. Belli, ma irrimediabilmente ad essi epigoni.

Non che Gae Aulenti sia mai stata incendiaria, come si dice. Però è un po’ come se, negli stessi anni 60-70, Bruno Munari, di vent’anni più anziano della Aulenti e già esponente del secondo futurismo, invece di essere pure lui parte attiva di quella stessa Milano, fosse stato alle prese con tecniche e tematiche degli impressionisti, con qualche uscita “osè” di tipo cubista.

Certo, non si vuole con questa estemporanea osservazione trarre generalizzazioni sul ventennio italiano 80-90, né colpevolizzare Gae Aulenti perché non ebbe l’impulso di accettare sollecitamente, ad età avanzata, l’informatizzazione degli strumenti di progetto (come lei, quasi tutto l’establishment, non solo milanese, dell’architettura di allora; un conservatorismo che appare peraltro non puro e ideale, ma calibrato in base al mantenimento della propria egemonia). Del resto nemmeno è giusto ritenere che l’uso della informatizzazione del progetto possa avere relazione certa con la buona architettura.

È solo un piccolo indizio, fra tanti, della involuzione culturale italiana di quegli anni.

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