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#PRESSTLETTER#CRONACHE E STORIA – GIUGNO 1966 – di Arcangelo Di Cesare

giugno-1966

“Comporre presuppone conoscere. Secondo me il grande segreto dell’architetto sta appunto in questa frase che prego di ricordare quando si lavora e quando si passa da un lavoro all’altro.”:

Così scriveva Adalberto Libera, straordinario Architetto, che nella sua carriera è riuscito a realizzare più di un capolavoro.

In questa cronaca mi soffermerò su un progetto meno noto, quello di una casa-studio, che l’architetto doveva costruire all’interno del piano dell’E.U.R. di Roma nel 1942.

Questo progetto, che doveva essere rappresentativo di un nuovo modo di abitare, Libera lo pensò per se e per la sua famiglia; cercò, quindi, di proiettare le abitudini di vita all’interno questi spazi cercando con cura di caratterizzare ogni materiale, ogni forma e ogni funzione.

La casa, che doveva sorgere su un appezzamento di terra inclinato, fu progettata dall’architetto seguendo tre linee guida:

1-rimanere ben attaccato al terreno utilizzandone ogni parte di esso in maniera panoramica,

2-dimensionare gli ambienti secondo una scala umana e dilatandoli in ogni direzione con affacci interni ed esterni,

3-organizzare la planimetria senza mai perdere di vista l’intento di adattare il fabbricato alla propria concezione di vita.

La casa fu composta attorno ad un grande atrio che consentiva la discesa all’interno della casa; da qui si poteva accedere allo studio che aveva anche la funzione di “proteggere” l’ambiente domestico vero e proprio. Quest’ultimo era formato da tanti piccoli spazi per godere singolarmente dei vari momenti della giornata. Tutt’intorno le mura che celavano la casa, grazie al pendio, non divenivano barriere ma quinte di un panorama a volte rivolto verso l’esterno e a volte verso l’interno. Si generava una presenza quasi esagerata di spazi all’aperto, che accentuando l’intimità, creavano uno spazio domestico misurato e originale. Una villa romana rimasta sulla carta.

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