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L’ape e l’algoritmo – di Gabriello Grandinetti

parametricismi

<< L’ ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore, è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera.>>  (Karl Marx, Il Capitale)

Dissimulando la mente di Prometeo: che pensa in anticipo, con questa citazione di Marx  riportata ne: “L’ APE E L’ARCHITETTO” per I tipi di Feltrinelli (1976) a cura di quattro fisici del Fermi   ( M. Cini, M. de Maria, G, Ciccotti, G. Jona-Lasinio) quel libro apriva più di una riflessione sulla demistificazione della “neutralità della scienza”, per cui anche l’architetto incarnerebbe un ruolo, di scienziato, ma non secondario al processo che sottopone  le creazioni umane  agli effetti collaterali  della  mercificazione.

  1. Cini presagiva, fin dagli anni 60, l’avvento pervasivo dell’uso privato del calcolatore, come avvenuto per l’automobile, ma non la sua imprevedibile ricaduta in termini di interconnessione sociale per affermarsi, nella compressione spazio-temporale, come una new economy alla portata di tutti. Passaggio cruciale della “mutazione digitale” che ci vedrà trasformati in homines novi, altrimenti Barbari per dirla con Baricco.

Nel caso di specie: la generazione dei “Nativi Digitali “ così battezzata da Marc Prensky , che comprende i nati, dopo gli anni 80, in un mondo già informatizzato e fedeli al motto “everything and everyone on the net”. Preceduta anagraficamente dalla categoria degli “Immigrati Digitali”  provenienti, come la gran parte di noi, dal mondo analogico ma presto convertiti a un doveroso endorsement, atteso che  la community dei “Millennials” ha saltato a piè pari “Gutenberg Galaxy”  (M. Mac Luhan) per la galassia 2.0 di Zuckerberg .  Ovvero la sharing vision  a portata di link.

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Sul fronte opposto al “globo interconnesso” emergerà il lavoro critico di Byung-Chul Han, che definisce, senza mezzi termini, lo sciame digitale una “shitstorm”. Ovvero una tempesta di sterco. Uno sciame acefalo che si inscrive nella gestione algoritmica dei Big Data.  Di questo autore vedi “Nello sciame. Visioni del digitale”. Ed. Nottetempo.

Constatato che “ Il Genio è uscito dalla bottiglia”, l’espressione idiomatica: The gene has left the bottle  traduce la magnitudo dell’impatto epocale prodotta dalle tecnologie digitali, epicentro di un epifenomeno  che si riverbera  lungo la faglia di un fronte comune a  molte discipline, a partire da quello che influenza più da vicino il punto di non ritorno alla prassi consueta del progetto di architettura.

Fin quì riprodotto nello spazio geometrico euclideo, origine sacrale dei cinque postulati omonimi, il progetto, d’ora in poi, lascerà definitivamente lo stadio di crisalide in cui era sigillato. Così come il passaggio delle consegne di una usurata tecnica grafico-strumentale, espressione del disarmo della “cassetta degli utensili” da disegno che occupano una costellazione di reliquie da rigattiere, che il mouse ha reso “ libere dalla schiavitù di essere utili “. Espressione che Walter Benjamin usa in “Angelus Novus” per il genere di reperti sentimentali divenuti oramai da “collezione” e perciò trasfigurati in una ulteriore chance senza tempo.

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 Deposta perciò ogni residua finalità pratica di: righe, compassi parabolici, balaustrini, goniometri, pantografi, calibri, regoli, tramagli ellittici, parallelografi, ellissografi, spiralografi, curvilinei, scalimetri, tiralinee, squadre, archipendoli e astrolabi …  rimasti per buona parte sostanzialmente invariati da quelli messi a punto da Leonardo  e divenuti  pura archeologia, da allineare in  bacheca  per una wunderkammer, potremmo, con bieco cinismo, reputare  anche la matita (lapis aematitis) al pari dell’amigdala ?

Se in principio Gli architetti disegnavano ciò che potevano costruire e costruivano ciò che potevano disegnare”, il precetto di William J. Mitchell , sembrava inverarne  la reciprocità paritetica che sussisteva tra i mezzi di rappresentazione e gli strumenti di esecuzione. Con l’approssimarsi di una fase digitale  euristica  sarà  possibile  esorbitare  da  quella polarità,   per  il  radicalizzarsi  di un’ archi-tecnologia e la disposizione a sviluppare l’intero processo di transizione progettuale  dal concept alla sua realizzazione materiale 3D .

  Con il conseguente cambio di paradigma di una nuova modalità progettuale, poiché “Il processo è più importante del risultato” (Bruce Mau), per il tramite dell’interfaccia digitale si introduce la topologia come scienza che esplora i nuovi luoghi dell’immaginario, ovvero la malleabilità e la deformabilità  della  modellazione parametrica.

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 Poiché tale processo risulta definibile attraverso equazioni matematiche (geometrie NURBS) e non più da parametrazioni di tipo dimensionale, il raggiungimento della configurazione morfologica definitiva del progetto è soggetta alla manipolazione di un flusso continuo di interazioni. Il cristallizzarsi in uno stato di quiete finale (pattern) costituisce la transizione a una sorta di luogo intermedio prescelto come “congelamento” delle variabili di dinamica generativa .

Il corpus teorico delineato come autopoiesi autorigenerativa sembra aver gettato le basi di una concezione del mondo. Una Weltanschauung sovrastorica fondata sull’accumulo di conoscenze innovative, many to many,   rivolte a concettualizzarne la metodologia come teoria di uno stile globale  (vedi P. Schumacher “The autopoiesis of architecture “ 2011-2012)  traendone  la sua stessa affiliazione teorica dai software parametrici di modellazione  (AAD) algorithm-aied design.

Con il passaggio dai processi di mass-customization all’ambiente fisico della produzione, (file to factory ) reso possibile dall’automazione dei processi costruttivi delle macchine utensili a controllo numerico CAD/CAM/CAE, (computer aided manufacturing  & engineering )  la filiera finalmente si inscrive in un ethos ingegneristico di gestione ed estensione materiale, in cui rientrano i dispositivi di realtà aumentata. La  res extensa  al tempo degli algoritmi.

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Se per Gilles Deleuze Il virtuale possiede piena realtà in quanto virtuale, non siamo più certi dei benefìci indotti dal saccheggiare la filosofia sul terreno della transizione alla virtualità e alle sue derive  di mistificazione della realtà. Su cui domina il monumentale lavoro di Baudrillard , tra tutti:    “Simulacri e simulazioni ”, a cui i fratelli Wachowsky si sono ispirati per “MATRIX” : <<hai vissuto in un mondo dei sogni creato da un computer>> . E’ l’epilogo fuoriprogramma della narrazione tra Morpheus  e Neo.

Ma dal momento che per Daniel Dennett “non esiste scienza privata della filosofia, al massimo può esistere una scienza dove il bagaglio filosofico è stato portato a bordo senza alcun esame preliminare”, possiamo aggirare il gioco di specchi sotteso tra “fenomeno e noumeno” kantiano, consapevoli che dovremo  comunque pagare un pedaggio all’ Hyper-Reality  dischiusa  sugli scenari  di ubiquità del cyberspazio.

Inganno dell’apparenza o feticcio della tecno-scienza? Vivendo in una crescente indistinzione tra virtuale e reale, la terra di mezzo descritta da Baudrillard, ci introduce al breve racconto di Borges  (Del rigore della scienza) a proposito dei cartografi  incaricati della stesura della Mappa  dell’Impero. Qui la mappa per un eccesso di referenzialità finisce col coincidere col territorio stesso, nel paradosso della smisurata scala 1:1.  Ma sarà il territorio, nonostante i suoi sommovimenti, a sopravvivere al disfacimento cartaceo della mappa e dall’equivoco generato dalla permutazione tra la realtà fisica e la sua rappresentazione.

Nel labirinto virtuale, invece, matrici e banchi di memoria si sostituiscono alla realtà stessa, come simulacri  di un mondo Trompe-L’oeil  a cui accedere  con dispositivi di teletrasporto. Proprio come un improbabile “interfono” posto sul confine tra il nostro io cosciente e un alter ego bionico : Hey ! C’è qualcuno lì fuori?  Ma come cavolo si esce da questo videogame?

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