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Una nota sull’origine del museo – di Guido Aragona

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Ci sono cose che, anche se non vengono generalmente associate alla modernità, sono totalmente moderne. Una di esse è il Museo.  Solo dopo il medioevo si è concepita la collezione di manufatti artistici (e magari non artistici). Ma la collezione non è ancora il museo, anche se prepara ad esso. La collezione è ancora un fatto privato, fa parte dell’arredamento della casa (palazzo, castello), e non è ancora qualcosa di eminentemente moderno.

Il museo – non si riflette mai abbastanza su questo – è affine ad uno zoo, un serraglio. In questi particolari recinti, i fenomeni artistici (o di altro genere), come bestie feroci, vengono poste in cattività, esposti in gabbie dette teche, o cornici. Solo a partire dall’età moderna – e solo pienamente con il museo – l’opera d’arte è stata strappata dal contesto in cui svolgeva funzione attiva ed è stata isolata in quanto oggetto d’arte a se stante.

E tuttavia, questa idea del museo come serraglio non è completa. Esiste almeno un altro aspetto, decisivo, determinante, che ha posto in essere il Museo, ed è un aspetto che non è poi tanto noto. Ne scrisse diffusamente Francis Haskell nel suo scritto “La dispersione e la conservazione del patrimonio artistico”, che apre il 10° volume della Storia dell’arte italiana Einaudi, Conservazione Falso Restauro (1981). Ne riporto un pezzo il più possibile succinto relativo alla questione, rimandando alla lettura integrale (quanto piacevole) le articolazioni complessive dell’argomentazione storica dell’autore:

… i papi successivi intrapresero una serie di misure per conservare l’eredità del passato che si dimostrarono infinitamente più efficaci che non i proclami roboanti, ma in ultima analisi impotenti, che avevano caratterizzato i passati provvedimenti (nota: Haskell si riferisce alla legislazione, prima nel mondo, che venne promulgata al fine di ridurre al massimo il trasferimento d’opere d’arte, specie sculture antiche, dal territorio vaticano in altri paesi, soprattutto Francia, Inghilterra e Germania).

A Clemente XII (1730-40), a Clemente XIV (1764-74) e a Pio VI (1775-99) va gran parte del merito d’avere individuato la soluzione principale del problema nell’istituzione di pubblici musei, il primo dei quali fu il Capitolino …. L’istituzione di questi musei significò, o quantomeno sottointese, che le opere in essi conservate erano inalienabili, e non potevano essere cedute. Sino a quel momento la cosa non era mai stata del tutto chiarita. …. Questo diritto fu esercitato spesso, sicché – seppure in effetti una grande quantità di sculture lasciò Roma – senza dubbio la città non fu denudata dei suoi massimi capolavori, come si sarebbe potuto temere agli inizi del secolo XVIII, e come sarebbe certamente accaduto se alla pressione del mercato si fosse risposto solo con leggi inapplicabili” …

Il serraglio del museo quindi non nasce solo – e forse non tanto – in funzione di esporre la meraviglia, ma di proteggerla dai furti. Questa istituzione è il portato di un concetto di bene artistico che, individuato e posto entro il recinto, diviene bene comune inalienabile, pronto per l’esposizione di un “pubblico”, anch’esso concetto moderno.

Questi fatti relativi alle origini dei musei, vengono in genere poco considerati, perché tendono relativizzare, e dunque a desacralizzare, il concetto di museo, che tanti fattori tendono a spingere oggi viceversa verso una forma di sacralizzazione, il luogo di culto meta obbligata del turismo di massa.

Ripensare al concetto originario serve tra l’altro a ricordare che le cose esposte in un museo – non solo quelle naturalistiche o storiche – ma anche quelle artistiche, non nascono in quanto oggetti da museo, ma fuori da quel recinto, nei luoghi di vita, non isolati. Cosa che oggi non appare scontata e che sarebbe meglio recuperare.

Illustrazione: Charles-Joseph Natoire, 1700-1777 Atrio e cortile del Museo Capitolino

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