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161101_Uno spazio esterno – di Felice Gualtieri

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Quando penso alla città e all’esperienza urbana nel XXI secolo, vengo colto quasi sempre un senso di profonda nostalgia che nasce da un sincero legame (emotivo e caratteriale direi) con tutto quello che la cultura urbana ha rappresentato nel corso del ‘900. La mia generazione ha vissuto l’ultima parte di quel grande progetto culturale che, nel superamento dei provincialismi e della tradizione opprimente, puntava sull’ideale urbano. Purtroppo la città, da avanguardia di progresso culturale, sta assumendo la forma di fabbrica per il controllo e la segregazione sociale; tecniche urbanistiche come la “densificazione” (vedi il caso Cinese), tolgono le ultime resistenze allo strapotere finanziario e dei mercati che vedono nelle metropoli l’inesauribile riserva di valore monetario ed umano. Invocare continuamente una rottura che oltrepassa la rete principale del sistema metropolitano globale sfruttando le tecnologie digitali proprio per uscire appoggiandosi a queste, in una condizione che ad alcuni può sembrare di mancanza e di bisogno, aiuta a riscoprire il “sacro” come ultimo fondamento di libertà.

Oggi diventa difficile rintracciare i residui di quell’originale progetto virtuoso proposto con l’urbanesimo; sembra che i dati e le testimonianze evidenzino uno scenario decadente e di transizione verso qualcosa di radicalmente diverso dal precedente. Il problema si trasforma in imbarazzo quando si rivela una spaccatura generazionale tra chi vede nel progetto moderno il nucleo irriducibile sul quale costruire l’ideale culturale per un XXI secolo che, però, sembra aver cambiato la sua essenza profonda richiedendo modifiche sostanziali nei modi con i quali lo interpretiamo.

Un primo cambiamento riguarda lo stesso concetto di città; nella modernità la città si sviluppa come risultato di processi (economici e sociali) che fanno capo all’urbanesimo: fabbrica, fordismo, controllo panottico, società disciplinare etc. Quello che contraddistingue l’urbanesimo è proprio una certa disciplina fisica applicata sui corpi. Il corpo è vincolato (soprattutto allo spazio) ed il tempo diventa una funzione economica da quantizzare (e quindi monetizzare). Nella realtà attuale (post urbanesimo) il vincolo posizionale sul corpo è irrilevante; il tempo da funzione lineare si distende su piani diacronici; ne discende che il vincolo sociale e produttivo con il quale si è messo in piedi tutto l’ideale urbano è stato spostato sul piano del Sé proprio per mezzo di quelle tecnologie (e dei valori come la trasparenza) che inaugurano l’era digitale. In questo senso la città (o meglio, la sua rappresentazione) viene ricodificata attraverso delle sintesi immateriali che meglio si legano al Sé, generando un’appartenenza necessaria e una geografia dello spazio che da fisica diviene psichica. Parigi non è più Parigi in quanto tale (nella sua essenza fisica) ma si sintetizza in un “benchmark”, un’immagine o un concetto universalmente riconosciuto che assume la stessa natura del Sé: pura immaterialità. Se nell’urbanesimo era il “landmark” a caratterizzare una geografia dello spazio di tipo fisico, nel post urbanesimo è il “benchmark” a rappresentare la bussola per intravedere le regole dello sviluppo urbano.

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Le tecnologie del controllo sociale, che prima erano applicate totalmente sul corpo attraverso la posizione, non possono che spostarsi sul vincolo di appartenenza a quella geografia dello spazio (di tipo psichica) generata dai benchmarks.  E’ proprio questa grande mappa globale dei benchmarks, questo enorme sistema della geografa psichica, funzionale in toto alle necessità della mutazione capitalistica (quella di Piketty) a suggerire la presenza di uno spazio esterno, intersezione di coscienza, natura, informazione.. ma anche sentimento ed emozione.. uno spazio di desiderio detto altrimenti.

Tutto il ‘900, il secolo urbano per eccellenza, ci ha regalato il gusto della cultura urbana come superamento del compromesso provinciale (alcune volte è riuscito, altre volte no). E’ evidente che non possiamo più utilizzare categorie critiche superate come quello di ruralità/paese/metropoli, oppure, densità/rarefazione, ma è necessario costruire un nuovo progetto culturale fondato nella relazione tra mondo fisico e digitale. Proprio questo nuovo progetto culturale ci darà la possibilità di uscire dal fetore contemporaneo nel quale ci siamo cacciati, permettendoci di intravedere delle possibilità nuove distanti sia dal provincialismo che da più becero cosmopolitismo della classe creativa.

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