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Quando si dimentica il costo e l’utilità di un’opera? – di Guido Aragona

Forse non tutti, fra i lettori non di Torino, sanno che la “Mole Antonelliana” è il frutto di una forzatura personale del progettista, che, travalicando l’incarico iniziale di progettare una sinagoga, e la spesa preventivata, in corso d’opera la modificò al punto tale da farla divenire un “monstrum”. Appassionanti, oltre che tecniche, pagine di Franco Rosso raccontano quella vicenda, che fu lunga ed ebbe anche momenti difficili. Come quando la Comunità ebraica, in corso d’opera, decise di abbandonare il progetto, divenuto troppo caro e troppo pretenzioso per le loro intenzioni e possibilità. Fu in quei momenti (otto anni di sospensioni lavori, fra perizie e polemiche) che, se non vi fosse stata una chiara volontà dell’opinione pubblica, che per così dire “adottò” l’opera (costosa e a quel punto praticamente inutile), forse il Consiglio comunale avrebbe scelto la più comoda soluzione di non completare l’opera e adottare soluzioni di ripiego che ne avrebbero implicato la demolizione totale o parziale, anziché acquistarla e completarla secondo i disegni e la direzione d’Antonelli. Scelta poco pratica, ma che ha dotato Torino di un edificio simbolo.

Luigi Prestinenza Puglisi, a cui questo “fuoco amico” è dedicato, ha fatto notare nei giorni scorsi – con evidente riferimento al gran parlare dello “sforamento del buget” del finalmente inaugurato Centro Congressi di Roma Eur  “… i moralisti hanno sempre una riserva contro l’arte; promuovono un realismo da quattro soldi per disprezzare e combattere quella che ha una alta, ma all’interno dei suoi valori artistici, finalità morale.
Ecco perché quando si giudica un’architettura ci sono sempre coloro che gridano: è costata troppo, funziona male, fa acqua dal tetto.

Questo è vero. Ma qualche volta, in presenza di opere che infine rappresentano la collettività, in cui la cittadinanza si riconosce, questi moralisti non osano venire allo scoperto, o comunque non hanno la meglio. E bisogna dunque chiedersi perché in quelle occasioni così è successo, a differenza di quanto è accaduto oggi per il Centro Congressi di Roma Eur.

Per mettere a tacere costoro, occorre che l’architettura non esprima soltanto la genialità del progettista e la qualità dell’opera (che pure è ingrediente necessario perché stia a cuore della gente) ma che essa esprima anche una volontà di rappresentazione della civitas in cui sorge. Se questo accade, l’adozione da parte dei cittadini sarà garantita, e nessuno salirà sul pulpito a lamentarsi per gli eccessivi costi.

Ma se questo non accade, è spia che tale adozione civica collettiva non è avvenuta, e che almeno una delle due condizioni sopra dette non si è verificata.

Illustrazione: Prospetto-sezione del progetto del Tempio Israelitico di Torino, poi divenuto “Mole” di Alessandro Antonelli, 1863. Ricostruzione da: Franco Rosso, Alessandro Antonelli e la Mole di Torino. Stampatori 1977.

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