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Se la bellezza è ancora “divina proportione” – di Gabriello Grandinetti

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a seguito della riproduzione digitale in facsimile del manoscritto originale “De Divina Proportione(Aboca Museum Edizioni ), a oltre cinque secoli dalla stesura definitiva del trattato di Fra’ Luca Pacioli del 1498, custodito nella biblioteca universitaria di Ginevra, ci è toccato di incontrare nuovamente  la storia in uno dei suoi tornanti più cruciali.

Proprio mentre ci domandiamo con incredulità dove ha luogo oggi l’identità della bellezza che appare sempre più contaminata dalle derive del non senso che abita il mondo. In quella zona d’ombra dove si sedimentano i luoghi comuni e che, per effetto di un’overdose di bruttezza (vedi l’alto grado di insignificanza estetica raggiunto dalle periferie), fa sì che la bellezza (kalokagathìa), che nella crasi dell’accezione greca  saldava  il bello e il buono (kalòs-kagathòs), non sia più in grado di mitridatizzarsi contro la tossicità del brutto originato da una sempre più devastante antropizzazione del paesaggio.

Mentre, in questo scorcio di secolo dominato dalla frammentarietà , decostruire è diventato il verbo più avvertito dallo spirito del nostro tempo.  Qual è dunque il ruolo che in questo scenario spetterà alla bellezza? O se risuonando ipnotica come un mantra La Bellezza salverà il mondo, in quanto deliberatamente chiamata da Dostoevskij ad esercitare un’azione taumaturgica,  non risulti finalmente destituita di  significato per la sopraggiunta revoca di quel mandato ?

A voler restare in una metafora drammaturgica, se la “Bellezza” non sia giunta piuttosto al capolinea di un desiderio impossibile, come nel “Tram chiamato desiderio”, il cui senso di marcia conduce a una fermata posta alla fine di tutti i sogni. Nel caso, vista l’impossibilità di ritrovare le tracce del paradiso perduto , è facile immaginare che la “bruttezza” ci sopravviverà.

Ma uscendo dall’attualità proviamo ad imbarcarci nella macchina del tempo, tornando a capo della questione che si richiama esplicitamente a quell’ “Opera a tutti glingegni perspicaci e curiosi necessaria…” che, pur riverberandosi come l’incipit del testo di Pacioli , alludeva già alle aspettative di un’opera divulgativa del sapere e del pensiero rinascimentale.

Che il segreto della bellezza si identificasse con la Proporzione  lo aveva compiutamente capito già il mondo greco, con l’applicazione tematizzata dei concetti pitagorici nella transizione tra numero  forma e spazio attraverso la geometria.

Questa costante ricerca di armonia delle forme, che insegue un principio matematico, la si può far discendere dalla lunga trattatistica storica incentrata sul tema dell’antropometria che ha avuto progenitori nel canone egizio e poi in quello di Lisippo e Policleto.

Un legame indissolubile con la matematica, via via convogliata nella relazione metrico-dimensionale dell’ eurytmia e della simmetria che in architettura avrebbe regolato la scansione angolare delle colonne dei templi, così come il rapporto dell’impianto planimetrico rispetto alla facciata. Corrispondenze metriche si ritrovano nella scultura di Policleto che incarnava il giusto rapporto numerico tra le parti anatomiche definito canone proporzionale : il volto della statua dovrà misurare un decimo dell’ altezza della figura intera.

Un ideale di bellezza perseguito finanche con l’adozione delle correzioni ottiche della percezione visiva bioculare, messe a punto dall’alto magistero degli architetti Ictino e Callicrate nell’esecuzione del tempio di Athena Partenos (Partenone), paradigma estetico di bellezza e proporzione che già sottende l’impiego del rettangolo aureo.

Quest’ultimo originato da quel rapporto proporzionale che sussiste tra i suoi lati, posto che la lunghezza del segmento di base abbia il suo punto di divisione coincidente con la sua sezione aurea, darà luogo a una successione infinita di rettangoli aurei.  Così come il rapporto tra i due segmenti disuguali che sarà pari al valore approssimativo di Φ cioè il numero irrazionale 1,618033988749…descritto nel libro degli ”Elementi” di Euclide.

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Sulle applicazioni della sezione aurea, intesa come valore assoluto dell’armonia che trova il suo culmine proprio in quell’elogio della bellezza contenuto nel “De Divina Proportione”, poggerà l’architrave teorico di Fra’ Luca Pacioli , coadiuvato da Leonardo da Vinci che elaborò con 60 mirabili tavole la rappresentazione prospettica di poliedri stereoscopici, solidi platonici e forme derivate.

Tra i più accreditati della cerchia dei Dotti matematici chiamati alla corte di Ludovico il Moro duca di Milano, Pacioli raccoglierà una summa dei saperi del tempo, in ordine alla natura “Divina” della geometria applicata all’arte, alla prospettiva, all’architettura e alla scienza dell’Umanesimo predisponendo, in italiano volgare, la divulgazione di un canone di riferimento a cui ispirarsi.

Esso comprende un trattato di architettura basato sulle teorie di Vitruvio e una traduzione in italiano volgare del “Libellus de quinque corporibus regularibus” di Piero della Francesca sulle tecniche della prospettiva ispirata al “De Pictura” di Leon Battista Alberti.

Ritenendo che la scintilla divina si manifestasse  in natura nel rapporto armonico della proporzione e  il numero Φ fosse espressione della perfezione,  che cioè procedendo dal divino avesse in qualche modo un nesso ultraterreno, ne impresse il sigillo di Divina Proportione.  Ponendola così al crocevia di due mondi, quello razionale matematico e quello metafisico, in accordo col suo pensiero teologico e la condivisione di un territorio di intersezione consustanziale col soprannaturale.

Richiamando l’archetipo geometrico della quadratura del cerchio e lo studio delle proporzioni dell’uomo impostato da Vitruvio, Leonardo sintetizzerà in un’unica immagine l’homo ad quadratum e l’homo ad circulum disegnando l’icona più paradigmatica di quei principi immortali di armonia e simmetria del corpo umano, centro fenomenico dell’ universo.

Se  << L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono; di quelle che non sono in quanto non sono >>   nella visione antropocentrica di Protagora, il sofista di Abdera, il Modulor di Le Corbusier si collocherà sullo stesso orizzonte lineare che rimanda alla simbologia sovrastorica dell’ Uomo Vitruviano leonardesco.

Così come il concetto stesso di uomo, che nel pensiero rinascimentale ritroviamo espresso da Pico Della Mirandola che reinterpreta la locuzione latina dell’ Homo faber fortunae suae. Nella figurazione corbusierana, il Modulor  ne incarnerà ipso facto la sua rivisitazione moderna.

L’uomo con il braccio alzato con le sue scansioni periodiche costituisce un sistema di misurazione fondato sulla statura umana (cm183)  fornendo nella sua estensione massima di cm 226 una serie di combinazioni numeriche basate sulla regola aurea e applicabili, alle varie scale, per il progetto di un repertorio di mobili e di oggetti, di case e di edifici che instaurino una relazione continua tra micro e macrocosmo. L’uomo lecorbusierano rappresenta l’anello intermedio di una catena di consequenzialità teoriche espresse da una infaticabile “Recherche Patiente”.

Per Bruno Zevi Le Corbusier ha cercato per tutta la vita di << scoprire la ricetta alchemica  dell’architettura, un sistema di comporre così sicuro e obiettivo da risultare quasi inevitabile>>. Così il Modulor diventa la pietra angolare della geometria fondata sulla ricerca des tracés régulateurs  confluite nell’ “Esprit Nouveau” che edita gran parte delle sue intuizioni utopistiche per affrontare i grandi temi della costruzione razionalista, fatte le debite proporzioni

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