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Le trame di Irene (per il “giorno della memoria” artigiana) – di Eduardo Alamaro

Piove, piove a dirotto, chiove a zeffunno su Vietri nel Mare, il 3 gennaio. Una tempesta, un mezzo nubifragio. Atmosferico, culturale, ideale, imprenditoriale, politico-amministrativo, ceramico, artistico … Ma io sto in salvo, al sicuro, all’asciutto col mio amico Francesco. Entrambi nel sole dell’artigianalità che fu, che fuje qui in alto, a Raito di Vietri. Nel Museo-rifugio di Villa Guariglia della Provincia di Salerno in lenta liquidazione italica. Speriamo bene, si salvi chi può (con le ceramiche …) .

Non venivo qui a Vietri da tempo ma … ho sbagliato giornata, evidentemente, ancora una volta: Giove pluvio, Venere puttana, Irene santa! Dovevo infatti venire qui il 3 dicembre, giorno dell’inaugurazione della mostra devozionale “Irene Kowaliska nel mito del Mediterraneo” (fino al 31 gennaio), a cura di due figli d’arte: Mischa Wegner, gran figlio d’Irene, e Pietro Amos, figlio solingo di Marianne Amos, anch’ella coinvolta in quell’epopea resistenziale ceramica “tedeschiese” (tedesco-vietrese) a cavallo del secondo conflitto mondiale . … E si sa che ‘a guerra è guerra sempre (“la guerra continua, non illudetevi”, disse all’uopo Badoglio agli italiani, dopo il 25 luglio) … e i figli so’ piezze ‘e core, disse la nostra Filumena Marturano nel 1946… si sa anche questo …

… ragion per cui l’ammore ‘e mammà e la devozione filiale universale mariana mi fanno essere buono e misericordioso verso l’opera dei due volenterosi figli-curatori che, come sta scritto a pag. 47 del volumetto a ricordo della mostra, son “figli di due madri diverse eppure figli di una storia comune condivisa, ambedue italiani eppur stranieri in patria, esattamente come le loro madri”.

Insomma un dramma molto contemporaneo, di rifugio labile & revo-cabile, … con una condizione perenne di instabilità, di migrazione, di appartenenza incerta. Di sensazione di sradicamento, di condizione randagia che spinge ad aggrapparsi ai miti, alla nustalgia, ad uno scoglio provvidenziale che emerge nella tempesta della vita mediterranea. (E si sa che di scogli a cui aggrapparsi a Vietri sul Mare ce ne sono fortunatamente ben due: i cosiddetti “due fratelli”, quali Mischa e Pietro qui si dichiarano. Tutto combacia perfettamente, bingo, bango!)

Ma lasciamo stare la condizione umana migrante profonda (che af-fonda, molto attuale) e andiamo nella mostra di Irene a Villa Guariglia. Fuori piove ma qui è il sogno, il cielo in una stanza. E’ il sole della speranza che ci scalda: che caldo, grazie Irene! E’ il mondo alla rovescia, menomale: è infatti difficile concentrare in così piccola stanza una così alta qualità d’arte e artigià-mabilità. E tutto ciò per merito dell’ago e filo dei ricami mezzopunto di Irene Kowaliska, la nostra I.K. maga, tante volte evocata.

I.K., artista-artigiana (definizione di cui si vantava, che assolutamente rivendicava per sé), esperta (anche) di ricami e di “rammendi”, arte oggi tanto evocata (ma se n’è persa la calma e la cultura), era nata nel 1905 a Varsavia e morta a Roma nel 1991, da padre polacco e madre russo-tedesca. Era per metà ebrea per parte di padre, come sta scritto a pag. 15 del libretto della mostra, in una drammatica testimonianza inedita non datata di I.K., forse ricordo senile, rinvenuto tra le carte familiari … non so … non è indicato … (e i ricordi e le testimonianze son sempre da verificare, si sa).

Nel 1915, quando la piccola Irene aveva solo 11 anni, le muore la madre, proprio quando la famiglia s’era trasferita da poco a Vienna. La guerra mondiale, “l’inutile strage”, la sconfitta e il crollo del collante asburgico nel centro Europa …  Nel dopoguerra, in una Vienna già pullulante di umori antiebraici, Irene frequenta la famosa Scuola d’arte applicata del Museo Artistico Industriale (MAK), luogo decisivo per il rinnovamento del punto di vista sulle arti e per la stessa vicenda di Vietri sul mare e i provvidenziali “tedeschiesi” gotici senza orologio. Senza tempo e senza scadenza. Artigianato contro il logorio della vita moderna.

Insomma, in sintesi, per capire I.K. vietrese, sopratutto quella dell’ago e filo dei suoi piccoli ricami (qui meritoriamente esposti, sottraendoli ad un lungo e sospetto oblio), bisogna andare in pellegrinaggio a Vienna; immergersi in quel clima di fine del sogno mitteleuropeo, in quelle sperimentazioni formali degli anni venti del ‘900 a Vienna, in quella figurazione post-secessione ….; e del resto la stessa I.K. tornerà più volte ad abbeverarsi alla fonte viennese della sua scuola artistico-industriale sul famoso Ring …; tornerà più volte, anche dopo il suo trasferimento a Vietri, felicemente ceramico, almeno fino alle vergognose leggi razziali del 1938, alle quali I. K. (come scrive nella ricordata sua memoria in catalogo), tentò di sottrarsi evidenziando alle autorità italiane (e poi tedesche) la sua metà “buona” ariana, e perciò attenuando, se non rinnegando del tutto, la sua altra-metà “cattiva”, quella ebraica, (che poi, per la verità, è la sua p/arte e arte più feconda, spinta motrice e matrice del suo lavoro …, del suo essere artista donna e artigiana dell’Est… ).

Insomma I.K è un dramma, una scissione vivente e pulsante, una vita difficile, … una capacità eccezionale di resistenza e di attaccamento alla vita, … di nobiltà mentale ed operativa  …; meno male che nel 1941, all’età (allora) tarda di 36 anni, anche per I.K venne il tempo della maternità, a Roma, in piena guerra, …. maternità contrastata, tanto che Ella, per proteggere il suo compagno tedesco, il coraggioso e oggi famosissimo Armin Wegner, “il giusto” che svelò al mondo nel 1916 lo stermino degli Armeni, dovette dare al figlio il suo cognome … STOP.

Fuori piove e io piango. Piango di commozione e di gioia perché dopo 25 anni rivedo questi ricami amati, queste antiche trame molto-private di Irene che schedai, studiai e pubblicai puntigliosa-mente nel libro, catalogo della mostra: “Irene Kowaliska, un’artista, una donna, un mito” del 1992.

Per me fu una mostra facilissima … felice e tutta facile per merito di I.K. in persona che (seppur morta da un anno) con la sua opera artigiana comunicava simpatia, amore, vita, speranza …: tutti a Napoli si innamorarono di I.K.: da Carla Giusti e Maria Teresa Pica Ciamarra che, da donne a donna, inventarono una magistrale impaginazione della mostra alla Mostra d’Oltremare; al prof. Vittorio Silvestrini, faentino-napulitano, che volle la vicenda di I.K. nel “Futuro Remoto” del 1992, tra arte e scienza, tra Nord e Sud; all’editore Tullio Pironti che editò un gran libro catalogo, molto più ampio e prezioso di quanto inizialmente pre-visto; a Fabio Donato, fotografo assoluto nostro, che mise in fila, in una sua struggente narrazione, I.K. in tre nuttate d’autore (e d’ammore) sulle rive del lago di Bracciano, a mia insaputa;

fino … fino … allo scenografo Mario Di Pace e agli stessi operai dell’allestimento, partecipi quanto mai … ; alla “Ceramica Cava” e alla “Fornace della Cava”, due fabbriche culturali (ora ahinoi! defunte) di Cava dei Tirreni che “sostennero” arditamente la mostra e il libro del 1992 di cui, è inutile dire, in questo cataloghetto dell’iniziativa vietrese odierna non c’è traccia alcuna, ahi loro …; così come, del resto, non c’è traccia e treccia di tanti altri scritti (per esempio: “‘e Pasture d’a Meraviglia” della De Luca editore-Salerno, 2000), forse per una scelta editoriale, per economia di pagine, per dimenticanza, pe … pe … perepecché ‘e figli d’arte so’ piezze ‘e core, … core ‘ngrati e scurdarielli, talvolta!

Ma-però-cocò-cucù, nun fa’ niente: le mostre terminano e i libri continuaNO, camminaNO … alimentando il ricordo critico e la fiammella a suffragio dell’anima di I. K. nel purgatorio dell’artigianalità, nel rammendo (e ricordo) dell’arte quotidiana che fu, nei nostri tempi perigliosi concettuali …

Ultima noterella: ‘e figli so’ piezze ‘e core, … però possono anche affossare i genitori, a loro insaputa. Di questo tipo parrebbe la scelta generosa filiale di dare (donare o vendere, non so), alcuni lustri or sono, alla Provincia di Salerno, queste preziose “trame” di sua madre Irene, i ricami oggi in mostra, (si dice però che alcuni non siano stati esposti perché danneggiati dall’umidità e/o dalla cattiva conservazione in luoghi inidonei …). Speriamo che sia notizia priva di fondamento, dovuta solo a malelingue locali.

Ragion per cui son triste: l’iniziativa di Napoli / Futuro Remoto del ’92 e quella di Milano del ’95 del “Rifugio precario” e resistenziale, a cura di Klaus Voigt e Wolfang Henze prefiguravano un lancio a grande livello museale della parte più preziosa (e meno conosciuta) dell’opera di I. K.: i ricami e i vetri, la sua p-arte più privata e femminile. Purtroppo non è andata così, al momento, pare. E dispari. A meno di ripensamenti e provvidenziali interventi dall’alto dei cieli, magari anche dai cieli polacchi, visto il sostegno alla mostra vietrese fornito dall’ambasciata polacca a Roma e dal consolato polacco a Salerno. Vai Irene, rammenda tu! Così sia.

Besos, Eldorado

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