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Napoli Vergine e Buoncristiana, amen! – di Eduardo Alamaro

 “…Aveva una passione per il ricamo, per il cucire vestiti … Aveva una manualità che, probabilmente, le insegnarono a coltivare in collegio. Mio padre, che avrebbe voluto fare il pigmaglione, non voleva assolutamente che facesse quelle cose e così le regalava libri di grammatica e dizionari. Per istruirla. Un’impresa fallimentare.” Così Lea Vergine (Napoli, 1936) presenta ai lettori la coppia genitoriale nel suo libro implacabile, crudele, sanguinoso, corposo, vesuviante, andate giù con moto: “L’arte non è una faccenda di persone per bene”, (Rizzoli, euro 18.00).

Così poi continua la Nostra, indiscreta, origliante, vegliante, vegliante, sempre a pagina 105: “Mi risulta difficile spiegare cosa sia successo all’inizio della loro storia. Erano così diversi, così lontani. Lui, mio padre, fu sicuramente sedotto dalla sua opulenza, e forse si illuse di poterla formare. Ma lei, mia madre, era una forza della natura. Era indomabile. Ineducabile.”

Questo libro è tutto ben centrato e con-centrato sul rapporto e conflitto tra natura e cultura, tra naturalità e artificiosità, tra convenzioni e ribellioni, tra alto e basso, tra miseria e nobilità, tra artigianato e arte, tra concetto e oggetto spietato, “naturale”, irreggimenta-bile. (E qui ricordo che, nel “lessico famigliare” dei regnicoli del Sud, lo stesso organo sessuale femminile era detto comunemente ed elegantemente “Natura”, … natura tellurica e terrona, s’intende!, nda).

Infatti, alla pagina 104 del libro, si legge, sul punto della Mater dolorante e, alla fine, trionfante, dell’autrice: “(Mia madre) ha avuto una vita molto dolorosa. Era malata e avrebbe dovuto essere curata da piccola. All’epoca c’era però una grande vergogna ad ammettere che si doveva curare una persona perché psicotica ….”

Divenne così, annota ancora la figlia a pag. 106, “una sorta di strano incrocio fra Euripide, Carolina Invernizio e Eduardo De Filippo. De Filippo abbondava”. Esemplare di ciò la scena dal pianerottolo-palcoscenico  dell’edificio Canino (bau-bau…) a piazza Carità di Napoli, riportata a pag.12 . Quando la madre di Lea, dotata di una potenza fisica barbara e impensabile, scese a vie di fatto contro il raffinato marito e aspettò fuori dal pianerottolo che lui tornasse e lo lasciò dolorante a terra, dopo averlo ferito (a morte?) con pugni e calci. “Quel frocio” gridava. Si vede da lontano che ha le unghie lucidate, che schifo.” (-Che ricchione!-, forse più localmente aggiunse, ricordano inediti testimoni). Straparlava e –napoletanamente- sbareava, “l’ìneducabile”. Da vecchia coltivò anche il gusto vendicativo del racconto macabro e horror, quello di una Napoli gotica e zotica, interna e viscerale, quella che il mare non bagnò e ammollò mai, alla Mastriani ….

Infatti, ricordando da anziana la nascita della sua prima figlia, Lea appunto, (alla quale seguì dopo poco tempo un’altra femmina che però morì di polmonite a soli tre anni e …. e poi venne un altro figlio, un maschietto, che morì a 13 anni, di cancro al cervello, … una maledizione “chiammate nu monaco ricchione!!!, nda”), …; di quella nascita, dicevamo, quella donna venuta dal profondo Sud, metteva in evidenza sempre la fatica, il dolore fisico, il travaglio che durò ben quattro giorni.

“E questo perché”, diceva “l’indomabile” brigantessa rivolta alla figlia sopravvissuta, ormai famosa e raffinata critico d’arte: “eri una carogna e lo si vedeva sin dalla nascita”. Per non lasciare dubbi sulle sue parole pazzesche raccontava anche che, appena nacque Lea, disse alle levatrici: “Non voglio neanche vederla, datela ai gatti, che la sbranino.” (pag. 108).

Un rifiuto viscerale, corporale, assolutamente reale. Non è quindi un caso che quando Lea fattasi Vergine pubblicò il suo famoso libro “Body art” (1974) le venne “naturale” dedicarlo a lei, a quella madre atroce con la quale aveva tanto combattuto. Dedica non a dispetto, anzi: per grazia ricevuta. Infatti sta scritto nella dedica: “A mia madre Fina, unica superstite di una singolare famiglia, le cui vicende non sono state del tutto estranee al tropismo per cui certi argomenti sono trattati”.

Senza questa madre così singolare, senza la sostanziale assenza della figura paterna (un bravo pianista, un artista, un tipo originale, innocente, “sempre sbigottito di fronte alla vita” (a Napoli si dice: comme Pulecenella spaventato d’è maruzze, nda) … figura che peraltro scomparve anzitempo, a 47 anni), … e  senza, per compenso, la super-presenza dei facoltosi nonni (che la educarono sottraendola alla madre, ritenuta incapace e “troppo-naturale”), Lea Buoncristiano – questo il suo cognome all’anagrafe, dalla famiglia paterna, forse ebrei costretti al buon cristianesimo – non sarebbe diventata Lea Vergine, cognome d’arte prelevato dal suo primo marito Vergine, un matrimonio (da fuga familiare) che contrasse a vent’anni e che durò molto poco. Anche loro “erano così diversi, così lontani.”, si potrebbe ripetere ….

La madre di Lea è quindi la figura centrale di questo libro atroce, struggente, audace, importante … una figura che talvolta emerge esplicitamente, fino al trionfo finale, alla vendetta, al culmine della sua scalata sociale, quando s’installa, suoceri ormai defunti, nel loro letto matrimoniale, al centro, proprio sotto lo stemma di famiglia; tal altra è sottesa come un fantasma a tutto il percorso (raffinatissimo e analitico) di scrittura del libro, … e quindi alla carriera e alle tematiche d’arte di questa sua figlia così singolare e snob. Ultima eccentrica dell’eccentrica Napoli pre ’68, … da severo liceo classico tipo Genovesi, Umberto, Vico o Sannazzaro … che partorì un’aspirante Vergine così dotata nello scrivere, così acuta, così sofferente e ferita … e che fortunatamente trovò nei libri, nella lettura e nella letteratura un rifugio, un asilo precario.

C’e sempre una prima volta … e il primo libro di Lea fu (non a caso) “La pelle” di Malaparte, sottratto dalla libreria dei “libri proibiti”, rigorosamente sottochiave della casa dei nonni, al quinto piano di quell’imponente edificio di Marcello Canino, “architetto di regime”, a Napoli, a piazza Carità, oggi piazza Salvo D’acquisto.

Ci provò gusto la ragazzina, la faceva star bene, l’aiutava a superare i momenti più difficili, che non erano pochi, vista la difficile situazione familiare. E’ proprio vero che la lettura ti può salvare la vita. Ti fa entrare in un altro mondo, … ti possiede, ti apre tutta, corpo e mente, … ti penetra dentro, ti fa sfuggire quella dura realtà quotidiana familiare…. (come “la telefonata” in quel famoso sketch televisivo della fucilazione evitata).

E’ questo, quindi, un libro affascinante, snob, di alta classe neapolitana estinta, propria di quella classe sociale dei nonni di Lea che vedevano con diffidenza macchine e negozi (e negozianti), che non amavano sporcarsi le mani e l’anima con i commerci e … e  quindi Lea scrive ancor oggi appunti fulminanti su foglietti di carta, sempre a mano, rigoros-amante a matita, … “pizzini” che poi, con un taglia e incolla accurato, compone in una sorta di collage formato extra strong, componendo una “mappatella” di fogli da battere a macchina per la stampa.

Ma questa macchina doveva essere, almeno, ben disegnata, ben formata: prima una Lettera 22 di Nizzoli; poi, dopo lo smarrimento accidentale in Metropolitana (milanese), la Valentine rossa di Sottsos junior. Poi alla Francesca Giacomelli Computer (pag. 113).

Tutto e sempre con una sigaretta fumata dopo l’altra. Un vizio, un piacere che affonda nei ricordi della morte del padre, a Napoli. Aveva sedici anni e mezzo, Lea, e il giovane medico che curava il padre degente (e digeribile) fu così “incauto da mettermi la prima sigaretta in mano”. Audace, misericordioso, provvidenziale, sostitutivo, compensativo. Fumò molto da allora Lea, varie marche: Turmac, Macedonia Oro, Macedonia Extra.. “ogni marca mi veniva da esempi paterni, mio padre fumava tre sigarette dopo i pasti…”, annota la Vergine a pag. 116.

Una Napoli struggente ed effimera la sua, andata in fumo, letteralmente, svanita come il fumo del Vesuvio …. (e mentre scrivo queste noterelle, sento alla radio che s’è n’è andato a 90 anni un altro abitante di questa Napoli eccentrica e classica che fu, l’avvocato Marotta, al cui Istituto degli studi Filosofici nascente andavo, giovanissimo, a sentire Gadamer nel 1970, dentro ‘a casa ell’avvocato, ‘o Calascione …, nda). E a questa Napoli eccentrica appartiene di diritto Lea Vergine, come la sua coetanea Fabrizia Ramondino, che però restò a Napoli e si immerse nel ventre malato della città di pietra, … come oggi sopravvive in Donatella Mazzoleni e poche altre impalpabili, inarrivabili inafferrabili, come l’arte.

Infatti sta scritto esemplarmente a pag. 119 del libro: “Concluso il testo, se il lavoro finito è importante, vado a comprarmi dei fiori. E’ un premio che mi concedo. A pensarci, tutti i miei acquisti sono sempre state cose effimere. Fiori, sigarette, qualche volta, in passato, il cioccolato Gay Odin, quello artigianale, di una storica azienda napoletana che lo produceva già alla fine del Settecento. Cose effimere, come il parrucchiere e lo psicanalista. Cose di cui non rimane niente. Cose che evaporano, come il profumo.” E come questo nota postata da me per il blog di LPP.

Saluti, eldorado

P.S. a proposito di eccentrici, non vorrei essere troppo eccentrico rispetto ai temi consueti di questa PresS/T d’Architettura. E di architettura e di architetti, strettamente detto, non c’è molto in quest libro. A parte l’interrogativo iniziale su Piacentini o Moretti, possibili autori del Canino palazzo di Piazza Carità, abitato dall’autrice, son ricordati due “punte” della Napoli di quegli anni, con queste parole estreme, a pag. 37: ”… ho visto persone, più grandi di me, brave e coraggiose, come Aldo Loris Rossi, oltre a personaggi di spiccata fantasia, come Nicola Pagliara, avventurarsi in imprese deludenti …”. Nella stessa pagina ricorda anche l’esilarante incontro con il gran Roberto Pane, lo storico dell’architettura che, scrive la Vergine, “si era ‘inventato’ Antoni Gaudì quando nessuno sapeva neppure chi fosse.”

Il gran Pane nostrano tosto l’accolse però con diffidenza antica, antimoderna. La squadrò forse da capo a piedi, annusò la Vergine pura e immacolata del 1961 e diffidò. Sospettò l’imbroglio stellare. Le chiese (mi figuro la scena, nda): “Quanti anni ha?” Ventitrè”, rispose l’impudente d’avanguardia. “E Lei vuol uscire alla sua età con un suo libro solo perché ha la prefazione di quel coglione di Argan?”. Non scrivo il resto, il giudizio della Vergine su quella risposta di Pane, perché mi pare una verginale caduta di stile. Certo Pane e non era un provinciale, e fu un eccentrico, in quella Napoli pavida. E alla luce del giovanilismo odierno forse fu anche profetico. Certo è che se l’arte non è una faccenda per persone perbene, figuriamoci l’Architettura finita oggi nel gioco e giogo dell’arte contemporanea. E il gran Wright ne avverti per tempo tutto il pericolo e confezionò all’uopo l’impossibile museo della grande mela. Aumm, avvelenatevi!

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