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Il nutrimento dell’architettura [57] – di Davide Vargas

 

Mi capita di passare quasi ogni giorno in macchina davanti al cantiere della Stazione dell’Alta Velocità di Zaha Hadid ad Afragola. È una strada veloce ma è anche un bel cantiere. Quindi rallento, accosto nella corsia d’emergenza [non si può fare], faccio dei pensieri. È come se l’edificio crescesse portando sempre più a vista la propria forma già finita. Oltre il guard rail e le reti di recinzione, in fondo alla distesa di broccoli e cicorie, sullo sfondo delle montagne che in questi giorni di freddo sono imbiancate, tra le gru e i rari alberi, la plasticità delle strutture in cemento, le strutture in metallo, le membrane che già si percepiscono morbide, tutto non ha bisogno di pelle e ulteriori finimenti per declinare la promessa finale.

L’apertura è prevista per giugno 2017. La nuova via Marina, l’ingresso a Napoli, ridisegnata e sistemata avrebbe dovuto riaprire a metà gennaio ma non se ne parla proprio. Io non so se i tempi della Tav saranno rispettati. Ma siamo così sfiduciati in merito che non riesco a pensare che tra pochi mesi sia davvero un’opera pronta. Come non so se veramente una tale opera produrrà una emancipazione del territorio, un lembo di campagna che pare sottratto al degrado volgare ma a ben guardare porta addosso tutti i graffi del luogo. Però quando il tempo si rannuvola e cala il buio si accendono i fari in cantiere e l’edificio sembra già vivo e pulsante.

 

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