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Volevo fare l’architetto_parte quattordicesima – di Carlo Gibiino

Volevo fare l’architetto

Nell’ambito della professione di architetto entrano in gioco anche l’inesistenza di una educazione culturale da parte dei committenti i quali pretendono di essere loro i direttori dei lavori e l’architetto serve solo per mettere un timbro e sbrigare tutte le infinite incombenze burocratiche. E’ la committenza che pretende di decidere tutto al tuo posto anche la parcella e qualsiasi cifra puoi pensare è sempre troppo alta, sbagliano i colleghi quando si prostrano ai piedi del committente diventando ancora una volta schiavi tuttofare senza ricevere nulla in cambio se non abusi, soprusi ed insulti, tempestati da telefonate anche il sabato o la domenica per sapere a che punto è la “pratica”, perché di questo si parla. Il committente non riesce a capire le enormi responsabilità che derivano dall’allestimento di un cantiere, dal mettere una firma su di un progetto o una relazione tecnica e chi come me cerca di essere sempre preciso e puntuale, si ritrova ad essere preso in giro anche dalle amministrazioni che si chiedono perché questo eccesso di zelo, perché tutti quei fogli, basta fare un “disegnino” e scrivere quattro parole, perché più si scrive e si disegna e peggio è!!! Una macchina burocratica lenta e pesante come un macigno finisce per insaporire le delusioni fino a quel momento accumulate e conclude definitivamente il passaggio dall’entusiasmo alla demoralizzazione e al senso di depressione e oppressione. Il committente non è mai deciso, e in un cantiere ci saranno sempre nuove sorprese, si presentano una, dieci o cento varianti ovviamente a gratis, oppure resta tutto com’è, tanto esiste la sanatoria. Come un architetto può sentirsi realizzato e appagato dal proprio mestiere?

Un mestiere che ha scelto, al quale si è dedicato e si continua a dedicare nell’aspettativa di crescere e di conoscere sempre più per migliorarsi e poter affrontare nuove sfide progettuali. Ho partecipato a diversi concorsi di idee, l’unico modo per fare l’architetto, per continuare a studiare e qualcuno l’ho pure vinto, ma in Italia i concorsi sono effimeri, illusori in quanto l’opera non viene realizzata, ma che senso ha indire un concorso di idee per poi gettare le suddette idee nel cestino? Anche a Caltanissetta è stato fatto un concorso al quale io mi sono rifiutato categoricamente di partecipare direttamente, diciamo che ho semplicemente aiutato alcuni colleghi nelle rappresentazioni grafiche, comunque, il concorso è stato vinto da un gruppo di progettisti di Palermo, e il progetto è stato completamente stracciato, fatto in mille pezzi e buttato nell’inceneritore; al suo posto è stato realizzato una splendida pavimentazione stradale, quindi tirando le somme, noi cittadini abbiamo investito una ingente somma di denaro per migliorare l’architettura e l’urbanistica della nostra piazza, e invece quei soldi sono serviti semplicemente come compenso ai proggettistivincitori. Caltanissetta, la mia città, sta lentamente ma inesorabilmente morendo, chiudono le attività, i negozi e sempre più giovani e meno giovani decidono di scappare, chi resta cercando di combattere questa lenta esecuzione, viene sistematicamente ignorato sia dalle istituzioni ma anche dalle altre realtà (associazioni, enti ecc..) perché qui vige ancora il concetto che ciò che è mio è mio e ciò che è tuo è mio. Ho cercato diverse volte di coinvolgere le altre associazioni, gli ordini professionali, gli assessorati competenti, al fine di raggiungere un obiettivo comune, il bene della nostra città.

Ho sempre ricevuto indifferenza, ostacoli insormontabili e muri di lava incandescente. L’ordine professionale è del tutto assente a qualsivoglia forma di tutela, o di evoluzione della professione, certo adesso sono stati obbligati per legge a curare il costante e continuo aggiornamento delle competenze professionali – Dpr 137/2012 – ma l’unico risultato è che ci continuano ad assillare con una serie di incontri inutili e noiosi. L’ordine professionale dovrebbe anche essere garante in materia di trasparenza negli incarichi pubblici, e deve inviare alla corte d’appello, ai tribunali, alle preture, alla prefettura ed alla camera di commercio l’albo stampato a cura e spese dell’ordine ogni anno, in modo tale che, gli enti summenzionati possano avere un elenco sempre aggiornato al quale attingere a rotazione per eventuali incarichi. Allora mi chiedo come mai io che sono iscritto all’albo dei CTU del Tribunale da almeno 10 anni, ho ricevuto un solo incarico ed invece ci sono colleghi che ne espletano diversi nel corso di un anno? Perché nessuno controlla sul sistema di rotazione degli incarichi? Chi se non l’ordine professionale ha il diritto-dovere di controllare?

Si legge sul sito dell’ordine degli architetti di Roma, dal convegno del 20 giugno 2007: Riforma delle professioni  – Dis-Ordine professionale Dialogo con gli architetti romani:

“In Italia da oltre quindici anni si parla di riforma delle professioni. In Italia da oltre quindici anni si affossa ogni tentativo di riformare le professioni. Intanto il sistema ordinistico mantiene un assetto vecchio, ingessato, anacronistico, che mostra sempre più tutte le sue carenze”.

L’Ordine degli Architetti di Roma è convinto che, così come sono organizzati oggi, gli Ordini professionali non funzionino più e che il persistere di azioni corporative di lobby che, di fatto, puntano a mantenere lo status quo, è dannosa per il nostro sistema professionale ed è dannosa per il mondo degli architetti italiani. Abbiamo bisogno di modernizzare i nostri sistemi di rappresentanza, intensificare le azioni di formazione e aggiornamento professionale, favorire azioni di internazionalizzazione e di promozione all’estero dei progettisti, affrontare le emergenze occupazionali dei giovani: per fare tutto questo abbiamo bisogno di strumenti nuovi. Per questo gli ordini professionali o si cambiano o si aboliscono. E come non essere d’accordo!!

Il gap culturale che esiste tra professione e opinione pubblica è talmente alto, che bisogna urgentemente agire attraverso campagne di sensibilizzazione, volte ad avvicinare la popolazione all’architettura, occorre che i cittadini si rendano consapevoli del significato di qualità architettonica. Qualità vuol dire ricerca, aggiornamento, gestione consapevole del territorio, dei rifiuti, dei trasporti, dell’energia, degli spazi; l’architettura, come scienza e come arte, ha una grande responsabilità, – pensiamo ai materiali impiegati, all’impatto sull’ambiente, alla politica del riuso -, sulla qualità del vivere quotidiano. La qualità architettonica è il riflesso del grado di evoluzione di un Paese. Nel corso degli anni, la maggior parte degli Ordini soprattutto nelle grandi città, si sono trasformati in luoghi di potere dove coltivare il proprio orticello, e hanno dimenticato i compiti principali per cui sono stati istituiti dalla Legge 1395 del 1923 e dal successivo Regio Decreto n.2537 del 1925. Nel libro “I veri intoccabili” di Franco Stefanoni, dove ci dipingono come una casta, dicono: “il 44% degli Architetti è figlio di Architetti” “una macchina del privilegio, con meccanismi e regole scritte e non scritte”.  Bhe….ormai non ho più dubbi, gli ordini professionali vanno aboliti!!! La professionalità non deriva da una mera iscrizione ad un registro ma dall’esperienza maturata sul campo.

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