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Arnolfo imbalsamato nel garage degli intrepidi – di Alessandra Muntoni

Il n. 452 de «l’industria delle costruzioni», novembre dicembre 2016, è interamente dedicato a importanti musei realizzati recentemente in Italia. Apre la serie il nuovo allestimento del Museo dell’Opera del Duomo su progetto di Natalini Architetti con Guicciardini & Magni Architetti, realizzato nel 2015. L’ampliamento era previsto fin dal 2000, quando era stata appena ultimata una nuova sistemazione basata sul criterio dell’esposizione del frammento. Quest’ultima punta invece sulla ricomposizione; filologia e memoria diventano allora strumenti d’obbligo, ma l’allestimento enfatizza i reperti con una retorica che collima con l’ibernazione.

La storia travagliata di questo museo può spiegare qualcosa. Arnolfo di Cambio aveva progettato la facciata, ma ne era stata realizzata soltanto la parte basamentale, rimanendo così incompiuta fino alla prima metà del Quattrocento. Neppure Lorenzo il Magnifico aveva avuto il coraggio di farla portare a termine. La rimozione della base arnolfiana, perpetrata per ordine del Granduca Francesco I de’ Medici nel 1587, aveva portato all’efferata asportazione delle statue dei più importanti artisti del Rinascimento, senza ricostruire alcunché: un vero disastro. Scrive un testimone anonimo dello smantellamento: «Non vi fu marmo alcuno che si cavasse intiero: fino alle colonne stesse furono spezzate; che fu nel vero un compassionevole spettacolo, principalmente nel rovinare la detta facciata, e secondariamente nello spezzare quei bei marmi e porfidi con tanto artifizio lavorati». La facciata sarà poi realizzata su progetto di Emilio De Fabris nel 1871 e i frammenti saranno conservati nell’edificio di fronte, appunto la Fabbriceria del Duomo. La questione, da quel momento, è stata di farne un museo, il quale fu inaugurato nel maggio del 1891.

L’attuale risistemazione, con l’annessione del settecentesco Teatro degli Intrepidi che era diventato nel frattempo un garage ‒ ora Sala del Paradiso ‒ vorrebbe evidentemente risarcire tanto sfacelo, ricomponendo la facciata di Arnolfo sulla base del rilievo eseguito da Bernardino Poccetti su incarico del Buontalenti. Ma questa ricostruzione in scala 1:1 sembra la riproposizione dei gessi dei monumenti francesi allestiti per le ottocentesche Esposizioni Universali parigine, ancora presenti al Trocadero, col perverso effetto di una calligrafia congelata. E l’ossessiva teoria dei vuoti nell’interposto setto murario, dove sono inserite le magnifiche statue e i bassorilievi di Arnolfo, Ghiberti, Donatello, Nanni di Banco, Andrea Sansovino, ne imprigiona la forza drammatica e terribile nell’evasiva monumentalizzazione del vuoto.

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