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Formazione professionale obbligatoria…quale utilità? – di Carlo Gibiino

Dal primo Gennaio 2014 l’aggiornamento e lo sviluppo professionale continuo sono un obbligo per gli iscritti agli Ordini Professionali, ed ha l’obiettivo di migliorare le competenze professionali e le abilità necessarie per la crescita della società e dell’architettura secondo quanto previsto dal D.P.R. n. 137 del 07 Agosto 2012. La mancata acquisizione dei crediti formativi professionali può comportare dalla censura alla sospensione.

Bene, penso sia corretto tenersi sempre aggiornati in una professione come la nostra, in quanto, laddove si fa ricerca, nascono nuovi materiali, nuovi modi di costruire e di pensare l’architettura, dove anche la tecnologia svolge un ruolo importante nei vari processi che coinvolge l’architetto in tutte le fasi progettuali e di cantiere.

Passati i primi tre anni è possibile fare un bilancio, bilancio che la consigliera CNAPPC Ilaria Becco, attraverso una intervista pubblica datata Dicembre 2016, definisce come una delle novità più rilevanti all’interno della riforma attuata nel nostro ordinamento professionale dal 2011, che ci deriva dalla legislazione europea ed è finalizzato a garantire la qualità della prestazione nell’interesse della collettività.

Io ho seguito i corsi, in questo primo triennio ed ottenuto i relativi punti, ma a parte qualche raro incontro interessante, devo dire che per il resto sono stati convegni alquanto noiosi e privi di vitalità, di personalità, di utilità e ammetto che sono andato solo per l’obbligatorietà che il regolamento impone. Certo non mi sono affatto sentito solo, al contrario ho potuto constatare, che tutti i colleghi presenti erano lì per lo stesso motivo. E’ evidente anche da parte di chi organizza una palese carenza di entusiasmo, sia per la scelta degli argomenti, sia per la preparazione logistica. Si evince un costante dissapore da parte dei colleghi che sono forzati a partecipare ad incontri poco produttivi e poco interessanti. Questo tema sta alimentando polemiche e malcontenti in tutta Italia, non solo per i sacrifici di tempo ed energie che vanno ad incidere sull’attività e le opportunità lavorative, ma soprattutto per il numero di corsi a pagamento che intaccano anche il lato economico, già precario, di una intera categoria.

Sono convinto, come sopra menzionato, che un professionista debba tenersi aggiornato sui temi di competenza che appartengono alla propria categoria, che sia importante sviluppare conoscenze come fattore fondamentale di sviluppo della persona e dell’intera comunità. Il mercato oggi richiede figure professionali produttive e in continua evoluzione, occorre superare il vecchio impianto enciclopedico-nozionistico e affermare un nuovo sistema critico-metodologico, ma la proposta formativa, così come viene offerta dagli Ordini Professionali, è spesso riduttiva e senza qualità, di conseguenza non riesce a rispondere alle esigenze degli iscritti ed assicurare la libertà di scelta, cosa che invece viene espressa dall’art. 1 del Regolamento sulla formazione.

I corsi professionali, così come sono strutturati sono una perdita di tempo, come ad esempio l’aggiornamento obbligatorio deontologico di almeno un corso annuo, e la domanda nasce spontanea…perché??? Il codice cambia ogni anno? No, l’aggiornamento è entrato in vigore il 1 Gennaio 2014 dopo cinque anni dall’ultimo e chissà quanto altro tempo passerà prima di una nuova modifica.

E ancora, cosa e come dovrebbero tenerci aggiornati questi corsi che un libero professionista già non fa da solo? Vengono emanati e/o rettificati nuovi regolamenti, norme e decreti con una cadenza quasi quotidiana, per cui siamo costretti ad aggiornarci, volenti o nolenti, per garantire al cliente il risultato finale.

Inoltre l’obbligatorietà non risolve il problema dello sviluppo professionale, che è la sola prospettiva che dà senso e valore alla formazione. Occorre la definizione di un nuovo ordinamento e ripensare tutti gli aspetti legati all’attività come ad esempio:

  • Promozione di innovazione e ricerca;
  • Progettazione integrata tra CNAPPC ed iscritti in maniera partecipativa, in modo da poter recepire le reali necessità della categoria;
  • Ricerca metodologica che sia finalizzata ad un coinvolgimento attivo dei professionisti;
  • Proporre la formazione in forma esclusivamente gratuita;
  • Focalizzare l’obiettivo sulla crescita culturale e professionale.

Sembrerebbe proprio l’ennesima beffa perpetrata ai danni di una nobile professione, dal momento che noi Architetti non seguiamo i corsi per vero interesse ma soltanto per avere i crediti necessari a poter svolgere il nostro mestiere. Ma è davvero questo quello che vogliamo? Una lenta ed inesorabile morte dei principi, degli ideali, dei valori che hanno reso il nostro mestiere affascinante, creativo, tecnico, un mestiere che abbiamo scelto e al quale continuiamo a dedicare tempo e passione?

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