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L’architetto necessario – di Alessandra Muntoni

In molti si chiedono dove stia andando a finire la professione dell’architetto. In una sintetica intervista su «la Repubblica» (26 gennaio 2017) Paolo Portoghesi sostiene che “di architetti c’è necessità”. Nonostante la sua attuale impraticabilità (restrizione della produzione edilizia, regime dei concorsi), la nostra professione, dice Portoghesi, “deve diventare un modo per impegnarsi nella trasformazione della società” e indica due campi d’applicazione: bioecologia e social street.

Sono d’accordo con Portoghesi sul fatto che sia necessaria, anzi obbligata, una radicale revisione delle prospettive d’azione dell’architetto, soprattutto davanti a una crisi economica e politica della quale non si vede soluzione. Ma ci sono ben altre questioni sulle quali dovrebbe convergere il nostro impegno. Questioni che, per la loro drammatica evidenza, potrebbero addirittura ridefinire i contenuti e le caratteristiche del nostro modo di fare architettura. Ce ne sono molte, ma ne indico, a mia volta, due: l’accoglienza dei profughi e i terremoti.

L’Italia è ormai un territorio attraversato da popolazioni che provengono da diverse nazioni e continenti. Capire le storie e le culture di chi chiede qui rifugio, anche temporaneo, non è solo un problema di solidarietà; è una opportunità per consolidare la nostra millenaria esperienza di confluenza e assimilazione delle diversità. La nostra lingua, il nostro territorio, la nostra identità, il nostro modo di esprimerci nella tecnica e nell’arte può ritrovarvi una originale e dinamica ripartenza, un scarto destinato a protrarsi nel tempo.

Più ancora la questione delle catastrofi sismiche. La terra qui ha sempre tremato. Spesso ce ne dimentichiamo e continuiamo a costruire sul greto dei corsi d’acqua, in luoghi a rischio valanghe, sulle pendici dei vulcani, in luoghi oggetto secolare di terremoti, senza ricorrere alle indispensabili misure di sicurezza. L’obbligo di ricostruire i paesi recentemente distrutti dal sisma tuttora in atto, ci costringe a ricominciare quasi da capo. La nostra urbanistica e la nostra architettura devono aggiornare, anzi rivoluzionare, le conoscenze in materia. Cosa sappiamo della nostra terra, delle tecniche necessarie per tutelarla, per produrre un ambiente sicuro, abitabile, capace di conservare la bellezza dei paesaggi e delle città? Forse poco, forse niente, forse non abbastanza.

Sono convinta, tra l’altro, che questi due temi abbiano una formidabile valenza economica.

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