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Le città avisibili – di Riccardo Onnis

“[…] Conosco solo momenti, e vite che sono come momenti, e forme che sembrano avere una forza infinita, fino a quando “si fondono con l’aria”.
Sono un architetto, un costruttore di mondi, un sensuale adoratore della carne, la melodia, una figura che si staglia contro il cielo oscuro.
Non conosco il tuo nome. Ne tu il mio.
Domani, inizieremo insieme la costruzione di una città.”[1]

[1] Woods L., Guerra e Architettura, Roma, Deleyva Editore, 2013

 

Quando l’impero romano (formalmente) cadde, nel 476 D.C., il processo di sgretolamento del precedente ordine sociale, economico ed urbano era già in atto da tempo. Ad esso seguì un lunga e complessa fase di riorganizzazione delle strutture urbane che rifletteva quella sociale, anch’esse in via di ridefinizione. Un contesto in costante rifondazione, alla ricerca dell’assetto più appropriato, sulle ceneri e l’eredità del recente passato.

La crisi del 2007 che colpì anche l’Europa fu solo superficialmente di natura economica; essa sancisce di fatto la fine di un modello sociale in cui ognuno, potenzialmente, può auspicare ad una ricchezza sempre maggiore e svela invece uno scenario che stride con quello precedente. Ci mostra che non esiste una ricchezza accumulabile universalmente per tutti, che le risorse in nostro possesso sono limitate e che il territorio stesso è limitato, non estendibile all’infinito. Anche uno sguardo al riapparire di grandi movimenti migratori è spia del fatto che è in corso, con tempi variabili, una progressiva riorganizzazione del nostro tessuto sociale i cui esiti rimangono ignoti.

Come allora, viviamo in un periodo caratterizzato dalla contraddittoria consapevolezza di un passato recentissimo e al contempo già non più compatibile, dalle cui eredità materiche e culturali bisogna in qualche modo riorganizzare i rapporti tra società, natura ed economia. Come allora, anche adesso ci troviamo di fronte a porzioni di città abbandonate, ieri fisicamente, oggi in termini di servizi sociali e in certi casi di abbandoni veri e propri.  Ci troviamo di fronte ai residui scomposti di questa grande illusione. Tali residui sono le nostre periferie.

Foto della periferia di Verona, ©fedepugg (Federico Puggioni)

Dalle favelas alle grandi aree industriali dismesse, dai villaggi turistici abbandonati alle miniere a cielo aperto non più in attività, paesi abbandonati e via dicendo, tutti questi spesso enormi relitti hanno come denominatore comune quella che possiamo definire, appunto, una fase storica e urbana che presenta precise affinità con quella che avvenne durante la formazione dei nuovi assetti sociali e urbani tra la fine dell’impero romano e il basso medioevo: la riorganizzazione profonda e strutturale del rapporto città – campagna, lo forte sbilanciamento tra le aree urbane create in un periodo di massimo benessere e il loro stato in seguito alle contrazioni dovute al crollo del sistema precedente.

Tale paragone può facilmente sembrare azzardato e distorto senza i necessari distinguo: evidentemente la popolazione di mille anni fa era significativamente inferiore all’attuale e l’abbandono fisico di allora solo raramente corrisponde a quello di oggi, dove invece prevale un tipo di abbandono sociale, oltre che frequentemente qualitativo e di servizi. Tuttavia è importante mettere a fuoco l’analogia che intercorre tra la fine della struttura urbana, sociale ed economica di allora con la fine della nostra urbana, sociale ed economica. A sugellare il definitivo punto di non ritorno sono infine gli studi, i resoconti e gli scenari preconizzati sul futuro, anche non troppo lontano, conseguenti agli attuali mutamenti dell’ecosistema provocati dall’attività dell’uomo.

In questo quadro le periferie, così come aree industriali dismesse etc., non sono che l’altra faccia del modello di sviluppo precedente; la questione rispetto alla quale abbiamo sempre girato le spalle e che si è affrontata in modo schizzinoso e superficiale. Robert Musil scrisse un libro chiamato l’uomo senza qualità: chissà che, se fosse stato architetto o antropologo, non avesse invece scritto le città senza qualità.

Foto della periferia di Verona, ©fedepugg (Federico Puggioni)

Per molto tempo dunque queste aree sono state e/o sono tutt’ora le nostre città invisibili, o forse meglio dire avisibili. Infatti, benché non siano certamente non visibili, sono state troppo spesso caratterizzate dall’a-visibilità, nel senso letterale di assenza di visibilità, di non considerazione, grande indifferenza: erano (sono) lì davanti a noi, ma ci si è sempre comportati come se non esistessero, come se le problematiche che portavano in seno e richiedevano adeguate risposte fossero negate di volta in volta, alla maniera di un trauma mentalmente respinto. Ma intanto crescevano sempre più velocemente, diventando prima quartiere, poi distretto, città e infine territorio. Finché girare loro le spalle non è stato più possibile: non possiamo evitarle, per il semplice fatto che sono immanenti alla nostra realtà urbana e ambientale. Sono diventati elementi territoriali, con tutta la terminologia che si è sviluppata negli ultimi anni con lo scopo di definire il fenomeno.

E’ qui che Il nuovo processo di riassetto sociale ed economico che si è innescato in seguito all’ultima crisi economica gioca un ruolo fondamentale: esso ci pone, se non altro, davanti al fatto che non possiamo più ignorare queste vaste porzioni di territorio e tutto il bagaglio di potenzialità e problemi che custodiscono. Abbiamo di fronte almeno due scenari che possono manifestarsi in seguito a questo punto di non ritorno: uno in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, causato dal mantenimento del sistema economico e sociale esistente che favorisce questo processo e dei cui esiti possibili la storia ci fornisce varietà di esempi. Oppure, soprattutto per quel che concerne i fenomeni urbani e architettonici, volgiamo finalmente lo sguardo a quei vasti territori dell’abitare umano che sono per appunto le periferie, le aree industriali dismesse e via dicendo, per prendere finalmente in mano le redini della situazione. Che cessino cioè di essere avisibili.

Non nelle ennesime nuove abitazioni, siano pure esse ad impatto zero, eco-friendly etc., ma nel riuso dell’esistente, nella sua integrazione al tessuto urbano vivo e all’attivazione delle sue energie intrinseche sta la reale sostenibilità architettonica. Un edificio che non è attraversato dalla vita è un edificio morto.

L’acquedotto vive al momento in cui ha cessato di portare l’acqua, afferma Luigi Snozzi. Ciò è estremamente vero: per raggiungere questo stadio, esso ha dovuto portare l’acqua. Può vivere perché è la vita che lo ha attraversato che lo ha caricato di senso e integrato nel luogo in cui è sorto; al punto che, esaurita la sua funzione, la trascende per diventare qualcos’altro.

Foto della periferia di Verona, ©fedepugg (Federico Puggioni)

Piazza Anfiteatro, Lucca

È oltremodo necessario che lo stesso inizi ad accadere con le nostre periferie. Che smettano di essere recipienti vuoti, isolati, emarginati. Occorre maturare una diversa concezione del nostro approccio ed una sensibilità altra: occorrono dunque una nuova etica ed una nuova estetica.  Quest’ultima soprattutto, il cui termine spesso è soggetto a usi impropri, è estremamente importante, perché attraverso la ridefinizione dei concetti di spazio e qualità passa il ribaltamento culturale che deve investire la nostra percezione di quelle che oggi sono le periferie. Forse è proprio questa l’eredità più grande che ci ha lasciato i grandi architetti del Movimento Moderno, e cioè il fatto storico di aver creato un’estetica diversa da quella precedente, ma con una grandezza ed una bellezza propria.

Lebbeus Woods, Underground Berlin 19, Elevation View, 1988

Tutto questo potrebbe sembrare lo sfondo perfetto per uno scenario utopico: invece è la storia stessa che fornisce vari esempi. Quando le concezioni in seno al rinascimento presero piede, l’uomo si accorse della bellezza dell’eredità che gli stava di fronte e, rielaborata, essa divenne il motore per la nuova (allora) architettura. O ancora, attraverso il movimento romantico del XIX secolo tutta l’eredità urbana ed architettonica del periodo medioevale iniziò ad essere vista sotto una luce differente.

Gli esempi sicuramente non mancano e non fanno altro che mostrare come il processo di rinnovamento della percezione, in questo caso urbana, faccia parte delle dinamiche intrinseche nella Storia dell’uomo e al quale segue la costruzione e la definizione di diversi canoni estetici e, nel caso dell’architettura, compositivi.

Aldo Rossi, La Città Analoga, 1976

In questa tavola esposta da Aldo Rossi alla Biennale del 1976, dal titolo la città Analoga, si manifesta con massima chiarezza espressiva e forza quasi onirica l’idea del valore della città non in questa o in quella parte, ma nel suo insieme.  “La città, oggetto di questo libro, viene qui intesa come una architettura. Parlando di architettura non intendo riferirmi solo all’immagine visibile della città e all’insieme delle sue architettura; ma piuttosto all’architettura come costruzione. Mi riferisco alla costruzione della città nel tempo. […] essa si rivolge al dato ultimo e definitivo della vita della collettività, la creazione dell’ambiente in cui essa vive.”[1]

Alla luce di queste considerazioni, emerge la necessità di coltivare la massima consapevolezza del momento che la storia urbana sta ora attraversando. Quali che siano gli indirizzi architettonici che si svilupperanno, nel loro prender forma dovranno necessariamente fare i conti con l’eredità del costruito esistente: e i risultati che sapranno dar voce (e forma) alle energie abbondantemente immagazzinate in questi luoghi e allo stesso e insieme trasformarne la percezione attuale costituiranno i punti di riferimento della futura progettazione della città.

[1] Rossi A., L’architettura della Città, Milano, Cittàstudi, 1995

Foto della periferia di Verona, ©fedepugg (Federico Puggioni)

In copertina: Migrati bloccati alla stazione di Keleti, Budapest, settembre 2015

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