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Una Legge per l’Architettura – di Massimo Locci

Da alcune settimane sulla piattaforma Change.org è presente una petizione, che a breve verrà inviata a Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, per una Legge per l’Architettura, proposta da Gabriella Raggi. Tra i primi firmatari Labics, L.Montuori, MdAA, stARTT, Ma0, A. Aymonino; L.Molinari, 5+1aa, S. Casciani, F.Cellini, ABDR.

Io, insieme con altri 785, l’ho firmata in modo convinto e, certamente, non per una difesa di una categoria professionale, che peraltro ha grandissimi problemi di riconoscimento di ruolo e di operatività, ma per promuovere azioni concrete di sostegno all’Architettura Contemporanea.

Il testo è sintetico e convincente, a cominciare dalla premessa. “Non possiamo sottrarci all’architettura, essa è parte integrante del nostro quotidiano, definisce il nostro orizzonte sociale e culturale; è lo spazio in cui i nostri figli giocano, le piazze in cui prendiamo il caffè, le strade in cui camminiamo; è intorno a noi quando attraversiamo la città. Nessuno può sottrarsi all’architettura. L’architettura è un bene comune, essa da forma al territorio in cui si svolge la vita di tutti i cittadini. Se manca una visione per l’architettura manca una visione per la costruzione di quel terreno collettivo e condiviso che costituisce lo sfondo delle nostre vite”.

Penso non si debba perdere questa nuova opportunità con inutili distinguo, come è accaduto nel passato. Per 15 anni, a partire dagli anni ’90 infatti , come In/Arch ci siamo molto impegnati per promuovere una Legge per l’Architettura di pochi ma significativi articoli, sull’esempio di quella francese.

Coinvolgemmo istituzioni e strutture di categoria (il CNA, il Ministero e il Parlamento) ma allora, di passaggio in passaggio, la proposta si è annacquata e ha prodotto esiti ben poco apprezzabili.

Anche oggi la cultura disciplinare nel suo complesso, s’interroga sul motivo per cui  si è rotto il filo relazionale con la società, sul perché l’architettura sembra non più necessaria, mettendo anche in discussione le proprie acquisizioni teoriche.  E’ necessario individuare i motivi che determinano la quasi impossibilità di “fare architettura” in Italia: la sua assenza nella realtà contemporanea è un sintomo di degrado, è una rinuncia alla qualità. La valenza spaziale, la funzionalità urbana, il paesaggio, devono essere intesi come una risorsa, non solo in termini culturali, ma anche economici. Oggi sembra che la qualità dell’architettura sia un surplus, anche se, ovviamente, un criterio oggettivo per classificarla non esiste. Per ciascuno di noi ha un valore differente, ora riferibile alla funzionalità e alla capacità di soddisfare le esigenze dei fruitori, ora è connessa con l’originalità di concezione, con l’innovazione tecnologica e del linguaggio, con la  flessibilità o con la leggerezza.

Per tutti i progettisti, comunque, la migliore definizione per qualità architettonica è la capacità  di testimoniare l’evoluzione della società stessa e l’adesione ai valori del contesto. “Se manca una visione- si legge ancora nella lettera – le nostre città diventano brutte, lo spazio pubblico viene consumato dall’incuria, il nostro paesaggio lentamente si degrada. Muore il senso di appartenenza a una società civile”.

Si chiede, pertanto, una nuova politica culturale che ponga al centro dei programmi la progettualità,  un processo attivo e sperimentale tendente alla trasformazione consapevole del territorio, ma anche innovazione e semplificazione dei processi (amministrativi, finanziari e produttivi). In sintesi si chiede di rendere il rapporto natura-artificio compatibile con le nuove esigenze della società, che mai come ora  necessita di qualità diffusa, di soluzioni energeticamente sostenibili, di valorizzazione concreta del territorio e non solo estetizzante o inutilmente eclatante.

Tra i punti più qualificanti della proposta di legge   : “Riconoscere che il progetto è un’opera di ingegno e non un servizio. Tutelare l’autonomia e l’indipendenza del progetto all’interno del processo edilizio. Affermare che il concorso di progettazione è lo strumento ordinario e obbligatorio per l’attuazione degli interventi cui sono tenute a ricorrere le Amministrazioni Pubbliche. Promuovere la qualità architettonica attraverso politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica. Favorire tutte le azioni necessarie per una migliore conoscenza e promozione della cultura architettonica, per una maggiore sensibilizzazione e formazione dei committenti e dei cittadini. Tutelare l’interesse pubblico anche in interventi privati alla scala urbana attraverso società di indirizzo create ad hoc con l’obiettivo di promuovere e controllare la qualità dell’architettura e del disegno della città (come accade in Francia)”.

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