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Mo’ succede ‘o quarantotto (dico 48) … – di Eduardo Alamaro

Il mio amico Paolo Zanzibar mi ha donato un librettino del 1848 su “L’andamento del real Istituto per le Belle arti in Napoli”. Stava tra le sue carte sperdute di bottega. L’incipit è efficace e regge bene a distanza di 170 anni (ben portati). Fa così: “Calunniati i Re, calunniati i Ministri, calunniati tutti gli uomini in carica, le cariche e le istituzioni, come potevano rimanere illesi nelle segrete denunzie il real Istituto di belle arti e quello delle scuole subalterne degli artieri?” Giammai, non sia mai: contestazione globale. La fine dell’arte è vicina.

Ma “a dileguare le false accuse” di quel ’68 dell’800 – infatti siamo nel ribollente 1848 – ci pensò a Napoli Antonio Niccolini (1772 – 1850), illustre architetto “di prima classe” e scenografo, direttore della Scuola, che scrive una snella difesa della istituzione accademica napoletana, enumerandone i meriti e la modernità didattica, confrontando all’uopo “lo stato delle arti anteriore alla fondazione dell’Istituto collo stato presente”.

E’ curioso, e perciò segnalo questo raro librettino donatomi, che il Niccolini, forse perché uomo dell’architettura e delle imprese di scenografie, non parta dalle vette delle arti belle ma dalla base delle arti utili e applicate; non dagli artisti e poeti ma dagli artieri & mestieri.

Come un abile avvocato punta più sul gusto diffuso che la formazione di tali giovani delle moderne arti belle ha avuto sul decoro della città e del Regno che sui capolavori della pittura e della scultura aurata. Punti più, udite audite, sulle strade ferrate ferroviarie che su quelle delle carrozze e cavalli di razza antica di marmo. E’ il mondo nuovo, da educare col disegno, col progetto diffuso nella città, con la educazione al buon gusto pubblico: è il sol dell’avvenir del Regno del Sud!

Infatti scrive subito, a pag. 2: “In Napoli non vi ha Collegio, né educandato, né casa di Signore che non abbia a Maestro di disegno un allievo del’Istituto.” E poi, subito dopo: “Le fabbriche delle terraglie di estesissimo commercio coll’estero acquistarono nuova vivezza dalle figure dipinte da essi nei vasi.” Elogia quindi di seguito: “le tante graziose idee che si veggono nelle ringhiere in ferro de’ palazzi, opera loro”. Ed ancora, incredibile: “I disegni ingentiliti ne’ lavori delle ricamatrici nascono dai modelli de’ nostri allievi.” (interessi didattici che continuano poi, nel 1886, col noto librettino di modelli pel ricamo e merletti del pittore Gioacchino Toma, nda)

E’ il ’48, è la rivoluzione, è l’effetto della contestazione sociale, non c’è che dire! Infatti sta scritto: “Da queste minutaglie si scorge il gusto generalizzato che la città deve ai giovani dell’Istituto”. Niccolini vede rosa e social progressista … “incominciando dall’Architettura (ove) esistono le decorazioni esteriori (…) degli eleganti prospetti de’ palazzi sorti a migliaia come per incanto ad abbel-lire la Capitale e i dintorni, lungo le strade ferrate fino a Nocera e a Capua, ideati ed eseguiti da nostri allievi …” (sottolineo l’ “ideato ed eseguito”, cioè concetto e oggetto, arte e mestiere, disegno e modello; cervelli e mani educate nell’Istituto di Belle Arti, come nel caso “dell’egregio incisore in rame ed in acciaio Francesco Pisante, figlio dell’Istituto” (pag. 3).

Segue poi, nella stessa pagina, un lungo elenco di nomi (in ordine alfabetico) di artieri, pittori, scultori, architetti, ingegneri, meccanici più o meno dimenticati. Ad esempio, Tommaso Benevento, “costruttore de’ ponti sul lido del mare a Torre dell’Annunziata e della stazione per la strada di ferro”.

Segue, poco dopo, Emmanuele Melisurgo (1809 – 1867) che, formatosi nell’Istituto di Napoli, “in età di venti anni sentì essere abbastanza forte per piantare il suo studio di architettura in Londra (meglio di Renzo Piano!) ove arricchì edificando e, fattosi esperto nelle imprese delle strade ferrate, ora è reduce coll’incarico di studiare e progettare la gigantesca opera di una strada ferrata che attraversi l’Appennino e sbocchi sull’Adriatico, fino ad Otranto” … (ma la passione politica del ’48 mal gliene incolse al Melisurgo, ragion per cui la sua ferrovia ebbe vita molto complicata e ondivaga col Borbone, fino al 1860 di Garibaldi dittatore che, destino cinico e baro, levò l’appalto alla Melisurgo & C. e l’assegnò alla Adami & Lemmi di Livorno, non senza seguito giudiziario pluridecennale degli eredi, nda)

L’Istituto di belle arti (alias l’Accademia) di Napoli, nelle parole del Niccolini, pare a due e più teste, almeno due Istituti in uno, come il Pd oggi. Come fosse, in pratica, un Politecnico delle Arti nel quale convivono varie anime … e che si preoccupa di formare l’intera filiera delle arti del bel progetto. Via, via per li rami …. fino ai quadri applicativi, partecipativi et esecutivi, … in tal modo sfornando eccellenti artefici che, dice Niccolini: “parlano tecnicalmente” e non più dialettalmente”, come avveniva prima della istituzione della “scuola subalterna” degli artieri, quando, ad esempio, gli astragali venivano detti “maccheroncielli”.

E’ l’arte-impresa, è l’applicazione dell’arte alla vita pratica, è la modernità. Mo’ succede ‘o quarantotto!!

Scrive l’intrepido Niccolini: “La gara generalizzata in Napoli fra costruttori de’ letti di ferro si pei disegni, come pel lavoro, mostrano che le lime or son maneggiate dagli artieri istruiti nelle scuole subalterne.” Così come, continua: “è uscito da questa scuola l’ebanista Francesco Esposito, che occupa tutto il largo di Monte Calvario colle sua estesissima officina, il quale ha fatto una cospicua fortuna per grande ingegno da esso sviluppato in ogni genere d’intagli in legno guerniti di metalli”.

Ed ancora annota: “Onora la sua istituzione il primo architetto della strada ferrata di Castellammare, D. Cesare Guarda”, il quale non proveniva da una famiglia artigiana, ma “era in casa sua benestante agiato” e purtuttavia volle “istruirsi nelle scuole subalterne dell’Istituto per la maggiore semplicità dell’insegnamento”. Niccolini elogia il Guarda con queste parole: “Non parlerò dei suoi eminenti talenti per le macchine, ma come Architetto: chi potrebbe formare una sala pel trattenimento dei passeggeri di prima classe più bella di quella che ognuno ammira per la semplicità ed eleganza nella stazione dei treni di partenza da Napoli?” (pag. 5).

Così conclude il suo libretto il Nostro: “Nelle tante pubbliche feste sacre e profane  da me immaginate e dirette, mi sarebbe stato impossibile l’adempimento nel breve spazio di tempo, senza l’efficace aiuto delle centinaia di braccia, delle quali mi avvalsi, tratte dalle pipiniere dei due Istituti; cosicché sol bastava che io accennassi i fregi che abbisognava comporre, le lucerne, le lampade, i candelabri e le statue, che subito vedevo riuniti dagli intelligenti allievi de’ due Istituti quanto mi occorreva.”

Autogol, zappa sui piedi del Niccolini. Era proprio ciò che volevano leggere i due della “Commissione straordinaria temporanea per proporre riforme all’istituto di Belle Arti e agli istituti ad esso legati”: gli architetti Pietro Valente e Errico Alvino, più giovani e certamente scalp-itanti-tanti.

Secondo i due l’idea di scuola d’arte e la conseguente pratica professionale che sta a cuore al Niccolini era comunque legata – nonostante l’elogio suo dei nuovi artieri superiori – a un concetto tradizionale del mestiere dell’arte e dell’architettura ferrata e, quindi, della idea stessa di città; visione che mal tollerava, tra l’altro, accusano i due: “l’obbligo di redigere progetti esecutivi inderogabili”.

E’ questo un punto centrale, fino a noi: in Niccolini l’occhio dell’artista è ancora la misura del bello e dell’utile, il primato suo va alla “confezione su misura” del sarto antico. Nella critica alle sue posizioni del duo Valente-Alvino si delinea invece il primato della confezione in serie e forse, in prospettiva, della piccola serie & serietà. Ta-ttà, rimosso.

E di tal rimozione ne morirà il Niccolini, due anni dopo il suo libello, nel 1850. La convivenza tra le varie anime dell’istituto di Napoli fu sempre più difficile, fino alla cacciata degli “artieri superiori” pratici, nel 1880 sul Monte di Dio spartenopeo di Filangieri.

Da quel momento l’Istituto fu veramente Accademia autocentrata, architettura compresa. Nel giugno del 1864 il focoso Vittorio Imbriani invocava le pompe funebri per rimuovere quel “cadavere che ammorba l’aria e la via della modernità”. Napoli non era certo Vienna e si ripiegò, dopo il sussulto (indotto) del ’48, su se stessa. Vedi Napoli e poi muori. Una prece.

Un bel monumento alla memoria del Niccolini dell’arte ampia s’erge ancora, miracolosamente non deturpato, nel cimitero degli uomini illustri, illustrati sul Poggio reale napoletano. Da visitare con devozione e raccoglimento.

Besos, eldorado

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