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Il nutrimento dell’architettura [59] – di Davide Vargas

Ogni volta che mi capita di passare dalle parti di Palazzo Gravina [la vecchia facoltà di architettura di Napoli] dentro di me succede qualcosa. Non so se è un movimento spontaneo o è la mente che lavora su fili di memoria e fa salire a galla certe sensazioni. Ma non importa. Oggi devo fare delle scansioni fuori misura. L’eliografia sta aprendo. Di fianco su un pannello delle pubblicità c’è un manifesto con un bel disegno della faccia rugosa dell’avvocato Marotta e una frase di ringraziamento.

C’è pure la libreria dove andavo da studente. Oggi le librerie di architettura fanno tristezza. C’è tutta roba vecchia e nessuno che compri. Ma qui voglio entrare e indugio sulle stampe della città e sui vecchi libri. Per la maggior parte gli autori sono i professori della facoltà.

Il libraio sta spolverando con un piumino libri e stampe. Con la coda dell’occhio vedo una vecchia monografia di Sven Markelius. Nell’eliografia lo scanner è al piano di sotto. Sergio [lo chiamano continuamente, perciò conosco il nome] comincia a lavorare distrattamente, poi noto che i disegni lo colpiscono e allora cambia atteggiamento. Arriva una persona con una cartella e comincia a parlare. Ho un lieve fastidio per l’intrusione ma da queste parti normalmente si fanno più cose insieme e Sergio risponde alle sue domande senza smettere di passare i miei disegni nello scanner.

Il tipo apre la cartella e tira fuori i suoi disegni. Sono dei volti. Cominciamo a parlare. A commentare. A familiarizzare. E all’improvviso registro che c’è un’aria gentile intorno e per pochi minuti sto molto bene. È una certa idea di stare al mondo che genera ciò. E l’architettura nel copione fa la sua parte.

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