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Il nutrimento dell’architettura [60] – di Davide Vargas

Certo, tutto questo sistema di tangenziali raccordi assi extraurbani ci facilita [forse] la vita ma ci toglie pure qualcosa. Ci si ritrova a inseguire la via più rapida e finisce che per anni non si passa più attraverso luoghi che un tempo sono stati familiari. Mi è capitato di rifare la strada che facevo per andare all’università in macchina quando non prendevo il treno. E sono ripassato davanti ad un edificio che avevo rimosso dalla mia memoria.

Si tratta di una centrale elettrica o roba del genere che è entrata nel mio personalissimo percorso di formazione mentre da studente incontravo il protorazionalismo e mi appassionavo alla tipologia edilizia che più ne rappresentava l’emblema: la fabbrica di turbine AEG di Beherens [1909]. Passavo di lì e la centrale che mi sembrava avesse un carattere si insediava nell’immaginario, poi sono arrivate le superstrade ed è stata oscurata. E questo è il punto. Cosa perdiamo a scegliere di raggiungere una meta, qualsiasi peso abbia, nel tempo più breve rinunciando all’esperienza del percorso?

Ancora una coordinata. La centrale oggi è stata assorbita dall’edificazione, sta a pochi metri dai paesaggi di Gomorra, c’è il degrado dei rifiuti abbandonati e in questa giornata ventosa una incongrua aria di fiera con bancarelle e parcheggiatori abusivi e famiglie che attraversano la strada con pacchi e buste. Deve essere giorno di visita al carcere di Secondigliano.

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