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I privilegi degli architetti – di Christian De Iuliis

La rivolta dei tassisti contro la app UBER ha dimostrato, ancora una volta, che in questo paese combattere contro presunti privilegi goduti da alcune categorie è pressoché impossibile. Ma il progresso non lo puoi fermare e la lotta contro ogni tipo di immunità va rafforzata. E’ ora di fronteggiare con durezza e di sconfiggere queste sacche di prepotenza nelle quali vivacchiano alcune classi sociali; prendiamo per esempio gli architetti, senza dubbio una delle categorie più privilegiate della società italiana.

Ecco i cinque privilegi degli architetti che vanno eliminati al più presto.

1-     La firma. Questa roba che per un  progetto di natura edilizia occorra la firma di un architetto (o ingegnere, geometra) deve finire. E’ del tutto evidente che, ad esempio, per i progetti che riguardano l’interno delle abitazioni basta una dichiarazione del proprietario o una semplice promessa se iscritto ai boy-scout; se proprio qualcuno deve mettere una firma, quella del capo-ditta edile (che peraltro è dotato anche di un timbro) è assolutamente sufficiente; potrà apporla accanto al progetto fatto sempre da lui sul foglio di carta millimetrata. Per interventi minori può bastare pure la firma di un idraulico o di un falegname. Nel caso di interventi che riguardano l’esterno, il parere dell’architetto può essere richiesto come facoltativo, ma niente di ufficiale, si può risolvere con una semplice telefonata. Infine per opere che riguardano parti strutturali (travi, pilastri, solai) il calcolo può farlo benissimo il masto, se proprio ha qualche dubbio chiederà una consulenza ad un parente ingegnere. La firma dell’architetto, così come gran parte della documentazione che producono (progetti, relazioni, fotomontaggi) va dunque abolita per snellire il procedimento edilizio e per cancellare questo potenziale diritto di veto della categoria.

2-     I pagamenti. Un altro dei privilegi dei quali godono gli architetti riguarda i pagamenti. Questa categoria di ingordi, infatti, pretende che il loro apprezzabile contributo alla società venga riconosciuto con del vile denaro. Nonostante tutta questa povertà che c’è in giro. Alcuni si spingono a chiedere persino degli acconti per coprire le spese, o di essere pagati puntualmente al termine del loro lavoro, senza formulare sconti e senza attendere neanche qualche anno di normale decantazione del processo di pagamento. Si tratta di un comportamento inaccettabile, figlio di un vizio di base: l’architetto non comprende che la sua partecipazione al processo edilizio viene richiesta solo grazie ad un gesto di assoluta generosità da parte del committente che potrebbe farne tranquillamente a meno ma, per consentirgli di trascorrere del tempo tra la calce e gli operai o in giro per fornitori, gli evita di stare a casa di annoiarsi. Per questo motivo il pagamento deve diventare facoltativo, “una cosa a piacere” a discrezione del committente.

3-     Il giusto processo. Gli architetti indagati o rinviati a giudizio si ostinano a pretendere di essere processati con un regolare processo. Anche in questo caso si tratta di un insostenibile privilegio. Appurato che qualsiasi cosa accada in un cantiere edilizio la responsabilità è sempre dell’architetto che dirige i lavori, non si capisce quale sia il principio secondo il quale l’architetto si ostini a nominare un avvocato che lo difenda e a tentare di spiegare le sue ragioni. Si tratta inoltre anche di una pretesa da irresponsabili considerando il numero di procedimenti sospesi presso i tribunali italiani. Dinanzi a qualsiasi notizia di reato, anche solo presunta o di dubbia interpretazione, l’architetto va condannato seduta stante, con pene dai 6 mesi ai 3 anni. Anche per consentire un naturale ricambio generazionale della categoria.

4-     La pensione. Siccome l’architetto svolge una professione che non prevede nessuna fatica né fisica né mentale, anzi in molti casi si rivela addirittura come un piacevole passatempo, è evidente che può continuare a farlo anche compiuti i 90 anni, come già capita in molti casi anche molto noti. Per questo motivo la pensione all’architetto non serve e va abolita. Tuttavia è necessario che gli architetti continuino a versare i contributi per pagare la pensione a quelli che, purtroppo, già la percepiscono e per creare e mantenere sane alcune fondazioni ONLUS come ad esempio quella a sostegno dei figli sfortunati di architetti celebri che, saggiamente, si occupano di altro.

5-     L’ordine professionale. A parte che gli ordini andrebbero aboliti a prescindere. Quello dell’ordine per soli architetti è un incredibile anomalia del mondo del lavoro italiano. Fuori da ogni logica. Esiste forse un ordine professionale dedicato ai parcheggiatori ? E agli ambulanti ? E ai centurioni-figuranti davanti al Colosseo ? Chi difende le cassiere dei supermercati e i corrieri che girano tutto il giorno nei furgoni rossi ?. Tra l’altro tutta gente, questa, che ha tenori di vita migliori degli architetti. O facciamo un ordine professionale dedicato ad ogni mestiere, o niente. Inoltre gli architetti hanno il privilegio di ricevere un aggiornamento professionale costante, talvolta addirittura gratis, da acquisire attraverso piacevoli incontri, ad orari comodi, nei quali gli vengono conferite delle enormi gratificazioni, chiamate crediti. Insomma, tutta una serie di benefici da depennare.

Infine, andrebbe abolito quel delizioso privilegio ancora in voga, specie nei piccoli paesi, dove quando arriva l’architetto a casa, c’è sempre uno, che di sua iniziativa, mette a fare il caffè. E gli e lo offre.

 

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