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Roma Capitale? – di Massimo Locci

Roma sprofonda? Milano capitale!” titola l’Espresso dell’otto febbraio 2017. L’articolista, Raffaele Simone, restituisce un ritratto impietoso della ‘città eterna’, in gran parte condivisibile, e conclude con la necessità di spostare la capitale d’Italia a Milano, ribaltando il senso del celebre discorso, tenuto alla Camera dei deputati nel1861 da Cavour, che espose le ragioni storiche, intellettuali e morali che facevano di Roma la “necessaria” capitale del Regno. Allora lo statista piemontese ne aveva stigmatizzato la sua dimensione non solo “municipale”, ma oggi è Milano che ha maggiore ruolo internazionale.

Il confronto attuale tra le due città è diventato impari. Milano da un ventennio è al centro di un processo di trasformazione urbana straordinaria, per estensione e qualità, che riguarda soprattutto l’edilizia ex-industriale. Nella sua nuova identità Milano è diventata il centro propulsivo della ricerca espressiva contemporanea.

A Roma, viceversa, in questi ultimi anni ci è impantanati in teorizzazioni procedurali, in ipotesi concorsuali che non hanno avuto esito concreto, in decine di opere incompiute. Con grande ritardo è iniziata la trasformazione delle aree dismesse ( produttive, militari e di servizio urbano) e i programmi di riuso urbano, in gran parte, sono in attesa di attuazione. Eppure sarebbe stato più semplice e più proficuo realizzare qui la riconversione, piuttosto che nel capoluogo lombardo, in quanto gli ex ambiti industriali romani sono concentrati in poche aree centrali e semi-periferiche.

Milano, rispetto ai grandi eventi come l’EXPO 2015 (anche se non si sa ancora che utilizzazione avrà l’area), ha sfruttato la straordinaria esposizione mediatica e le opportunità di innescare profonde trasformazioni sulla sua struttura economica e urbanistica. Roma, viceversa, per timore di ruberie, ha rinunciato alla candidatura per le Olimpiadi, e con essa alle opportunità di programmare interventi infrastrutturali utili alle esigenze future della cittadinanza.

Anche la recente vicenda della costruzione dello Stadio a Tor di Valle è un concentrato di scelte discutibili e di opportunità non colte. Un’operazione sostanzialmente ‘ordinaria’ per qualsiasi città europea è diventata a Roma un affare di stato, su cui si è divisa la città, si è dimesso l’assessore Berdini e l’intera maggioranza è entrata in crisi.

Cominciando dal profilo urbanistico, con la localizzazione proposta dal privato e subita dall’amministrazione (che è costretta a variare il proprio PRG), gli errori e l’approssimazione si sono sommati alla cattiva gestione della cosa pubblica.

Il Comune, infatti, per assenza di risorse finanziarie è stata costretta a barattare  le cubature (in cambio dei relativi oneri) per ottenere le infrastrutture necessarie alla corretta funzionalità dell’area.

Inoltre nessuno dell’amministrazione, negli ultimi 2 anni, è stato capace di fare valutazioni realistiche sui costi degli interventi infrastrutturali. Ne è una conferma il fatto che la trattativa sembra essersi conclusa con una riduzione al 50% delle cubature assentite, mentre le opere a scomputo non si sono ridotte della stessa percentuale: è evidente che i conti iniziali degli imprenditori dovevano essere ‘gonfiati’.

Il compromesso finale rappresenta una sconfitta per la Soprintendenza, che per 2 anni non ha eccepito nulla sull’operazione, avallando di fatto il progetto. Solo tardivamente ha posto un vincolo sull’ippodromo di Tor di Valle, peraltro su un complesso architettonicamente poco rilevante e, soprattutto, in pessime condizioni. Vincolo che sarà superato nella Conferenza dei Servizi.

L’accordo è debole anche in una logica imprenditoriale e architettonica, in quanto si è previsto di modificare il progetto seguendo una visione banalizzante e poco logica proprio sotto il profilo paesaggistico, dell’impatto ambientale e del consumo di suolo. Sarebbe stato preferibile conservare le torri, magari bandendo un concorso, più che l’edificato estensivo, fatto di volumetrie anonime e che riducono le potenzialità funzionali ed espressive del parco fluviale.

Ritornando allo spostamento della capitale, anche se non realistico, è auspicabile che questo movimento d’opinione stimoli l’amministrazione capitolina a svegliarsi dal torpore di questi anni, anche perché il ritardo romano è un danno per l’intera nazione.

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