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Volevo fare l’architetto_ultima parte – di Carlo Gibiino

Volevo fare l’architetto

Dunque i problemi relativi alla professione di architetto sono molteplici, da una legislazione disattenta alla mancanza di una educazione culturale da parte della committenza, dall’inesistenza di un percorso universitario di qualità ad uno Stato padrone che esige ma non concede, se oggi sono un architetto non devo ringraziare nessuno tranne i miei genitori che hanno creduto in me e mi hanno dato tutto quello di cui avevo bisogno per realizzare il mio obiettivo. Dal momento in cui sono nato, a quello in cui sono diventato architetto, lo stato Italiano non è mai stato presente, i redditi degli architetti sono ormai caduti tanto in basso da essere annoverati come i nuovi poveri. Concetti quali creatività, ricerca, innovazione sembrano ormai spariti nel nulla ed è per questo che nella progettazione di spazi pubblici (scuole, biblioteche, teatri ecc…) e non solo, l’attenzione verso i materiali, lo studio del rapporto con il contesto sono caduti in disuso verso una progettazione più spicciola, meno attenta agli aspetti formali, funzionali e pedagogici, si guarda solo ed esclusivamente il costo finale, meno costa meglio è.

Uno dei più grandi problemi di cui soffre oggi il mondo dell’architettura nel nostro paese è la quasi impossibilità per un professionista di accedere al mercato del lavoro e di avere reali possibilità di crescita. Perché le istituzioni non pensano ad investire sui giovani e meno giovani talenti che affollano il nostro paese, invece di farli scappare? E’ evidente quanto sia urgente oggi rimettere in gioco il ruolo della professione e riconsiderare l’architettura come strumento per affrontare le problematiche sociali legate alla cultura progettuale contemporanea. Bisogna indagare sul ruolo e sulla figura evolutiva della figura di architetto, manca una visione globale capace di delineare la sua funzione, l’Italia è il Paese dove gli architetti sono meno rappresentati e forse anche per questo sono meno rappresentativi e l’unico dove si delega la cura di un Patrimonio così importante e consistente a competenze inadeguate, un ruolo operativo, decisionale e progettuale con conseguenze dirette sull’assetto del territorio, che deve essere riconosciuto di pubblica utilità. Occorre promuovere il ricambio, la proposta, la progettualità, creare strutture normative più snelle e dinamiche più attente alle esigenze reali del territorio, dei cittadini e non ultimi, degli architetti, capaci di rappresentare le esigenze della collettività.

Ed eccoci arrivati alla fine della storia, di questo sfogo che probabilmente non servirà ad apportare alcuna modifica allo stato di cose fin qui descritte, certo, non ho alcuna pretesa di velleità, ma almeno è servito al mio sé per liberarmi un po’ dal peso o dai pesi che incombono sulla nostra professione e credo su tutte le professioni e di tutti i lavoratori di oggi in Italia, giovani e meno giovani. Mi ritrovo ancora oggi a pensare cosa voglio fare da grande a 40 anni passati, come potermi ritenere soddisfatto professionalmente ed economicamente, come potermi reinventare come poter vivere e garantire un futuro ai figli che non ho e non posso avere. Come posso pensare di avere figli se non riesco a mantenermi?

Penso ogni giorno a quali potrebbero essere le alternative e non riesco ad andare contro le mie aspirazioni, non posso accettare di vivere per lavorare, non posso accettare di sottomettere le mie ambizioni per un pugno di Euro, per cercare di arrancare per arrivare a fine mese, non posso più accettare questo stato di cose, effimere, transitorie, precarie. Non posso più accettare di essere governato da uno stato padrone, che dà un contentino ogni tanto ai propri sudditi e non posso più accettare di sopravvivere, di nuotare in un oceano con l’acqua alla gola, mi sento soffocare. E’ ora di dire basta e lo dico a tutti i colleghi che fino ad oggi hanno accettato queste assurde ed immorali regole, è il momento di dare un segnale forte, non abbiamo nessuna garanzia di pensione, di crescita e sviluppo.

I miei sogni sono ancora in volo, così come i miei obiettivi, alla tristezza del pensiero di un territorio continuamente defraudato e depauperato, oppongo la mia forza, la mia fermezza, la mia ostinazione, Giordano Bruno in punto di morte disse: “sul rogo brucerete soltanto l’involucro terreno ma le mie idee sopravvivranno”.

Di una cosa sono certo, io volevo fare l’architetto.

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