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170306_ Pritzker 2017 l’evidenza di una crisi – di Felice Gualtieri

Negli ultimi giorni, molte sono state le opinioni e i punti di vista (anche diversi) sulla recente assegnazione del Pritzker allo studio spagnolo degli RCR.

Da un lato, per chi ne conosce il lavoro,  il dato non segna un capovolgimento radicale nelle questioni primarie del fare architettura, ma dall’altro sancisce, con sempre maggiore consapevolezza, un cambio di rotta da parte della giuria e, in un certo senso, dell’immaginario critico ad esso connesso.

Come alcuni hanno fatto notare, restiamo sempre nell’ambito autonomo della disciplina. Gli RCR non sono “rivoluzionari” o “utopisti” in senso stretto ; non vogliono cambiare il mondo o perlomeno lo fanno limitandosi a fette di territorio che di volta in volta gli vengono assegnate, raggiungendo in questo modo risultati  apprezzati all’unanimità.

Non è mia intenzione discutere del loro lavoro, peraltro ampiamente documentato. Quello che preme è capire quali siano le ragioni che fanno di questa nomina un atto in controtendenza.

Il premio, a mio parere,  deve essere inteso come strettamente collegato al precedente, se non altro per la stessa origine linguistica (entrambi di area spagnola). Questo, dopo anni di dominio nordico (dall’Architectural Association, all’area americana e giapponese etc.) inverte l’asse di interesse: si da’ maggiore attenzione, cioè,  alle latitudini meridionali, al Sud di un mondo dove si manifestano in maniera sempre più intensa e grave le contraddizioni del periodo post capitalista, con tutte le relative fragilità dei paesi avanzati che non riescono più a gestire in maniere coerente processi superiori alle loro forze.

In questa ottica, quelle aree del mondo caratterizzate da una marcata resilienza, e cioè da una micro struttura costitutiva, risultano più rilevanti per sperimentare nuove ibridazioni tra tecnica e natura, al fine di riportarle alla loro comune base ontologica.  In fin dei conti è questo che si cerca al di là dello star system!

Se con la nomina precedente di Aravena non era abbastanza chiaro, adesso diviene tanto più evidente da spaventare lo stesso establishment delle grandi firme che hanno dominato quasi incontrastati gli ultimi 20 anni di storia del costruire, e che ci hanno lasciato in eredità, sicuramente opere importanti, ma in un mondo  assolutamente indegno, magari buono per pochi (anzi pochissimi) a spese di molti (anzi moltissimi).

Nel peggiore dei casi, i più noti rappresentanti di quel sistema, hanno iniziato a percorrere derive reazionarie (come Patrich Shumacher per esempio) altri sembrano voler cercare di fronteggiare il cambiamento. In entrambi i casi devono rimodulare tutte le istanze fondamentali alla base del loro successo: dal dominio della cultura urbana, all’interesse primario per la forma, dagli assetti organizzativi pesanti, al disinteresse per i problemi legati alla “quantità” .

Questo cambio di rotta critico-operativo era nell’aria già da alcuni anni, ma solo di recente raggiunge quell’ampia diffusione da poter  mettere in crisi un epoca intera.

A causa dei limiti di ogni buona istituzione (ed ogni “buona istituzione” è sempre mainstream) con questo Pritzker si è cercato di camuffare una crisi, evidentemente non riuscendoci minimamente.

Si premia una indiscussa qualità professionale,  che è la somma di diversi fattori, ma nello stesso tempo, di uno studio relativamente poco conosciuto: in un certo senso è come strizzare l’occhio al nemico facendo il doppio gioco. Se poi abbiano messo in campo una strategia puramente conservativa è tutto sommato irrilevante.

Resta il fatto che non si può più nascondere una differenza, ripeto, una “crisi” degli assetti globali consolidati, che richiedono quindi nuove risposte a problemi più generali  come la necessità di lavorare sui contesti locali (sul concetto di regione inteso come ambito extra metropolitano) sulla piccola scala, sulla lentezza, sulla qualità del gruppo, su un’architettura condivisa, sul lavoro comune e sulla inevitabile disintossicazione da star system.

Dopo decenni dove la cultura urbana e’ stata trainante , è il segnale di una rinnovata attenzione verso la realtà. Si conferma, ancora una volta, che  il centro della ricerca architettonica si stia spostando fuori dagli ambiti metropolitani ed urbani verso dimensioni di vita post-urbane, fuori cioè, dai palcoscenici privilegiati dallo star system.

Tra Aravena ed RCR si sancisce questo spostamento di  asse critico-operativo, forse irreversibile,  ed il suo riconoscimento ad alto livello.

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