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170316_La negazione dell’immaginario urbano: verso una vita resiliente – di Felice Gualtieri

All’interno delle discipline consolidate, nei settori politici di alto livello (come in quello europeo o almeno di ciò che resta), nei circoli ufficiali volgarmente definiti “mainstrem”,  dubitare del supremo principio della vita urbana ci espone al pericolo della marginalità;  è come toccare i fili dell’alta tensione:  si rischia la folgorazione e di rimanere sotto i riflettori di una mistificazione o, nel peggiore dei casi, di un fraintendimento costruito in malafede.

Ammetto che di fronte a questo interrogativo non resto tranquillo; scava nel profondo della mia coscienza e fa vacillare il senso di un antagonismo. Gli spazi della vita metropolitana, i più emblematici benchmark di questa nostra epoca, soprattutto nella notte di luci e atmosfere che richiamano un pullulare nascosto di vite umane, mi seducono con il fascino di chi, quelle vite in parte le ha sperimentate nella continua energia della contaminazione, dell’ombra e dell’anomia urbana.

Ma, ormai, ovunque rivolgo il pensiero, vedo perduti tutti i fondamenti progressivi dell’urbanesimo. Le città e la vita urbana si sono trasformate irreversibilmente negli ultimi 30 anni, ma solo negli ultimi 10 è nata la possibilità di affermare un paradigma di sviluppo diverso, lontano sia dalle eccessive semplificazioni della cultura ecologista e naturista, che dalle deviazioni della cultura iper tech.

Sono soprattutto le geografie psichiche, i paesaggi dell’immaginario, ad aver risentito della trasformazione dei modelli comunicativi e produttivi imposti dalla nuova complessità contemporanea.

Il telaio dell’urbanesimo, la sua struttura profonda fondata sui corpi e sulla prossimità, ha lasciato il posto a relazioni ubique e ad  una spazialità più aperta e libera.

Anche gli enormi moti migratori, che coinvolgono una parte del pianeta, producono frizioni e tensioni sui bordi di un sistema che sembra prossimo al collasso, e che risponde con la più semplicistica ed errata delle soluzioni: il muro!

E’ evidente che quando parliamo di progresso metropolitano siamo sedotti soltanto dalla superficie delle cose, da immagini prodotte artificialmente che non rispecchiano la realtà complessa dei fenomeni. Se il concetto di città si è ridotto ad una sintesi immateriale (che ho chiamato “benchmark”) come unico modo con il quale riusciamo a ricondurre ad unità la varietà dei fenomeni, è purtroppo vero che al di fuori di questa cornice non esiste vantaggio o valore che possa giustificare la disumana evidenza delle cose.

Da un certo punto di vista sarebbe più utile iniziare ad interrogarci su cosa esista al di fuori della versione ufficiale che i media danno del mondo, attraverso un viaggio alla scoperta di oggetti del pensiero (ma anche estremamente concreti) che possono svelare una realtà nuova molto diversa rispetto a quella che ci viene proposta. E’ da qui ripartire per affermare quella diversità che, come ho scritto in premessa, non può che assumere le forme di un oltre città.

Saldare i progressi più tecnologici e avanzati con un paradigma che metta al centro l’umano e la natura, intesa come alterità ibrida ed indipendente, significa permettere al sistema metropolitano di aprirsi.

L’abbandono di agglomerati urbani attraverso un movimento inverso che, al posto di nutrire la concentrazione diseconomica della città contemporanea, si muove nella direzione di nuclei più contenuti ad alto valore umano e tecnologico, crea le premesse per un sistema organico di villaggi digitali nei quali lavorare e comunicare in modi nuovi, dove vivere ed esseri liberi di scoprire forme ricche di abitare la terra e le relazioni in esse contenute, tra noi e con il mondo che ci circonda. Una anti città resistente, un argine al collasso imminente, una possibilità concreta per il futuro.

Nel frattempo, molti segnali arrivano da operatori ed attivisti nei più diversi settori, che tentano vie diverse, che si muovono oltre i confini ed i limiti urbani scoprendo il senso di una natura che era soltanto compressa dal palcoscenico mediatico. Vite oltre i limiti che cercano quell’anomia (alla base della libertà del migliore cosmopolitismo), che non ha più la stessa sede di una volta; ora è nei boschi, nei laghi, nel mare e nelle praterie, nei paesi in abbandono e nella negazione della stessa urbanità.  Lì si  assapora il profumo che viene dalla costruzione di una novità di vita che  è l’impasto tra il legno e il silicio, tra l’acciaio e la pietra, tra la terra e l’aria, tra la tecnica ed il carbonio.

Lontano dai media, lontano da tutto ci si scopre al centro. E’ così che la rete principale, l’infrastruttura dominante, cede il posto ad una micro rete di relazioni nello spazio vuoto e sconfinato. E’ come se il radicalismo degli anni ‘60 trovasse compimento nella negazione post urbana della città e nella sperimentazione che nasce dalla distanza, dal senso della materia e dei materiali, dalla semplicità costruttiva e funzionale.

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